interviste

I poeti sono gli enzimi della società

Dialogo con Terry Olivi sulla Poesia

Terry-Olivi.jpg Incontriamo Terry Olivi sulla straordinaria terrazza di casa sua, nel centro della città eterna che, con effetto grandangolo, affaccia sulla Basilica di Santa Maria Maggiore, su quella di San Giovanni e sul Colosseo e da cui si gode una vista mozzafiato.

Terry Olivi è una signora che parla con toni pacati, ama profondamente le piante e la Natura, è stata un’insegnante molto amata dai suoi allievi, ha pubblicato diversi libri di poesia, ma non è solo per questo che la si può definire poetessa. Terry Olivi è poetessa in ogni suo gesto e in ogni sua parola.

E così, tra l’azzurro del plumbago, il rosso dei peperoncini e le diverse tonalità di verde delle sue piante, guardando il tramonto su una Roma che da qui sembra ancora più bella, iniziamo la nostra chiacchierata.

ELISIR – Ciao Terry, perché iniziare un libro, il tuo “Nell’indaco notturno” con una fine, quella di tuo padre?

TERRY – “Nell’Indaco Notturno – Dialogo di un anno” è il libro di poesie che ho scritto nell’anno seguente la morte di mio padre, il tradizionale anno di lutto, in cui ho registrato giorno per giorno le mie emozioni, le mie tristezze, il mio dialogo con lui. Avevo bisogno anche di registrare per scritto i miei sentimenti, per chiarirli e per non dimenticarli…Volevo vedere quale sarebbe stato il sentiero interiore che avrei attraversato per dire addio alla figura  forse più importante nella vita di una donna. E’ stato una specie di  Qaddish del lutto, l’antica preghiera ebraica, che è parte dei rituali funebri.

Dato il rapporto burrascoso e difficile che abbiamo avuto fin dagli anni dell’adolescenza e poi via via attraverso gli anni della maturità fino alla fine, è stato anche un “Oseh Shalom”, una supplica per la pace.  Pragmatismo versus sogno, capacità decisionali versus  dubbi, una lotta continua tra di noi, la paura che la propria figlia non fosse in grado di inserirsi nella società,  che venisse sbranata dai lupi. La morte invece ha spazzato via il risentimento, le rabbie, lasciando emergere tutta la tenerezza, il rimpianto, il senso del tempo inesorabile. La fine allora ha rappresentato anche una rinascita interiore di un nuovo affetto più pacato, più dolce, più aperto alla vita.

ELISIR – Si elabora il lutto attraverso la poesia?

Per me l’elaborazione del lutto è passata attraverso la natura e la poesia. E’ avvenuto naturalmente, senza una decisione forzata. Forse perché sono abituata a scrivere e, stando da sola, in quel periodo cercavo isole e momenti per stare con me stessa, senza essere frastornata dai rumori del mondo, sentendo la necessità di comunicare con me stessa prima e con gli altri successivamente. E’ stato facile allora sentire il dolore e l’incredulità trasformarsi, grazie alla vicinanza di elementi naturali come gli alberi d’alto fusto nei bei parchi della città, l’osservazione del cielo, mutevole nei suoi colori al tramonto, all’alba, con la nebbia.

Osservando, contemplando a lungo, in silenzio, sentivo una grande consolazione, un senso di appartenenza. Ho voluto condividere poi queste emozioni. Alla fine di ogni scritto, anche di un piccolo testo, sentivo un senso di realizzazione, di gioia quasi.  

Tutto è iniziato qualche giorno dopo il funerale. Ho voluto fare la passeggiata che mio padre faceva tutti giorni con le sue due “canadesi” alla stessa ora al Colle Oppio, vicino casa, all’Esquilino. Passeggiando lentamente, da sola, tutti i giorni, praticando la meditazione camminata (suggerita dal monaco vietnamita Nich Nath Han), guardavo attentamente tutto ciò che mi  circondava, i lecci secolari, le rovine delle Terme romane, i pini a ombrello, i cipressi nel viale della Domus Aurea, e da lì è iniziato il mio dialogo botanico con lui, uomo di terra, contadino, che sapeva far crescere le piante.

