interviste

Nicola Viceconti e Patrizia Gradito raccontano la magia della loro novella “L’altra forma dell’assenza”

Incontro con Nicola Viceconti e Patrizia Gradito che raccontano il vero cuore del Messico, dopo il viaggio a Misantla, nello stato di Veracruz, dove i colori, le atmosfere e soprattutto la gente, hanno ispirato “L’altra forma dell’assenza”, novella magica raccontata da un anziano venditore di cachichin, tipici frutti della zona.

Nico   Patgrizia Gradito

È dall’altra parte dell’oceano, nel Messico più autentico, nella rigogliosa vegetazione nello stato di Veracruz e precisamente nell’antica cittadina di Misantla, che la novella “L’altra forma dell’assenza” di Nicola Viceconti e Patrizia Gradito nasce e si sviluppa tra tinte aranciate, leggende, salse piccanti e folate di vento caldo intorno a un anziano venditore di cachichin, frutti particolari che crescono solo in quella parte della sierra.

Questo delizioso libro di sole 95 pagine esce contemporaneamente in Italia, nel catalogo di Rapsodia Edizioni, e in Messico, con la casa editrice Creable (trad. di Losh Zacarias Moreno e Dario Anelli), corredato di alcune foto scattate dagli autori nel corso del viaggio e con la prefazione del poeta misanteco Vicente Mota. “L’altra forma dell’assenza” ha ottenuto i patrocini dell’Ambasciata del Messico in Italia, dell’Associazione “Caminando unidos por Misantla” e del Municipio Fuerte y en grande dell’antica città veracruzana.

Ma chiediamo agli autori i dettagli su come e perché nasce questo libro.

ELISIR – “L’altra forma dell’assenza” s’incastra perfettamente nel progetto letterario Novelas por la identidad, una narrativa che sperimenta generi eterogenei (racconto breve, romanzo, poesia, novella) e che pone al centro l’identità declinata sul piano sociale e individuale. Ma come è nata la spinta a scrivere insieme?

NICOLA – “Novelas por la identidad” è un progetto letterario ideato nel 2009 a cui Patrizia Gradito collabora da un anno. Si riferisce a una produzione che si prefigge di fotografare determinati fenomeni storico-sociali da un’angolatura sociologica unita all’analisi documentale, alla caratterizzazione psicologica e alla narrazione romanzesca, per offrire un messaggio di verità e umanità. La scrittura congiunta, realizzata in “L’altra forma dell’assenza”, si propone di scavare nel tessuto sociale e privato di un popolo, illustrando uno spaccato di un contesto geografico ben preciso per dilatare lo sguardo su tematiche esistenziali. Non si tratta di una novella ideologica né politica in questo caso e nemmeno di un racconto storico. L’opera ha una valenza informativa, ma predomina l’aspetto emozionale connesso alla volontà di dare voce a quella che i teorici de Les Annales (Duby, Le Gotff, Ariès) chiamano “la storia dal basso”, ovvero una storia intima, in cui gli eventi, le date, i personaggi, le battaglie lasciano il posto alle abitudini, alle mentalità, ai sogni, ai desideri, alla geometria delle passioni. In questo senso, è centrale la figura di Pascual, l’anziano venditore di cachichin, che nel racconto assurge a veicolo di una particolare saggezza popolare, incarnando usanze e modi ancestrali di concepire l’esistenza, le dinamiche relazionali e il rapporto con la natura.

Io e Patrizia  ci conosciamo fin dall’infanzia perché abitavamo l’uno di fronte all’altra, ma poi la vita ci ha fatto perdere di vista per almeno quarant’anni. Quando del tutto casualmente ci siamo incontrati di nuovo, abbiamo scoperto di essere entrambi appassionati di scrittura e letteratura e poi abbiamo sentito l’esigenza di sperimentare una coproduzione, per dare spazio alla fusione delle nostre sensibilità, accordando le nostre diverse prospettive e i nostri differenti background formativi, per illustrare una rappresentazione quanto più possibile policroma. La novella, incentrata sulla cultura messicana, è di fatto un tributo a questo popolo così ricco di storia, arte e tradizione.

PATRIZIA – L’ispirazione a scrivere il racconto è nata in occasione della partecipazione al “Festival internazionale di poesia di Misantla”, la città magica nello stato di Veracruz, dove Nicola è stato invitato a presentare l’ultimo suo romanzo “Vieni via” e alcune delle poesie raccolte in “Torneranno i cavalli al galoppo” (Ensemble Edizioni). “Vieni via” è la narrazione della vicenda di un ottuagenario, disilluso dalla ideologia comunista, che decide di cercare una donna amata in gioventù, recandosi prima in Russia e poi in Messico. La seconda metà di quest’opera è ambientata in questo paese, con descrizioni puntuali di Coyacan, il quartiere della capitale che ha ospitato personaggi della statura di Frida Khalo, Trotsky e Diego Rivera e San Miguel de Allende.

NICOLA – Il connubio tra noi è nato in occasione della presentazione del citato romanzo presso l’Ambasciata del Messico nel dicembre dello scorso anno, da cui si è sviluppato uno scambio intellettuale e creativo molto stimolante, frutto di passioni sviluppate anche in ambiti culturali diversi tra loro. Abbiamo prodotto così un racconto, destinatario di un premio al concorso letterario internazionale “Il Convivio 2018”, “Stella Stellina… la notte si avvicina”, inedito e che farà parte di una nostra prossima raccolta. Ispirato ad una storia vera, è dedicato ai controversi casi giudiziari degli italiani all’estero, (allo stato attuale circa 3.000), al dramma della carcerazione preventiva in territorio straniero e alla violazione dei diritti umani previsti dalle convenzioni.

La stesura di “L’altra forma della assenza” celebra l’identità dei misantecos e si misura con nuove interpretazioni esistenziali. Ogni assenza, ogni dolore può essere tenuto e trasformato e assumere forme inaspettate a seconda di come scegliamo di muoversi. La semplicità e l’armonia respirate in quel territorio, sia in ambiti informali e familiari, sia in circostanze che coinvolgevano l’intera collettività, certamente più istituzionali, avvolgono il popolo di Misantla di un’aura di solennità rituale e di cura, qualità preziose, che sembrano essere retaggio delle popolazioni ancestrali.

ELISIR – “L’altra forma dell’assenza” è troppo lungo per essere un racconto e troppo breve per essere un romanzo. Le “novelle” sembrano essersi estinte nell’altro secolo e riportano a una maniera un po’ antica di raccontare. Come mai avete deciso di scrivere una novella ?

