Recensioni

La terra dei giganti. Mont’e Prama e il mistero dei guerrieri

Terra dei giganti

La terra dei giganti. Mont’e Prama e il mistero dei guerrieri


Valerio Caddeo – Susil Edizioni – 2016 – 160 pagine – € 14,90

In una pagina del suo romanzo Valerio Caddeo confida: “Noi scrittori abbiamo qualcosa che ci collega al passato. Le storie che raccontiamo arrivano dal cielo.”

E veramente i protagonisti della sua narrazione appaiono al lettore come eroi primordiali, le cui gesta sono immerse in un ambiente naturale, generoso di doni e incorrotto. I personaggi, scaturiti dalla fantasia dell’autore, sembrano creati da un antico aedo, sulle orme di Omero e con una citazione dal XXIV canto dell’ Iliade omerica si apre il suo canto, accompagnato, non dalla lira, bensì dal suono delle canne al vento. La mente del lettore non può non correre con la memoria al suggestivo romanzo di Grazia Deledda, con cui l’autore divide non solo la terra di origine, una Sardegna arcaica e incantata, ma anche l’impianto inventivo. Il protagonista infatti è anche lui un “figliol prodigo”, come il Giacinto del romanzo della Deledda, che torna alla casa paterna, terra di salvezza e speranza dopo aver tutto perduto. Hur, il re, ha visto il mare inghiottire la sua flotta e con essa andare smarriti, in fondo agli abissi, tesori in spezie ed oro. Invoca l’aiuto degli Dei, affinché gli consentano di approdare sulle coste della sua isola, dopo averlo tratto in salvo dall’ “acqua spumeggiante e piena di morte”. E gli Dei accoglieranno la sua preghiera perché, come dice l’Autore, tutto è scritto e Hur ha un destino da compiere: fondare una Città potente e culla di una nuova civiltà. Così Hur dà inizio alla sua lotta per portare a compimento il suo destino. Infatti il re è profondamente convinto di essere depositario di una missione, quella di fondare una nuova civiltà che si sovrapponga e porti avanti il percorso di rinnovamento tecnologico e scientifico della civiltà nuragica, di cui ancora oggi poco o nulla sappiamo. Non per nulla l’autore immagina che Hur giunga dalle sponde orientali del Mediterraneo, così come alcuni filologi contemporanei presuppongono che giunga la lingua sarda, strettamente connessa alle lingue dell’Asia minore.

La narrazione è arricchita con miti di fondazione che narrano la nascita di luoghi e tradizioni culturali: dalla preparazione dei cibi, alla invenzione di strumenti e oggetti che permettano all’uomo di affermare la sua superiorità intellettiva sulle avversità dell’ambiente e il suo progetto di vita. Le sue gesta, abbiamo detto, hanno come teatro un ambiente primordiale e irto di pericoli, ma generoso, in cui ogni essere, di origine animale o vegetale che sia, vive in simbiosi con l’altro, nel rispetto di quelle leggi naturali che permettono alla Natura stessa di esistere. Persino la morte è accolta e descritta come un fenomeno assolutamente naturale. Del resto l’uomo non può che adeguarsi alle leggi della Natura, combatterle porterebbe solo rovina, come ben ha insegnato un altro grandissimo della nostra tradizione letteraria, Giovanni Verga, che nei “Malavoglia” narra come l’ essere umano non possa che ubbidire a codeste leggi non scritte, le stesse che determinano i comportamenti sociali. Con Verga l’Autore condivide anche la concezione dell’amore, inteso come passione e forza indomabile al punto di divenire distruttiva ( pag. 44 ).

La ricchezza e il fascino dei miti di fondazione narrati sembrerebbero indirizzare il romanzo a un pubblico di lettori adolescenziale, ma la sensualità e l’erotismo di alcune pagine ci inducono al dubbio; così come numerose leggerezze nel rispetto della correttezza grammaticale e sintattica dell’andamento narrativo, che troppo spesso risente di modi colloquiali. Se l’autore volesse prendere in considerazione come pubblico di lettori i giovani dell’età compresa tra i dodici e i sedici anni, sarebbe senz’altro consigliabile una revisione dal punto di vista grammaticale e morfosintattico.

In particolare Elisir ha trovato molto suggestive le pagine in cui descrive il rapporto con l’ambiente naturale e l’aquila da lui raccolta ferita e allevata con amore, con cui stringerà un rapporto quasi simbiotico.

 

 

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