Poi ho ampliato le mie passeggiate alle altre ville romane, Villa Borghese, Villa Celimontana, Villa Ada per finire poi all’Orto Botanico, specialmente nel Giardino Giapponese, sulla cui sommità ho sentito proprio di essere nella mia casa spirituale. La fioritura dei ciliegi era spettacolare!

ELISIR – Cos’è per Terry Olivi la poesia?

TERRYE’ il mio sentiero di ricerca interiore, il mio cammino verso una conoscenza del mondo più sottile, che a volte può portare al cuore delle cose, verso dimensioni altrimenti non percepibili, verso la bellezza. La dimensione della poesia per me non è soltanto capacità linguistica di costruzioni verbali, ma soprattutto una dimensione etico-estetico-emotiva che ti porta a scoprire e a ricercare aspetti poetici in tanti momenti della giornata.

ELISIR – Per scrivere belle poesie è davvero necessaria la sofferenza?

TERRYNo, certamente. Ci sono belle poesie di grande serenità, poesie dense di humour come la poeta polacca  Wisława Szymborska  ci insegna; ci sono tante poesie di sofferenza, è vero, perché forse la sofferenza riempie tanto le nostre vite e soprattutto perché esistono malattia e morte. Però a me piace dare, dopo aver parlato del dolore o dell’assurdità del nostro vivere, anche una speranza ed un sorriso al lettore.

ELISIR – Credi nel valore terapeutico della poesia?

TERRYSì, la poesia può essere terapeutica sia per chi scrive sia per chi legge. E’ terapeutica per antonomasia perché tende alla bellezza, all’armonia delle forme e del canto, alla composizione, al superamento delle bolle di sofferenza e di dolore. Nel momento in cui condividi il dolore, esso si attenua. La poesia è terapeutica perché è un piccolo grande atto creativo, che attinge all’inconscio. Portare alla luce le nostre ombre fa molto bene, ci cura l’animo. Condividere poi tutto questo con gli altri, chiude il cerchio. E’ una medicina naturale senza controindicazioni.

ELISIR – E’ vero che si scrivono poesie partendo da un’assenza? O forse da un paesaggio interiore?

TERRYL’emozione può nascere da qualcosa o da qualcuno che ci manca, ma può nascere da qualcosa che si osserva, che ci incuriosisce nel grande teatro della vita. La nostra terra è così grande e differente nei suoi aspetti, gli uomini poi offrono tanta varietà di comportamento, che il desiderio di scrivere  può nascere in qualunque momento.

ELISIR – Qual è il ruolo del Poeta oggi?

TERRYIn tempi così tecnologici, in cui l’economia e la tecnica sembrano dominare quasi in modo tirannico, mi sembra ancora più importante che esistano i poeti, persone che cercano di ricordare ai più distratti l’esistenza di altre dimensioni, di valori più spirituali, più umani. Anche se nascosti, tutti coloro che si occupano di arte, sono l’humus della terra, la terra fertile della società, gli enzimi che danno energia vitale al cibo.

L’arte della parola non può mai essere messa da parte perché il linguaggio è una caratteristica fondamentale dell’uomo. “All’inizio era il Verbo”, dice la Bibbia.

Oggi i poeti vivono quasi in modo nascosto, ma l’efficacia della poesia si fa sentire lo stesso, penetra tra le maglie sottili del nostro vivere comune, soprattutto nei momenti critici, quando la salute vacilla, quando si resta soli, quando la presunzione e l’arroganza diminuiscono.

ELISIR – Di cosa parlava la tua prima poesia? E quanti anni avevi quando l’hai scritta?

TERRY Naturalmente di una “cotta” non corrisposta! Verso i sedici anni quando, adolescente timidissima e insicura, pensavo che nessun rappresentante del mondo maschile avrebbe potuto interessarsi ad una coetanea scialba ed insignificante e che, per di più, diventava rossa come un pomodoro maturo alla prima parola!