NICOLA – Abbiamo scelto il genere della novella perché pensiamo che rappresenti un genere narrativo forse non molto diffuso attualmente in Italia, ma che offre però una notevole versatilità nello strutturare un’architettura più complessa del racconto breve e più sintetica del romanzo e anche perché lo abbiamo ritenuto più funzionale per sperimentare un avvicinamento al realismo magico respirato in Messico. “L’altra forma dell’assenza” nasce soprattutto dal desiderio di voler fissare per sempre e trasmettere le percezioni indelebili che abbiamo sperimentato e per dare voce alle emozioni che un luogo magico come Misantla ci ha regalato attraverso la combinazione di storia, leggende e contatto con natura. In questo periodo ci siamo confrontati su letture di Marquez, Rulfo, Cortazar e Kafka che hanno lasciato una forte impronta sulla nostra scrittura. La narrazione si articola su tre storie allacciate in una in una geometria attenta, con salti indietro e in avanti che accompagnano il lettore in un mondo favolistico, in cui aleggia la tensione tra passato e futuro e, al contempo, l’analisi di un preciso paradigma, quello dell’accettazione delle vicende umane. Senza negare la morte, il dolore e l’oscurità, la breve opera offre una visione della vita di tolleranza e di speranza e pone l’accento sull’importanza delle relazioni umane e sulla capacità di integrazione.

ELISIR –  Patrizia Gradito ci spiega perché ha scelto di collaborare con Viceconti?

PATRIZIA – Ho incontrato Nicola Viceconti per tradurre i suoi testi e per stilare note critiche delle sue opere letterarie. Poi, leggendo le sue opere avvincenti, ne sono rimasta profondamente colpita e, ad una ad una, dai racconti a “Nora Lopez”, da “Cumparsita” a “Due volte ombra”, Viceconti è riuscito a trasmettermi il rispetto, la passione e la curiosità per il mondo ispano-americano. “Èmet”, ad esempio, mi ha permesso di vedere certi aspetti della storia tedesca e del Nazismo che conoscevo appena. Ha stimolato in me la voglia di approfondire certi eventi storici, di riprenderne altri e di riparlarne. Ho trovato la sua produzione emozionante, ricca di spunti interessanti e di una certa levatura, con molti richiami all’espressionismo tedesco, che  in effetti ha agganci con il realismo magico, corrente letteraria che ho approfondito proprio grazie a Nicola Viceconti. Una passione autentica la sua che trascina, contagia e che ora condividiamo.

Del resto il nostro viaggio in Messico ha rappresentato una rivelazione per entrambi, sia dal punto di vista naturalistico, sia da quello archeologico e letterario. Disertando le rotte turistiche consuete, si è trattato di un’ esplorazione nel cuore del mistero della cultura messicana, dove lo sguardo poetico di Nicola ci ha accompagnato a cogliere le sfumature più intense di questa terra, regalandoci incontri, colori, sfumature, emozioni e l’autenticità di un popolo saldo nelle tradizioni, nei valori dell’amicizia e della tutela della collettività, soprattutto a  Misantla, cittadina dello stato di Veracruz, in cui il rapporto con le persone è stato molto stretto. Giorni memorabili vissuti con il cuore aperto all’esplorazione di usi, costumi e di una cultura ricca di storia, miti, natura, leggende e reminiscenze ataviche,  che si è tradotta poi in un magico scambio di prospettive, commozione e riflessioni esistenziali. Questa esperienza ci ha regalato l’ispirazione per una narrazione che osserva percorsi di vita e scelte senza moralismi e con una scintilla di meraviglia, per cui la magia più preziosa è quella dell’ascolto e dell’incontro. Collaborare con Nicola è entusiasmante, il nostro è uno scambio complesso e di costante nutrimento, una complementarità che ha dato luogo a un vero connubio di cui sono grata.

Mi ha molto colpito il rispetto e l’importanza che i poeti e la poesia rivestono per i messicani in generale e dei misantechi in particolare, quale strumento per loro di espressione e condivisione popolare per eccellenza. In occasione di una visita ad una scuola primaria, Nicola Viceconti ha avuto l’iniziativa di lanciare un laboratorio di poesia a piccoli gruppi, subito accolta favorevolmente. Quella è stata un’esperienza davvero significativa, gioiosa e molto emozionante. In quell’occasione, a contatto con i bambini, ho constatato la generosità di Nicola Viceconti e la sua capacità di giocare con le parole, di far esprimere ai bambini lo sguardo poetico sulla vita, come qualcosa di familiare, tangibile, naturale. Ho assistito al processo creativo in cui i bambini hanno composto insieme a lui una poesia dal titolo “El perro y el pinguino”, delicata e divertente, che narra di un pinguino che nella piazza di Misantla incontra un cagnolino legato alla catena il quale, una volta liberato, sotto il caldo torrido, gli offre un gelato. La tenerezza e la delicatezza che lo contraddistinguono si accostano molto al personaggio che illustrava le sue poesie, Simplicito, l’acquerello del pittore argentino Roly Arias, che sottolinea alcuni versi di Viceconti.

Copertina

@ElisirLetterario – all rights reserved

 

 

Recensioni

Il vento e le promesse

9788866443872_0_0_0_75

     Una toscana a New York tra politica e romanticismo: il dietro le quinte delle ultime elezioni americane

Antonella Gramigna – Giuliano Ladolfi Editore – 2018 – 140 pagine – € 12,00

_____________________________________________________________

Correva l’anno 2016 e l’America viveva un momento storico assai particolare, quello del cambio della presidenza dopo Obama, nel medesimo periodo in cui in Italia c’era il referendum costituzionale, mentre negli Stati Uniti d’America la corsa alla Casa Bianca vedeva in gara Hillary Clinton e Donald Trump.

“Il vento e le promesse”, il romanzo d’esordio di Antonella Gramigna, è l’avvincente storia di un’avventura politico-sociologica-passionale che trasporterà la Anne della finzione narrativa, ma forse anche la Antonella che ne è l’autrice reale, attraverso vicissitudini nell’ambito della politica in una città come New York, raccontata da colei che ha vissuto dietro le quinte l’organizzazione della mastodontica macchina elettorale.

“Il vento e le promesse”, è un romanzo di attualità che tra qualche decennio potrebbe forse venir collocato nella categoria letteraria denominata romanzo storico, poiché racconta la storia politica di un Paese – gli Stati Uniti – e sullo sfondo quella di un paese molto più ristretto, l’Italia.

C’è Anne, donna non giovanissima, ma sempre innamorata della vita, delle passioni e dei forti ideali che l’hanno sempre contraddistinta, un essere semplice, capace di amare alla follia, ma di soffrire altrettanto, che parte dall’Italia, chiamata a lavorare nello staff di comunicazione della campagna americana alle presidenziali, un invito arrivato all’improvviso come un vento forte e deciso, carico di promesse scrive l’autrice, e da questa definizione trarrà poi spunto per il titolo del libro.

