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NEL NOME DEL FIGLIO

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Simona Bertocchi – Giovane Holden Editore – 2015 -140 Pagine – € 15


 “Nel nome del figlio” di Simona Bertocchi è un romanzo storico. Ma, sebbene narri le vicende delle famiglie Malaspina Cibo, nonché le guerre, le battaglie, i matrimoni politici, le lotte intestine, le esecuzioni, per accaparrarsi feudi, onori e titoli nobiliari, nei primi cinquant’anni del 1500, tutti elementi che potrebbero dare vita ad un testo accademico adatto più ad uno storico che ad un lettore comune, “Nel nome del figlio” si legge con entusiasmo e passione, fremendo e soffrendo in contemporanea con i numerosi personaggi che affollano la storia. Questo perché l’autrice, Simona Bertocchi appunto, ha saputo scrivere sì, rifacendosi ai documenti storici, passando in rassegna un’infinita documentazione che l’ha vista per mesi e mesi assidua frequentatrice degli archivi di Stato, spulciando lettere, testamenti e archivi storici, ma ha avuto una sensibilità tutta femminile nel narrare, sostanzialmente, la storia di due donne, Ricciarda Malaspina, Marchesa di Massa e signora sovrana di Carrara e della sua dama di compagnia, Beatrice Pardi, delineandone abilmente personalità e caratteri. La prima, fredda calcolatrice, avida di potere e denaro, amante del lusso e abile manovratrice di pontefici, regnanti, nobili e uomini potenti, crudele feudataria, che non esita a sacrificare persino l’amore per i numerosi figli, avuti da consorti e probabilmente da un amante, cognato e cardinale, pur di continuare a tessere intrighi e a muovere i fili della politica e dell’aristocrazia per la propria, smisurata, sete di potere.

E l’altra, Beatrice Pardi, sua dama di compagnia, donna di umili natali ma di buona cultura e sapienza, che, dopo una serie di rocambolesche vicissitudini, si ritroverà occhi negli occhi con la marchesa Ricciarda Malaspina sua ex padrona, che l’aveva poi fatta inseguire e condannare a morte e aveva causato la morte dell’amata figlia Angelica. E questo è forse il momento più emozionante di tutto il romanzo. Le due donne, ormai anziane e a pochi passi dalla fine delle rispettive vite, si confrontano e, sebbene diversissime, si ritrovano in qualche modo, l’una negli occhi dell’altra. Ed è attraverso una sorta di diario che Beatrice Pardi, dama di compagnia di Donna Ricciarda, tiene in segreto, che viene narrata in prima persona tutta la storia, un escamotage che rende a tratti intimo il romanzo e regala al lettore l’impressione di sbirciare dal buco della serratura, ma anche di veder scorrere gli avvenimenti come su uno schermo. Dopo il suo secondo matrimonio con Lorenzo Cibo, nipote di Lorenzo il Magnifico, seguito alla morte del primo marito, Scipione Fieschi, la giovane, vedova e ormai orfana Ricciarda, nel 1520 col nuovo consorte si trasferì a Roma, dove seppe guadagnarsi l’amicizia di personaggi influenti, in grado di orientare le scelte dell’imperatore Carlo V sul Marchesato, che era feudo imperiale. E proprio in virtù di appoggi di questo tipo che Carlo V concesse, attraverso Sinibaldo Fieschi procuratore di Ricciarda, l’investitura di Massa e Carrara a lei e ai suoi successori primogeniti maschi e, in mancanza di questi, femmine.Più tardi Ricciarda si trasferì da Roma a Firenze, dove rimase fino al 1537, conducendo a quanto pare una vita mondana e lussuosa. Abitava con la madre Lucrezia e la sorella Taddea nel palazzo dei Pazzi, nonché nella villa appartenuta alla stessa famiglia, denominata la Loggia dei Pazzi. In realtà questi beni erano proprietà del marito Lorenzo, in quanto erede di Francesco Cibo, secondo il testamento del 1515. La casa delle Malaspina fu anche la residenza del cardinale Innocenzo Cibo, del fratello Giovanni Battista, arcivescovo di Marsiglia, e della sorella Caterina Cibo, già duchessa di Camerino, ed era frequentata da letterati. Sembra che fossero proprio le Malaspina ad essere riconosciute su una delle prime carrozze che percorsero la città. Lo stesso duca Alessandro de’ Medici non disdegnava la compagnia delle marchesane, come lei, la madre Lucrezia e le sorelle, venivano chiamate con disprezzo.Eppure il successo della marchesa Ricciarda Malaspina con gli uomini non sembra potersi attribuire a una bellezza memorabile. Così veniva descritta da uno storico dell’epoca: “Ricciarda erat mulier mediocris staturae, alba, macra et formae etiam inter pulchram et turpem“, mentre ad altri testimoni ella e la sorella Taddea sembravano addirittura “brutte come diavoli“. Il legittimo pretendente al feudo era in realtà Giulio Cibo Malaspina, il figlio primogenito. Beatrice Pardi, dama di compagnia della marchesa, nello stesso anno della nascita di Giulio, metterà al mondo una bambina, Angelica. I due bambini cresceranno insieme e l’amicizia tra il nobile marchesino e la popolana, ma bellissima, colta e intelligente Angelica, dalla fluente chioma rossa, nata giocando e rincorrendosi per le sale del castello Malaspina, sudati, con i capelli spettinati e gli occhi pieni  di vita (come ce li descrive la Bertocchi), diventerà prima un  indistruttibile amore platonico, quindi, la notte prima che verrà eseguita la condanna a morte di Giulio Cibo, accusato ingiustamente del terribile reato di “lesa maestà”, con la complicità di un carceriere, sfocerà in un rapporto d’amore vero, il cui frutto sarà il piccolo Giulio, condannato però ad essere orfano di padre già dal giorno seguente il suo concepimento, e ad avere una madre, la dolce Angelica, ridotta alla follia per l’ingiustizia e l’assassinio del suo amato, compiuto sotto i suoi occhi. Sarebbe bastato presentare il piccolo Giulio come figlio di Giulio Cibo Malaspina alla corte di suo zio Alberico Cibo Malaspina che aveva sofferto per la morte ingiusta del fratello, per consacrarlo alla nobiltà, ma anche condannarlo ad essere vittima di intrighi e congiure familiari, come fu per suo padre,  ma la saggia nonna Beatrice Pardi, dopo la morte di sua figlia Angelica, madre del piccolo, sottrae il piccolo Giulio al regno dello stato di Massa e Carrara, disponendo nel testamento e avvertita la zia Elena che venga mandato alla corte del Re di Francia per ricevere un’istruzione e una posizione sicure. “Io non ho mai avuto padroni Ricciarda, sono sempre stata libera e voi mi avete scelta per questo”, dirà Beatrice nell’ultimo incontro con la  vecchia  marchesa, sua ex padrona. E infine riuscì nel suo intento di assistere ai funerali della marchesa Ricciarda Malaspina, che aveva rovinato la sua vita e distrutto quella di sua figlia Angelica e del proprio figlio Giulio. Su tutto il romanzo aleggiano i versi del raffinato poeta Luigi Pulci, che Giulio e Angelica si scambiano più volte negli anni e che Giulio pronuncerà anche un attimo prima che il boia gli mozzerà la testa: “Tu m’hai di te sì fatto innamorare/ per mille altre eccellenzie che tu mostri/ch’io me ne vengo, ove tu andrai, con teco/ e d’altra parte tu resti qui meco/”.

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