Recensioni

Il vento e le promesse

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     Una toscana a New York tra politica e romanticismo: il dietro le quinte delle ultime elezioni americane

Antonella Gramigna – Giuliano Ladolfi Editore – 2018 – 140 pagine – € 12,00

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Correva l’anno 2016 e l’America viveva un momento storico assai particolare, quello del cambio della presidenza dopo Obama, nel medesimo periodo in cui in Italia c’era il referendum costituzionale, mentre negli Stati Uniti d’America la corsa alla Casa Bianca vedeva in gara Hillary Clinton e Donald Trump.

“Il vento e le promesse”, il romanzo d’esordio di Antonella Gramigna, è l’avvincente storia di un’avventura politico-sociologica-passionale che trasporterà la Anne della finzione narrativa, ma forse anche la Antonella che ne è l’autrice reale, attraverso vicissitudini nell’ambito della politica in una città come New York, raccontata da colei che ha vissuto dietro le quinte l’organizzazione della mastodontica macchina elettorale.

“Il vento e le promesse”, è un romanzo di attualità che tra qualche decennio potrebbe forse venir collocato nella categoria letteraria denominata romanzo storico, poiché racconta la storia politica di un Paese – gli Stati Uniti – e sullo sfondo quella di un paese molto più ristretto, l’Italia.

C’è Anne, donna non giovanissima, ma sempre innamorata della vita, delle passioni e dei forti ideali che l’hanno sempre contraddistinta, un essere semplice, capace di amare alla follia, ma di soffrire altrettanto, che parte dall’Italia, chiamata a lavorare nello staff di comunicazione della campagna americana alle presidenziali, un invito arrivato all’improvviso come un vento forte e deciso, carico di promesse scrive l’autrice, e da questa definizione trarrà poi spunto per il titolo del libro.

Il team americano è preparato e very cool e Anne è molto emozionata, ma anche assai orgogliosa di farne parte. Dalla sua ha l’intelligenza e un ottimo curriculum, nonché un fidanzato protettivo rimasto a casa  che la chiama ogni giorno, che la supporta e la sprona a seguire le sue passioni e a far tesoro dell’esperienza americana.

Tutto inizia bene, dopo le prime notti in albergo Anne approda in un grazioso appartamentino nel cuore di Soho, il quartiere più cool di Manhattan, che sarà la sua casa nei mesi di questa full immersion negli States, la vicina di casa è una simpatica violinista e i suoi colleghi sono davvero very friendly e la accolgono nel team nel migliore dei modi. Il lavoro – le spiegano – sarà duro, del resto studiare la strategia di comunicazione per la politica di un’aspirante candidata alla Casa Bianca non è certo cosa semplice, né capita tutti i giorni, ma il boss, Mister Liam Benson, è deciso, determinato e carismatico, ma è anche un tipo alla mano e la sua assistente di colore Mary Ann, appassionata di tutto ciò che arriva dall’Italia, le si dimostra subito amica.

In tutto il romanzo si parla di politica, si fanno parallelismi tra la bionda Hillary e il fiorentino Matteo Renzi, si racconta della Leopolda e del tax gap, il sistema fiscale che Obama ha sempre tentato di aggiustare in qualcosa di più equo, si fanno confronti tra il sistema fiscale del nostro paese con quello americano, ci sono paragrafi di economia, discorsi sulla finanza e accenni di geopolitica, che fanno de “Il vento e le promesse” un libro un po’ atipico, a metà tra il romanzo e il saggio. Da un momento all’altro, ti aspetti la storia d’amore travolgente, magari col manager americano dagli occhi magnetici tutto dedito alla carriera, che viene conquistato dall’empatia e dall’intraprendenza di Anne, ti aspetti il coup de foudre, come in ogni buon film americano che si rispetti, con in sottofondo la musica di Ed Sheeran e James Blunt.

Le pagine scorrono veloci ed è solo verso la fine che qualcosa si muove in tal senso, ma la love story tra i due è solo appena sfiorata durante una cena elegante, sul battello che naviga lentamente l’Hudson al tramonto. E’ qui che Mister Liam confessa ad Anne un dolore antico e Anne, sebbene combattuta, conviene che la sua vita è nella sua Toscana, così finisce ancor prima di iniziare una di quelle storie che potevano essere ma che non sono state.

Intanto i giorni si susseguono veloci e i preparativi per l’elezione del quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America si fanno sempre più convulsi.

Camminando per la Grande Mela la protagonista si lascia docilmente travolgere dal flusso della folla e dalla vita che pulsa frenetica in quella città che non dorme mai.

Essere newyorkese è uno stato mentale si convince Anne, mentre cammina a naso in su nella verticalità di Manhattan, mostrando al lettore quella New York che conosciamo soprattutto dai film e quell’America in cui tutto può accadere e dove ogni sogno può avverarsi.

Intanto i due candidati alla Casa Bianca non si risparmiano stoccate e colpi bassi di fronte a cento milioni di telespettatori, futuri votanti. Hillary accusa Donald di varie nefandezze, e lui controbatte che lei, con tutto il suo sbandierato femminismo, si presenta ancora con il cognome del marito. Trump ha dalla sua il forte potere economico e la parte americana meno democratica e più conservatrice. La Clinton è invece più comunicativa e, forse, più vera, tanto che inizialmente sembra essere lei quella con più consensi.

E’ autumn in New York e, proprio come nel capolavoro cinematografico di Joan Chen con Richard Gere e Winona Ryder, Central Park offre un romantico e scenografico spettacolo di colori, che Antonella Gramigna sa descrivere molto bene. Anche qui sembra quasi di sentire una delle struggenti colonne sonore dei tanti film che hanno avuto come palcoscenico queste straordinarie location.

Attraverso la campagna elettorale americana, la protagonista ripercorre la sua vita in flash back, il suo impegno politico fin da giovanissima, la sua preparazione che l’ha portata fin oltreoceano e che sembra aver conquistato tutto il team americano, ma proprio quando Anne si era quasi abituata alle diverse abitudini, alla pioggia di New York, al traffico frenetico e perfino al caffè lungo americano, quella bevanda scura che definirla caffè è ingiuria, arriva l’ora di risalire su quell’aereo che la riporterà in patria.

“Il vento e le promesse”, che termina con una mail lunga e appassionata, inviata un anno dopo a Mister Liam, è la giusta lettura per capire un po’ di più il sistema politico americano, per trovare stimoli a credere che con l’impegno e il continuare a confidare nei propri sogni si possa ancora cambiare un sistema che non ci piace, ma è anche utile per immergersi in scenari tipicamente newyorchesi senza muoversi dal proprio divano.

L’autrice spesso usa citazioni, non ultima quella presa in prestito da una canzone dell’atipico trio Sergio Endrigo, Giuseppe Ungaretti e Vinicius de Moraes, la vita è l’arte dell’incontro, e sostiene che oggi noi siamo esattamente il prodotto di ciò che abbiamo vissuto, con ogni sfaccettatura. Con gioie e dolori, perdite e amicizie nate per caso, delusioni e passioni che ci accompagnano. Talvolta si rimane scottati, ma dopo un bel respiro occorre rialzare la testa, e continuare a inseguire i nostri sogni. Mai fermarsi nel percorrere la vita.

E a noi di Elisir viene anche voglia di aggiungere “Yes, we can!”

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