Il team americano è preparato e very cool e Anne è molto emozionata, ma anche assai orgogliosa di farne parte. Dalla sua ha l’intelligenza e un ottimo curriculum, nonché un fidanzato protettivo rimasto a casa  che la chiama ogni giorno, che la supporta e la sprona a seguire le sue passioni e a far tesoro dell’esperienza americana.

Tutto inizia bene, dopo le prime notti in albergo Anne approda in un grazioso appartamentino nel cuore di Soho, il quartiere più cool di Manhattan, che sarà la sua casa nei mesi di questa full immersion negli States, la vicina di casa è una simpatica violinista e i suoi colleghi sono davvero very friendly e la accolgono nel team nel migliore dei modi. Il lavoro – le spiegano – sarà duro, del resto studiare la strategia di comunicazione per la politica di un’aspirante candidata alla Casa Bianca non è certo cosa semplice, né capita tutti i giorni, ma il boss, Mister Liam Benson, è deciso, determinato e carismatico, ma è anche un tipo alla mano e la sua assistente di colore Mary Ann, appassionata di tutto ciò che arriva dall’Italia, le si dimostra subito amica.

In tutto il romanzo si parla di politica, si fanno parallelismi tra la bionda Hillary e il fiorentino Matteo Renzi, si racconta della Leopolda e del tax gap, il sistema fiscale che Obama ha sempre tentato di aggiustare in qualcosa di più equo, si fanno confronti tra il sistema fiscale del nostro paese con quello americano, ci sono paragrafi di economia, discorsi sulla finanza e accenni di geopolitica, che fanno de “Il vento e le promesse” un libro un po’ atipico, a metà tra il romanzo e il saggio. Da un momento all’altro, ti aspetti la storia d’amore travolgente, magari col manager americano dagli occhi magnetici tutto dedito alla carriera, che viene conquistato dall’empatia e dall’intraprendenza di Anne, ti aspetti il coup de foudre, come in ogni buon film americano che si rispetti, con in sottofondo la musica di Ed Sheeran e James Blunt.

Le pagine scorrono veloci ed è solo verso la fine che qualcosa si muove in tal senso, ma la love story tra i due è solo appena sfiorata durante una cena elegante, sul battello che naviga lentamente l’Hudson al tramonto. E’ qui che Mister Liam confessa ad Anne un dolore antico e Anne, sebbene combattuta, conviene che la sua vita è nella sua Toscana, così finisce ancor prima di iniziare una di quelle storie che potevano essere ma che non sono state.

Intanto i giorni si susseguono veloci e i preparativi per l’elezione del quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America si fanno sempre più convulsi.

Camminando per la Grande Mela la protagonista si lascia docilmente travolgere dal flusso della folla e dalla vita che pulsa frenetica in quella città che non dorme mai.

Essere newyorkese è uno stato mentale si convince Anne, mentre cammina a naso in su nella verticalità di Manhattan, mostrando al lettore quella New York che conosciamo soprattutto dai film e quell’America in cui tutto può accadere e dove ogni sogno può avverarsi.

Intanto i due candidati alla Casa Bianca non si risparmiano stoccate e colpi bassi di fronte a cento milioni di telespettatori, futuri votanti. Hillary accusa Donald di varie nefandezze, e lui controbatte che lei, con tutto il suo sbandierato femminismo, si presenta ancora con il cognome del marito. Trump ha dalla sua il forte potere economico e la parte americana meno democratica e più conservatrice. La Clinton è invece più comunicativa e, forse, più vera, tanto che inizialmente sembra essere lei quella con più consensi.

E’ autumn in New York e, proprio come nel capolavoro cinematografico di Joan Chen con Richard Gere e Winona Ryder, Central Park offre un romantico e scenografico spettacolo di colori, che Antonella Gramigna sa descrivere molto bene. Anche qui sembra quasi di sentire una delle struggenti colonne sonore dei tanti film che hanno avuto come palcoscenico queste straordinarie location.

Attraverso la campagna elettorale americana, la protagonista ripercorre la sua vita in flash back, il suo impegno politico fin da giovanissima, la sua preparazione che l’ha portata fin oltreoceano e che sembra aver conquistato tutto il team americano, ma proprio quando Anne si era quasi abituata alle diverse abitudini, alla pioggia di New York, al traffico frenetico e perfino al caffè lungo americano, quella bevanda scura che definirla caffè è ingiuria, arriva l’ora di risalire su quell’aereo che la riporterà in patria.

“Il vento e le promesse”, che termina con una mail lunga e appassionata, inviata un anno dopo a Mister Liam, è la giusta lettura per capire un po’ di più il sistema politico americano, per trovare stimoli a credere che con l’impegno e il continuare a confidare nei propri sogni si possa ancora cambiare un sistema che non ci piace, ma è anche utile per immergersi in scenari tipicamente newyorchesi senza muoversi dal proprio divano.

L’autrice spesso usa citazioni, non ultima quella presa in prestito da una canzone dell’atipico trio Sergio Endrigo, Giuseppe Ungaretti e Vinicius de Moraes, la vita è l’arte dell’incontro, e sostiene che oggi noi siamo esattamente il prodotto di ciò che abbiamo vissuto, con ogni sfaccettatura. Con gioie e dolori, perdite e amicizie nate per caso, delusioni e passioni che ci accompagnano. Talvolta si rimane scottati, ma dopo un bel respiro occorre rialzare la testa, e continuare a inseguire i nostri sogni. Mai fermarsi nel percorrere la vita.

E a noi di Elisir viene anche voglia di aggiungere “Yes, we can!”

@ElisirLetterario – all rights reserved

 

Recensioni

Il valore dello scarto

Valorescartocover.jpg

Sette illustri testimonianze che spiegano perché ciò che per molti è scarto diventa risorsa per altri

Il valore dello scarto – Carla de Angelis e Stefano Martello –                                          Fara Editore – 176 pagine – € 15,00               

__________________________________________________________

Il valore dello scarto (Fara Editore) è un lavoro curato da Carla De Angelis e Stefano Martello che raccoglie, inoltre, contributi di Annalisa Ciampalini, Claudio Fraticelli, Alex Celli, Bruno Barlassina, Alessandro Lamberti.

Entrare eccessivamente nei dettagli dei loro scritti sarebbe intrusivo, perché è onesto che ciascun lettore tragga dagli autori stessi il senso più profondo e autentico delle loro teorie.

Leggerli, sorprende: la luce narrativa di ciascuno di loro illumina aspetti della nostra vita con enunciati e teoremi dimostrati, parola su parola. 

Lo scarto è sviscerato in ogni suo aspetto, nella vita in comune, nella poesia, nelle emozioni, nell’insegnamento e nel percorso educativo, nella partecipazione pubblica, nel settore del diritto, nel mondo del mito, nell’architettura urbana.