ELISIR – La Natura è sempre costantemente presente nelle tue poesie. Ti è mai capitato di scrivere una poesia in un bosco o davanti al mare?

TERRYLa natura è la mia Musa, il mio sostegno, il mio “maestro”. E’ il mio tutto. Non c’è altro che io possa amare di più. Non finirei mai di parlare della luce, degli alberi d’alto fusto, dei colori sfumati del mare. Mi sembra di avere un dialogo costante e vibrante. Mi dà tantissime emozioni, mi fa tanta compagnia.

Quasi sempre i primi versi appaiono nella mia mente “in diretta”, proprio nel momento in cui sto vivendo un’esperienza. Ho dei pezzetti di carta rettangolari in borsa, dei veri “pizzini”, diverse penne di differenti colori, e lì incomincio a scrivere.

Ieri, per esempio, tornando dalla riviera ligure, ho scritto “in diretta”: ero in treno, scrivevo del mare mentre lo vedevo dal finestrino. “Le gazzette tra i ciuffi di canne stanno ferme al sole di mezzogiorno”.

ELISIR – Tu credi in una distinzione valida tra poesia e prosa?

TERRYNon è molto facile dirlo. Sono due dimensioni che a volte si avvicinano, si sovrappongono e a volte si allontanano completamente. A volte una prosa è tanto lirica che diventa poesia, a volte la poesia diventa piana, discorsiva, una vera prosa. 

Quale può essere la differenza? Forse un critico letterario può dirlo meglio. Per me nella prosa domina la razionalità, mentre nella poesia domina l’emozione. Forse nella poesia è più importante il ritmo, la musicalità, anche se la prosa ha un suo ritmo particolare.

ELISIR – Quand’è che una persona che scrive poesie si può considerare un poeta? Quali sono le caratteristiche che fanno di uno scritto poesia? Quando la “poesia” diventa Poesia?

TERRYAh, saperlo! Domande preziose a cui non saprei rispondere. Anche io faccio le stesse domande a studiosi,  linguisti, critici, senza avere mai una risposta soddisfacente.

Anche se pongo le stesse domande a me stessa, e capita moltissime volte, le risposte sono sempre incomplete, contraddittorie.

ELISIR – Cosa pensi della frattura tra poesia e pubblico?

TERRY La poesia è un’arte molto sottile, sofisticata direi, come tutte le altre forme di arte d’altra parte.

Sarebbe bene educare i piccoli studenti, fin dall’inizio del loro ciclo di studio, all’arte poetica come diversi insegnanti “illuminati” fanno, in forma giocosa, per avvicinarli a questa modalità di espressione. La didattica non sempre si è sufficientemente occupata dell’insegnamento della poesia, dei prerequisiti per accostarsi al mondo poetico: la capacità di osservare, di provare empatia, di sentire il ritmo, di fare associazioni.

D’altra parte il poeta nei suoi reading dovrebbe usare tutta la sua arte, i diversi toni di voce, il corpo, il ritmo, per catturare il suo pubblico, per chiuderlo piacevolmente nelle sue suggestioni. Carmelo Bene era un grande maestro in questo. 

Anche nella forma scritta a volte il lettore incontra molte difficoltà di fronte ad un linguaggio molto criptico, astruso, lontano dalla sua esperienza. Per cui, dopo alcuni tentativi di comprensione, lascia il libro, senza continuare più la lettura. 

ELISIRSecondo te quali sono tre opere poetiche da salvare dalla distruzione del pianeta?

TERRYI poemi omerici innanzi tutto: l’Iliade e l’Odissea. Sono dei grandi classici, degli “ever green” che sempre ci procurano stati di estasi nella lettura sia per la lingua greca, così tanto musicale,  sia per l’enorme estensione dei fatti umani presi in considerazione: dalla guerra fra popoli ai sentimenti di un individuo singolo.  Macropoesia e micropoesia. 