Scrivono Carla De Angelis e Stefano Martello nella loro introduzione:

“ (…) valore e scarto – abilmente evocate da un Editore – (…) sono state queste due parole a imprimere prepotentemente una direzione a questo testo, accorciando tempi di riflessione sempre più morbidi e languidi imponendo a coloro che scrivono di trasformare il proposito in progetto.”

Annalisa Ciampalini, nell’indagare lo scarto educativo, sollecita il ruolo della scuola che, già di per sé, dovrebbe costituire una società inclusiva e che, invece, a volte finisce per essere un luogo che facilita lo scarto umano ingessando processi di apprendimento in metodi non sempre adeguati.

E Stefano Martello procede con l’interessante analisi del valore dello scarto nella partecipazione pubblica, un passo dopo l’altro nella storia dentro la nostra società, includendo mirabilmente, nel suo percorso, l’efficace citazione di Trilussa: “Sovrano come er popolo sovrano che viceversa nun comanna mai”.

Incalza poi Claudio Fraticelli che si addentra nel disaminare il diritto tra valore e scarto che “ (…) significa per un giurista occuparsi di termini fondamentali per le sue conoscenze.” Fa notare inoltre che “ (…) il diritto si nutre e si struttura per mezzo del linguaggio; la sua esistenza è affidata alla misteriosa capacità comunicativa degli uomini”.

Si apre poi il capitolo di Alex Celli che è un viaggio nella spiritualità e nelle religioni, nel mito, tra gli eroi antichi e moderni, sacri e profani, nel culto della magia legata all’idealizzazione eroica di un uomo… sempre alla ricerca del valore dello scarto.

Segue la puntuale argomentazione di Bruno Barlassina che spiega il valore dello scarto in architettura: “Intervenire su un luogo di scarto, che sia un territorio abbandonato o una costruzione dismessa, equivale a relazionarsi con due entità imprescindibili: il Tempo e lo Spazio.”

Eliminare o mettere da parte? E’ la domanda inevitabile con cui si chiude l’opera.  Questo ultimo capitolo, scritto da Alessandro Ramberti, si apre con alcuni versi di una poesia di Carla De Angelis: 

Porto sulle spalle

quel milione di cose come pegno di vita

Ora me ne disfo con un leggero malessere (…)

E prosegue l’autore, entrando nella peculiarità del suo dire: “ Dunque lo scarto del despota produce un cambiamento fondamentale (…) Il tiranno tende a eliminare le differenze, a reprimere le libertà, a togliere dalla circolazione gli elementi inutili, difettosi, quelli che considera dannosi al suo ordine”. Egli inoltre si sofferma sull’accezione positiva della parola scarto, un valore che il termine assume quando “lo scarto diventa etico, orientato al bene comune. Pensiamo allo scarto delle cose pericolose per la salute (…)”.

Con questa brevissima panoramica che percorre i vari capitoli, vogliamo soltanto solleticare l’interesse del lettore verso la lettura diretta di questo lavoro prezioso e assai originale.   

Mi piace pensare a questo libro con un velo di magia, per associarlo al ricordo di una consueta attività nella quale mi immergevo da ragazza, durante le sere invernali in cui non riuscivo a stare con le mani in mano davanti alla televisione. Con gli scarti della lana, con gli avanzi di maglie e sciarpe già finite, lavoravo quadrati all’uncinetto, di tanti colori, recuperando guglie di lana e piccoli gomitoli che, diversamente, sarebbero rimasti inutilizzati.   Da soli, quei quadrati, non avevano un senso né un uso possibile ma, quando erano tanti, li univo, sempre usando il filo di lana e l’uncinetto, con il punto basso. Ne facevo coperte che, in seguito, hanno avuto l’importante ruolo di scaldare le notti dei miei figli. E ancora girano nella nostra casa.

Allo stesso modo, le parole di questi autori hanno tessuto nove grandi riquadri, lavorando, con vari colori tematici, il filo dello scarto. Ogni quadrato, di suo, pur essendo un raffinato capolavoro, resta immobile nella sua essenza ma, unito a tutti gli altri, nel libro che andrete a leggere, acquisisce una funzione specifica perché assume il valore di una coperta di lana che scalda le notti dei figli del nostro tempo storico, eredi indiscussi della precarietà.

È una coperta da leggere attentamente e lentamente affinché si possa sedimentare il contenuto delle tematiche illustrate dagli autori.

Ogni parola di quest’opera, proprio come ciascuno dei punti a maglia della coperta, costituisce per il lettore una salda occasione di riflessione, ancorata all’espressione cultuale e alla squisita sensibilità degli autori. 

Concludo mettendo in risalto  la forza persuasiva del capitolo scritto da Carla De Angelis:

Vita  in comune e poesia: 

“Forse è cosí che si muore 

svuotando e regalando

un motivo per contare le stelle rasentare il fiume

e parlare alla luna

Mille motivi per tenere uno zerbino alla porta

per asciugare i piedi di mare e lacrime di sale” .  

Già solo la potenza della frase poetica basterebbe a rendere chiara l’immagine legata al malessere profondo di questo nostro tempo storico: ci appesantiamo di ciò che ci abbrutisce e ci disfiamo di ciò che potrebbe salvarci. Quello che ha valore per la nostra società si muove, troppo spesso, contro l’autentica essenza umana e quindi dobbiamo ritrovare, in noi e intorno a noi, il valore dello scarto per garantire all’umanità nuovi orizzonti.

@Laila per Elisir Letterario– all rights reserved

Recensioni

IL MARE E NON SOLO La forza poetica di una piccola grande poetessa

Mifidodelmarecover

Mi fido del mare – Poesie – Carla De Angelis – Fara Editore  2017 –

108 pagine – €10, 00

____________________________________________________________

Amo così tanto il mare

che vedrei azzurra anche la morte

se mi cogliesse mentre nuoto

verso l’altra sponda”.

Carla De Angelis, scrittrice, poetessa e infaticabile portatrice sana di bella poesia nelle biblioteche e nei luoghi più affascinanti della Capitale, non è nuova a dichiarazioni d’amore verso il Mare. Già negli anni precedenti l’uscita di questa deliziosa silloge di ben novantadue liriche senza titolo, sempre per Fara Editore, aveva pubblicato Salutami il mare e, per i tipi di Progetto Cultura, Mi vestirei di mare.

Ma perché fidarsi del mare? Per la sua bellezza, poesia, vastità e musica? Per essere metafora di vita in movimento, di viaggio e di Natura allo stato puro? Per il suo profumo e per l’energia che emana, per il suo essere così variabile e volubile? Perché è maestoso e sublime, per i suoi colori, per saper accogliere e restituire i raggi del sole? Certamente per queste e per molte altre ragioni ancora.

Mi fido del mare ci racconta di emozioni e ricordi, dell’infinito e dei miracoli della natura, quella di Carla De Angelis è una poesia evocativa e profumata – non solo di mare – dolce e penetrante, benefica come una tisana di cardamomo e zenzero in un piovoso pomeriggio d’inverno.

In ognuna delle liriche è evidente la ricerca della parola, che non è mai ridondante o barocca, ma è invece suono e musica, ed è persino, talvolta, intrisa di sottile ironia, proprio perché l’autrice sa essere assai abile con l’uso del verso poetico e conosce perfettamente la via preferenziale per arrivare dritta al cuore di chi legge.

Ci sono i semi e le zolle, i tramonti e gli albatros in queste pagine e anche l’acqua e la farina per impastare il pane e le foglie alzate dal vento (Me ne andavo/ a passo svelto/ il vento diveniva bufera/disordinava le cose/ vestiva di foglie le case).

Quella di Carla è anche una poesia sincera che, proprio come il mare, non si traveste, non vuole apparire bensì semplicemente essere, ed è anche in questo la sua forza.

L’autrice possiede inoltre un perfetto senso del ritmo, tanto che ascoltando alcuni versi sembra di ascoltare una musica (…la strada è tracciata – fingo di non saperlo – provo a recitare. Sono un contorno del mondo/ non oso deviare). Nelle poesie della De Angelis è presente anche l’accettazione, serena, della vita che comunque è stata poco generosa:

Non sappiamo fare di più che

apprendere a vivere e morire

E credere di vivere ogni giorno

insieme a nostalgie che spingono altrove

come la corrente un tronco sul fiume.

Ma il mare della poetessa è anche salato, proprio come le lacrime, e i versi di Carla cantano anche di quel malefico incantesimo che ha portato via la bellezza alla sua bambina appena venuta al mondo, proprio come nelle favole, sebbene non a causa del sortilegio di una fata cattiva, bensì per volere di una luna nera, di certo invidiosa di una fresca, felice maternità. A saper leggere tra le righe e tra i versi, si intravedono sullo sfondo le vecchie streghe della società agreste e contadina del meridione, le janare beneventane (anticamente nel meridione si riteneva che i bimbi che manifestavano improvvisamente deformazioni nel fisico, fossero stati nottetempo passati attraverso il treppiede che si usava nel focolare per sostenere il calderone. “La janara ll’è passato dinto ‘u trepète“, ovvero “La janara lo ha fatto passare attraverso il treppiede“).

La luna invidiosa della tua bellezza

quella notte si posò accanto al tuo lettino

rubò qualcosa di te

basterà la vita per ritrovarlo?

 In Mi fido del mare il richiamo a questo dramma è intuibile più volte, come ad esorcizzare un dolore che è ineluttabile e sempre presente, ma che l’arte poetica della De Angelis riesce magnificamente a illuminare di una Luce che sfiora il divino.

Tutte le poesie sono scritte con un ritmo pacato, proprio di un’anima zen qual è quella dell’autrice e il libro si fa leggere in un fiato, proprio perché è un concentrato di bellezza. Salvo poi riprenderlo in mano e leggerlo ancora, per trovare nuove chiavi di lettura come, ad esempio, quelle dell’ignoto e del viaggio, come metafore della vita di ognuno di noi. E, ancora, una terza volta, quando scende la sera e il mondo abbassa il volume del suo rumore, per lasciarsi condurre dal fluire delle parole, come immersi nell’acqua trasparente e cristallina in un torrente di montagna, a percepire l’armonia e l’intensità delle parole che Carla De Angelis ha saputo accordare come il migliore dei musicisti accorda il suo strumento.

E chiudiamo con la penultima delle sue liriche, in cui abbiamo ritrovato sì l’accettazione, ma anche quella virtù ormai in via di estinzione che si chiama temperanza.

Non voglio perdere l’emozione

di scrivere in corsivo

di guardare il cielo punteggiato di stelle

intascare quell’eternità che fa precario

il nostro passaggio

 Abbiamo sogni stesi al sorriso

tagliamo ostacoli

col respiro che si affanna

occhi che si specchiano in altri occhi

poi lentamente o di corsa

con amore o con rabbia

l’eco della vita sarà inferno e paradiso

 

@ElisirLetterario – all rights reserved

 

 

Recensioni

IL VENTO POETICO DI MARIANO CIARLETTA

il-vento-torna-sempre-532681

Il vento torna sempre – Poesie e Aforismi – Mariano Ciarletta – La Vita Felice – 2018 – 44 pagine – €10, 00

__________________________________________________________

Il vento torna sempre, piccola silloge poetica del giovanissimo salernitano Mariano Ciarletta, che a soli ventisei anni ha già all’attivo tre romanzi horror e quattro raccolte poetiche ed è dottore in Conservazione dei Beni culturali presso l’Università degli studi di Salerno, è arrivata a noi di Elisir Letterario proprio come un fresco vento di primavera.

Composto da ventisei poesie e ventiquattro aforismi, con la preziosa prefazione di Rita Pacilio, il libro prende il titolo dal verso che chiude la lirica intitolata Segreto, in cui si percepisce giusto un accenno di soave erotismo.

Amori giovanili (e come poteva essere diversamente?), tormenti dell’anima, emozioni, instabili equilibri, sensazioni, vissuti quotidiani e quel mal de vivre proprio degli animi sensibili di poeti e artisti d’ogni tempo permeano ogni pagina di questo grazioso libro. E si avverte anche quella dicotomia tra la volgare realtà quotidiana e la purezza di vivere appieno la vita, con il vento sempre presente, metafora di impermanenza e instabilità.

Dalla poesia Crisalide che racconta una storia di bullismo, ha vinto concorsi letterari e ha lasciato evidenti cicatrici nell’animo del poeta (…I segni restano/nel gesto/nella risata/quello schiaffo…), è stato realizzato un videoclip molto apprezzato dal popolo del web.

Interessante anche la lirica Il cuore dei numeri, intrisa di tenerezza, in cui si indovina un delicato rapporto padre – figlio, in bilico tra razionalità e pragmatismo paterni e poetici voli letterari giovanili.

…Tu hai i numeri,

io le domande.

Ma se anche i numeri avessero un cuore?

Forse anche le addizioni sanno fare l’amore.

Covare emozioni tra prosa e calcoli.

Siamo rette parallele,

l’abbraccio di numeri e lettere.

E il vento di Mariano tocca e smuove anche le corde del lettore maturo, che rivive certamente quel tempo in cui arrendersi al giogo della vita ancora pareva possibile e riassapora il gusto di quelle lotte giovanili, innescate non solo con sé stessi, per poter conquistare il proprio posto nel mondo.