Salverei anche le due tragedie di Sofocle: Edipo re e Edipo a Colono. Mi affascinano di questa scrittura la musicalità, la consapevolezza dell’infelicità umana, la dignità della sofferenza e la percezione dell’oscura forza del fato. Meraviglioso Sofocle!

Il terzo blocco è l’opera poetica di Bashō, il grande maestro giapponese di hai-ku, del XVII secolo.

Dopo la Natura, è il mio secondo “maestro”, un sensei come dicono nel paese del Sol Levante.

E’ stato un grande haijin, scrittore di hai-ku, poesie minimali di tre versi, ma molto intense, in cui è racchiuso un evento su cui meditare. Ecco un hai-ku molto famoso: 

Sera 

tra i fiori si spengono 

rintocchi di campana

 ELISIR – C’è un momento particolare della giornata in cui ami scrivere?

TERRYIl mio momento magico di preparazione alla poesia è il crepuscolo, quando la luce si colora di indaco e di viola, le prime luci si accendono e tutto sembra un presepe. E’ un’altra dimensione spirituale, mi sembra di entrare in un mondo parallelo. A volte mi sento un po’ Harry Potter.  Il momento della scrittura invece è la notte. Tutto è silenzio, nel cielo splende la luna, (io sono un’ammiratrice eterna dell’astro notturno) e allora mi sento completamente libera di esplorare altri mondi o, più semplicemente, il mio inconscio.

ELISIR – Scrivi di getto o le tue poesie sono frutto di lunghe riflessioni?

TERRYRifletto prima di scrivere su un certo evento, ma, una volta scritto, non riesco a cambiare molto, a correggere minuziosamente. La mia è una scrittura essenzialmente spontanea, mi sembra, piuttosto semplice.

ELISIR – C’è un libro, poesia o prosa, che vorresti aver scritto?

TERRY Mi sarebbe piaciuto aver scritto “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan  Kundera, un libro che ho tanto amato. Ma anche “Braci “ dell’ungherese Sándor Marái.

ELISIR – C’è stato un incontro nella tua vita che ti ha particolarmente segnato e che hai ricordato nelle tue poesie?

TERRYQuello con un mio collega di scuola, quando insegnavo a Valmontone, nei primi anni della mia attività scolastica. Era un docente coltissimo, preparato, innamorato della poesia e della filosofia. Da lì è iniziato il mio battesimo alla poesia e al pensiero riflessivo. Camminavamo molto in campagna e lui recitava a memoria versi in italiano, in latino e in greco. Bellissimo!

ELISIR – Spiega ai nostri lettori da quale poesia bisognerebbe partire per avvicinarsi alle tue opere, al tuo lavoro.

TERRYPenso che la mia poesia sia tanto semplice e comprensibile che l’eventuale lettore non abbia bisogno di una preparazione particolare. Si può capire, anche iniziando “a freddo”.

Forse soltanto per gli hai-ku bisognerebbe leggere gli hai-ku dei maestri giapponesi classici: Bashō, Issa  Kobayshi, Buson, Shiki. Questo mondo è molto particolare ed è talmente differente dal nostro che sarebbe bene leggere prima molti loro testi. Sarebbe utile leggere anche qualche cosa intorno al buddhismo Zen.

ELISIR – Come vorresti fosse interpretata la tua poesia?

TERRYVorrei che il lettore semplicemente si lasciasse andare, si abbandonasse al mio ritmo, alle mie suggestioni, mi seguisse senza interferenze. Gli lascerei però anche lo spazio per fare le sue associazioni, per lasciar evocare i suoi ricordi. Insomma una strada insieme, da buoni compagni di cammino.

ELISIR – Terry, a cosa servono i poeti?

TERRY Come i registi, come i pittori, i fotografi e gli artisti in genere, i poeti servono a cogliere un altro sguardo sulla realtà, lontano dal “main stream”, servono a vivisezionare le nostre emozioni, a farci viaggiare nell’inconscio, nell’onirico, servono a sorprenderci, facendoci esclamare: ”Oh, a questo non avevo pensato!”