Il vento torna sempre anche in Non ti dirò che t’amo e nella poesia che segue, Acerbo, in cui …il sussurrare del maestrale/mi chiederà di te/ferendo a sangue la lingua di orgoglio, dove l’amor perduto è cantato quasi come ai tempi dell’amor cortese, perché tale è l’animo di Mariano Ciarletta.

Seppure gli aforismi che completano questo libro siano certamente intelligenti, ben congegnati, a volte divertenti e con un ottima sintesi, preferiamo il Mariano poeta, perché è nella poesia che questo énfant prodige dà sicuramente il meglio di sé. In particolare nella lirica Madri è racchiusa tutta l’essenza poetica dell’autore.

Ciò che fanno le madri

è annusare la tua essenza.

Ciò che le madri sanno

i sorrisi, i dolori.

Le madri sentono

come sentinelle alla torre.

Le madri prevedono

i morsi sul cuore

e l’acido nelle vene.

Le madri sanno ciò che noi sapremo.

Chiudiamo questa “chicca” di piccolo grande libro, Il vento torna sempre di Mariano Ciarletta, con un paio di piccoli concentrati di saggezza sui quali vale la pena riflettere:

Siamo bravi a ferirci ancor prima che la vita ci abbia parlato di dolore.

Ci ostiniamo a inseguire la perfezione nonostante sia l’imperfezione a renderci veri.

 

@ElisirLetterario – all rights reserved

 

interviste

DALLA POLITICA AL ROMANZO

Incontro con Antonella Gramigna che racconta come l’impegno politico e sociale sfocia nella recente passione per la scrittura.

1175251_10201877014598206_1896573690_n.jpg

Antonella Gramigna, nata a Pesaro, ma ormai toscana pistoiese a tutti gli effetti, è una grande comunicatrice, con esperienze agli alti vertici della politica italiana. Laureata in Comunicazione con Master in orientamento e promozione della salute, fin dalla giovanissima età si è occupata di informazione, comunicazione istituzionale e politica ed è anche molto attiva sul fronte dell’associazionismo. Tutto il suo background maturato in campo politico le ha ispirato un romanzo, Il vento e le promesse (Giuliano Landolfi Editore), una storia assai originale che racconta l’esperienza di Anne chiamata a New York ad affiancare il team della campagna elettorale americana, mentre in Italia si è alle prese con il referendum costituzionale. Passioni, ideali e lotta politica accomunano la protagonista del romanzo alla sua autrice, che Elisir Letterario ha voluto sottoporre prima a un botta e risposta per individuarne gusti e preferenze e dopo a un’intervista più approfondita che racconta di Antonella Gramigna anche i lati più nascosti.

Bene Antonella, allora sei pronta? Cominciamo?

ELISIR – Colore preferito?

ANTONELLA – Nero. 

ELISIR –  Cibo preferito? 

ANTONELLA – Crostacei. 

ELISIR – In cucina come te la cavi? 

ANTONELLA – Abbastanza bene, amo il buon cibo.

ELISIR – Attrice preferita?

ANTONELLA –  Meryl Streep.

ELISIR – Attore preferito?

ANTONELLA –  Richard Gere.

ELISIR – L’uomo che vorresti essere?

ANTONELLA –  Mio marito. 

ELISIR – Se tornassi a nascere, uomo o donna e perché? 

ANTONELLA – Uomo, per provare la differenza e, forse, per capire meglio l’universo maschile. 

ELISIR – Genere di film preferito?

ANTONELLA –  Romantico e a sfondo sociale.  

ELISIR – Genere di lettura preferito?

ANTONELLA –  Narrativa e poesia. 

ELISIR – Scrittore preferito? (Citane uno italiano e uno straniero) 

ANTONELLA – Difficile la scelta, c’è un bel panorama sia italiano che straniero.    

ELISIR – Genere musicale preferito?

ANTONELLA – Jazz, anni ‘80 e qualcosa di contemporanea. 

ELISIR – Cantante (italiano e straniero) preferito?

ANTONELLA – Baglioni e Adele.

ELISIR – Ok, il primo round l’hai superato brillantemente, passiamo ora all’intervista … seria!

Perché scrivere? Come e perchè è nata questa esigenza?

ANTONELLA – Scrivere è porre su carta ciò che siamo, ciò che pensiamo, insomma noi stessi. Non è stata un’esigenza, ma il desiderio di rendere indelebile come lo scritto è, una storia.

ELISIR – Cosa significa per te “scrivere”?

ANTONELLA – Un canale per dare corpo ai pensieri, alle riflessioni e alla fantasia, alle  emozioni. 

ELISIR – Come scrivi? Carta e penna, moleskine e taccuino sempre dietro, oppure I-pad e lap top?

ANTONELLA – Oggi uso prevalentemente I-Pad  o I-Phone, più facile e immediato, un tempo lapis e taccuino.

ELISIR – Quanto c’è di autobiografico nel tuo ultimo libro “Il vento e le promesse”? 

ANTONELLA – Molto di me. La mia vita è in quelle pagine, come penso siano molto autobiografici tutti i libri per chi li scrive, anche se frutto di fantasie.

ELISIR – Visti i tuoi trascorsi in politica e di esperta di comunicazione, ci è sembrato che Antonella e Anne siano un po’ la stessa persona. Quindi raccontaci un po’ di cosa parla questo tuo romanzo di esordio e com’è nata l’esigenza di voler mettere per scritto questa storia.

ANTONELLA – Ho voluto raccontare un’ esperienza per me molto importante, con annessi e connessi: emozioni, aspettative e delusioni. Volevo lanciare anche un messaggio al mondo politico, quello di non tradire mai le promesse fatte, perché anche in Italia e non solo negli Stati Uniti, poi certi tradimenti si pagano. 

ELISIR – Qual è stato il tuo metodo di scrittura? Hai una trama in testa e vai “ a braccio” scrivendo la storia man mano che ti si dipana davanti, oppure usi la scrittura architettonica, metodica, mettendo sulla carta trama e  personaggi e poi come un sarto cuci il tutto?

ANTONELLA – Scrivo, butto giù spontaneamente pensieri rincorrendo una trama ideale “a braccio”. Non cucio, nessun lavoro di sartoria, ma un percorso lineare di storie che si susseguono,  così come la mente riesce a comporle dandole un senso. 

ELISIR – Quando scrivi lo fai con costanza, oppure ti lasci trasportare dall’incostanza dell’ispirazione?

ANTONELLA – Attendo il momento propizio, non sempre la giornata è quella giusta. Per scrivere questo libro ho passato giornate intense a scrivere e cancellare, e poi a riscrivere. E mesi di silenzio interiore. 

ELISIR – Qual è il tuo luogo e il tuo tempo per la scrittura?

ANTONELLA – Ovunque e sempre, quando c’è lo stimolo, il richiamo forte di farlo. 

ELISIR – Siamo tutti d’accordo che per poter scrivere bisogna essere accaniti lettori. Tu quanti libri leggi all’anno?

ANTONELLA – Leggo abbastanza, ma non sono costante, spesso passo da un libro all’altro perché mi stanco di leggere lo stesso autore. Forse perché non vengo catturata dalla storia? Può darsi. Non ho molto tempo per leggere, però mi piace molto e cerco di ritagliare spazi per poterlo fare.

ELISIR – Qual è il libro che hai al momento sul tuo comodino?

ANTONELLA – Un libro molto tecnico professionale, di comunicazione politica. Sto studiando per un Master ! 

ELISIR – E ora che il tuo libro sta ottenendo consensi in tutta Italia, fioccano le richieste di presentazioni e le interviste, ora che….forse ci hai preso gusto, stai lavorando a qualche altro progetto editoriale?

ANTONELLA – Ci sto pensando, ma per adesso ho altre priorità. Una tesi prossimamente da discutere, impegni politici e familiari… e intanto la mente frulla. Chissà…. 

ELISIR – Secondo te basta aver pubblicato un libro per essere considerati “Scrittori”? Cos’è che fa di una persona uno “Scrittore”?

ANTONELLA – Assolutamente no. Oggi, a differenza di un tempo, moltissimi scrivono, pubblicano, ma credere di essere scrittori solo per questo sarebbe un errore. L’umiltà, almeno per me, è la base della vita, senza di essa c’è solo presunzione. E io non sopporto i presuntuosi. Chi è davvero grande non lo dice, lo è. E lo si vede. Per potersi sentire Scrittori (o Scrittrici) serve imparare molto, leggere molto e fare molteplici esperienze letterarie al fianco di chi può insegnare molto. Poi c’è la “Dote”, come dice sempre la mia cara amica poetessa Marina Pratici, ambasciatrice della cultura nel mondo, c’è chi ce l’ha nelle corde da sempre, chi nasce con questa peculiarità e chi cerca di averla. Non so se, come lei afferma, io sia “ dotata” di penna e parole, ciò che sento dentro, spesso, è una spinta forte, interiore, che trova spazio e forma nelle parole, messe così, una dopo l’altra, come fossero disegnate su di un pentagramma musicale. 

Queste parole formano pensieri e danno emozioni, prima di tutto a me stessa quando le rileggo, talvolta così tanto da piangere. Mi piace pensare di poterle trasmetterle anche ad altri. Tutto qui. Non mi sento scrittrice, forse più ricercatrice di emozioni. Mi piace di più.  Senza emozioni non c’è vita, non c’è amore, non c’è respiro. 

9788866443872_0_0_0_75.jpg

@ElisirLetterario – all rights reserved

interviste

I poeti sono gli enzimi della società

Dialogo con Terry Olivi sulla Poesia

Terry-Olivi.jpg Incontriamo Terry Olivi sulla straordinaria terrazza di casa sua, nel centro della città eterna che, con effetto grandangolo, affaccia sulla Basilica di Santa Maria Maggiore, su quella di San Giovanni e sul Colosseo e da cui si gode una vista mozzafiato.

Terry Olivi è una signora che parla con toni pacati, ama profondamente le piante e la Natura, è stata un’insegnante molto amata dai suoi allievi, ha pubblicato diversi libri di poesia, ma non è solo per questo che la si può definire poetessa. Terry Olivi è poetessa in ogni suo gesto e in ogni sua parola.

E così, tra l’azzurro del plumbago, il rosso dei peperoncini e le diverse tonalità di verde delle sue piante, guardando il tramonto su una Roma che da qui sembra ancora più bella, iniziamo la nostra chiacchierata.

ELISIR – Ciao Terry, perché iniziare un libro, il tuo “Nell’indaco notturno” con una fine, quella di tuo padre?

TERRY – “Nell’Indaco Notturno – Dialogo di un anno” è il libro di poesie che ho scritto nell’anno seguente la morte di mio padre, il tradizionale anno di lutto, in cui ho registrato giorno per giorno le mie emozioni, le mie tristezze, il mio dialogo con lui. Avevo bisogno anche di registrare per scritto i miei sentimenti, per chiarirli e per non dimenticarli…Volevo vedere quale sarebbe stato il sentiero interiore che avrei attraversato per dire addio alla figura  forse più importante nella vita di una donna. E’ stato una specie di  Qaddish del lutto, l’antica preghiera ebraica, che è parte dei rituali funebri.

Dato il rapporto burrascoso e difficile che abbiamo avuto fin dagli anni dell’adolescenza e poi via via attraverso gli anni della maturità fino alla fine, è stato anche un “Oseh Shalom”, una supplica per la pace.  Pragmatismo versus sogno, capacità decisionali versus  dubbi, una lotta continua tra di noi, la paura che la propria figlia non fosse in grado di inserirsi nella società,  che venisse sbranata dai lupi. La morte invece ha spazzato via il risentimento, le rabbie, lasciando emergere tutta la tenerezza, il rimpianto, il senso del tempo inesorabile. La fine allora ha rappresentato anche una rinascita interiore di un nuovo affetto più pacato, più dolce, più aperto alla vita.

ELISIR – Si elabora il lutto attraverso la poesia?

Per me l’elaborazione del lutto è passata attraverso la natura e la poesia. E’ avvenuto naturalmente, senza una decisione forzata. Forse perché sono abituata a scrivere e, stando da sola, in quel periodo cercavo isole e momenti per stare con me stessa, senza essere frastornata dai rumori del mondo, sentendo la necessità di comunicare con me stessa prima e con gli altri successivamente. E’ stato facile allora sentire il dolore e l’incredulità trasformarsi, grazie alla vicinanza di elementi naturali come gli alberi d’alto fusto nei bei parchi della città, l’osservazione del cielo, mutevole nei suoi colori al tramonto, all’alba, con la nebbia.

Osservando, contemplando a lungo, in silenzio, sentivo una grande consolazione, un senso di appartenenza. Ho voluto condividere poi queste emozioni. Alla fine di ogni scritto, anche di un piccolo testo, sentivo un senso di realizzazione, di gioia quasi.  

Tutto è iniziato qualche giorno dopo il funerale. Ho voluto fare la passeggiata che mio padre faceva tutti giorni con le sue due “canadesi” alla stessa ora al Colle Oppio, vicino casa, all’Esquilino. Passeggiando lentamente, da sola, tutti i giorni, praticando la meditazione camminata (suggerita dal monaco vietnamita Nich Nath Han), guardavo attentamente tutto ciò che mi  circondava, i lecci secolari, le rovine delle Terme romane, i pini a ombrello, i cipressi nel viale della Domus Aurea, e da lì è iniziato il mio dialogo botanico con lui, uomo di terra, contadino, che sapeva far crescere le piante.