ELISIR – In un’era in cui si comunica con smartphone e tablet, dove spesso la parola è sostituita da emoticon e immagini, ha ancora senso la parola poetica?

TERRYLa parola poetica ha sempre un senso perché indaga la vita quotidiana, le cose semplici di ogni giorno ed indaga pure nello stesso tempo i misteri dell’Universo, le manifestazioni dell’Assoluto.

Il poeta, prendendoci per mano, con semplicità, con affettuosità, ci rende partecipi della sua empatia verso tutti gli esseri viventi ed anche verso le cose, aprendoci parti nascoste nella dimensione del sacro.

ELISIR – Ancora oggi è uso tra i poeti chiudersi in circoli letterari dove si incontrano, si leggono e si confrontano tra loro. Non credi che, ancor di più oggi, il poeta debba parlare alla gente, al popolo e la poesia debba essere avvicinata all’uomo della strada per poter sopravvivere?

TERRYCertamente la poesia è un’arte molto discreta, intima, che ama i piccoli numeri. Spesso nei reading il pubblico è formato da altri poeti. Forse curando maggiormente la voce e il modo di leggere, si  potrebbe avere un pubblico più vasto. Il poeta che legge le proprie poesie, dovrebbe essere come un attore che recita se stesso.

In ogni caso, il mio sogno nascosto è leggere una mia poesia o una poesia dei miei poeti amati in uno stadio di fronte a centomila persone. Vorrei vedere l’effetto che fa!

ELISIR – In una società in cui si legge molto poco, tantomeno i libri di poesia che vengono visti come qualcosa di vecchio e stantio, ha ancora senso scrivere e pubblicare libri di poesia?

TERRYProprio nel nostro tipo di società economico/consumistica ha ancora più senso scrivere e pubblicare libri di poesia.

E’ una forma di resistenza, alla Gandhi direi, in cui si cerca di non dimenticare completamente il senso di umanità, del cammino fatto sin qui, in cui vengono mostrate strade molto importanti come la compassione e il silenzio. Poiché queste due ultime cose non sono molto praticate nel nostro tempo, sono estremamente necessarie la scrittura e la lettura poetica.

ELISIR – Qual è il libro che è attualmente sul tuo comodino?

TERRYMi fanno compagnia il bel libro di Laura Ricca “La tradizione estetica giapponese”- sulla natura della bellezza (Carocci ed. 2015) e il libro “Poesie –Hai-ku e scritti poetici “ di Bashō (La Vita Felice ed. 2012). Li porto sempre con me durante la giornata, li metto nella sacca e, quando l’autobus non arriva, mi metto a leggerli. Così invece di sentire rabbia per l’autobus che non passa, sono quasi contenta di godermi un po’ di più la mia lettura.

ELISIR – C’è qualcosa a cui stai lavorando in questo momento?

TERRY – Sì, diversi progetti, tutti con l’obiettivo di unire strettamente la poesia alla bellezza della natura.

Un progetto, “Poesie di sogno nella Bella Italia”, ha l’obiettivo di organizzare reading di poesia in luoghi magici e suggestivi in tutta Italia perché la bellezza della natura è veramente terapeutica, cura le nostre ferite, ci dona energia e nello stesso tempo reinventa la speranza in mezzo ai tanti orrori in cui siamo costretti a vivere.

Il secondo progetto è con l’Orto Botanico: “Poesie tra gli alberi”. Portare i poeti a leggere le proprie poesie nel boschetto di bambù o nel giardino giapponese, sulla sommità della collina, mi sembra un sogno.

Il terzo poi consiste nel trascrivere al computer (poiché io scrivo, come vi ho raccontato, su “pizzini” di carta) gli hai-ku che ho composto ogni giorno nell’anno passato.

Ogni giorno un hai-ku, è stata un’esperienza favolosa! Mi sembrava di vivere molto più intensamente. Il titolo del futuro libro dovrebbe essere “Hi-ku and blues for a full moon”.

Ho da lavorare per tutto il 2018 ed oltre!

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