Poi ho ampliato le mie passeggiate alle altre ville romane, Villa Borghese, Villa Celimontana, Villa Ada per finire poi all’Orto Botanico, specialmente nel Giardino Giapponese, sulla cui sommità ho sentito proprio di essere nella mia casa spirituale. La fioritura dei ciliegi era spettacolare!

ELISIR – Cos’è per Terry Olivi la poesia?

TERRYE’ il mio sentiero di ricerca interiore, il mio cammino verso una conoscenza del mondo più sottile, che a volte può portare al cuore delle cose, verso dimensioni altrimenti non percepibili, verso la bellezza. La dimensione della poesia per me non è soltanto capacità linguistica di costruzioni verbali, ma soprattutto una dimensione etico-estetico-emotiva che ti porta a scoprire e a ricercare aspetti poetici in tanti momenti della giornata.

ELISIR – Per scrivere belle poesie è davvero necessaria la sofferenza?

TERRYNo, certamente. Ci sono belle poesie di grande serenità, poesie dense di humour come la poeta polacca  Wisława Szymborska  ci insegna; ci sono tante poesie di sofferenza, è vero, perché forse la sofferenza riempie tanto le nostre vite e soprattutto perché esistono malattia e morte. Però a me piace dare, dopo aver parlato del dolore o dell’assurdità del nostro vivere, anche una speranza ed un sorriso al lettore.

ELISIR – Credi nel valore terapeutico della poesia?

TERRYSì, la poesia può essere terapeutica sia per chi scrive sia per chi legge. E’ terapeutica per antonomasia perché tende alla bellezza, all’armonia delle forme e del canto, alla composizione, al superamento delle bolle di sofferenza e di dolore. Nel momento in cui condividi il dolore, esso si attenua. La poesia è terapeutica perché è un piccolo grande atto creativo, che attinge all’inconscio. Portare alla luce le nostre ombre fa molto bene, ci cura l’animo. Condividere poi tutto questo con gli altri, chiude il cerchio. E’ una medicina naturale senza controindicazioni.

ELISIR – E’ vero che si scrivono poesie partendo da un’assenza? O forse da un paesaggio interiore?

TERRYL’emozione può nascere da qualcosa o da qualcuno che ci manca, ma può nascere da qualcosa che si osserva, che ci incuriosisce nel grande teatro della vita. La nostra terra è così grande e differente nei suoi aspetti, gli uomini poi offrono tanta varietà di comportamento, che il desiderio di scrivere  può nascere in qualunque momento.

ELISIR – Qual è il ruolo del Poeta oggi?

TERRYIn tempi così tecnologici, in cui l’economia e la tecnica sembrano dominare quasi in modo tirannico, mi sembra ancora più importante che esistano i poeti, persone che cercano di ricordare ai più distratti l’esistenza di altre dimensioni, di valori più spirituali, più umani. Anche se nascosti, tutti coloro che si occupano di arte, sono l’humus della terra, la terra fertile della società, gli enzimi che danno energia vitale al cibo.

L’arte della parola non può mai essere messa da parte perché il linguaggio è una caratteristica fondamentale dell’uomo. “All’inizio era il Verbo”, dice la Bibbia.

Oggi i poeti vivono quasi in modo nascosto, ma l’efficacia della poesia si fa sentire lo stesso, penetra tra le maglie sottili del nostro vivere comune, soprattutto nei momenti critici, quando la salute vacilla, quando si resta soli, quando la presunzione e l’arroganza diminuiscono.

ELISIR – Di cosa parlava la tua prima poesia? E quanti anni avevi quando l’hai scritta?

TERRY Naturalmente di una “cotta” non corrisposta! Verso i sedici anni quando, adolescente timidissima e insicura, pensavo che nessun rappresentante del mondo maschile avrebbe potuto interessarsi ad una coetanea scialba ed insignificante e che, per di più, diventava rossa come un pomodoro maturo alla prima parola!

ELISIR – La Natura è sempre costantemente presente nelle tue poesie. Ti è mai capitato di scrivere una poesia in un bosco o davanti al mare?

TERRYLa natura è la mia Musa, il mio sostegno, il mio “maestro”. E’ il mio tutto. Non c’è altro che io possa amare di più. Non finirei mai di parlare della luce, degli alberi d’alto fusto, dei colori sfumati del mare. Mi sembra di avere un dialogo costante e vibrante. Mi dà tantissime emozioni, mi fa tanta compagnia.

Quasi sempre i primi versi appaiono nella mia mente “in diretta”, proprio nel momento in cui sto vivendo un’esperienza. Ho dei pezzetti di carta rettangolari in borsa, dei veri “pizzini”, diverse penne di differenti colori, e lì incomincio a scrivere.

Ieri, per esempio, tornando dalla riviera ligure, ho scritto “in diretta”: ero in treno, scrivevo del mare mentre lo vedevo dal finestrino. “Le gazzette tra i ciuffi di canne stanno ferme al sole di mezzogiorno”.

ELISIR – Tu credi in una distinzione valida tra poesia e prosa?

TERRYNon è molto facile dirlo. Sono due dimensioni che a volte si avvicinano, si sovrappongono e a volte si allontanano completamente. A volte una prosa è tanto lirica che diventa poesia, a volte la poesia diventa piana, discorsiva, una vera prosa. 

Quale può essere la differenza? Forse un critico letterario può dirlo meglio. Per me nella prosa domina la razionalità, mentre nella poesia domina l’emozione. Forse nella poesia è più importante il ritmo, la musicalità, anche se la prosa ha un suo ritmo particolare.

ELISIR – Quand’è che una persona che scrive poesie si può considerare un poeta? Quali sono le caratteristiche che fanno di uno scritto poesia? Quando la “poesia” diventa Poesia?

TERRYAh, saperlo! Domande preziose a cui non saprei rispondere. Anche io faccio le stesse domande a studiosi,  linguisti, critici, senza avere mai una risposta soddisfacente.

Anche se pongo le stesse domande a me stessa, e capita moltissime volte, le risposte sono sempre incomplete, contraddittorie.

ELISIR – Cosa pensi della frattura tra poesia e pubblico?

TERRY La poesia è un’arte molto sottile, sofisticata direi, come tutte le altre forme di arte d’altra parte.

Sarebbe bene educare i piccoli studenti, fin dall’inizio del loro ciclo di studio, all’arte poetica come diversi insegnanti “illuminati” fanno, in forma giocosa, per avvicinarli a questa modalità di espressione. La didattica non sempre si è sufficientemente occupata dell’insegnamento della poesia, dei prerequisiti per accostarsi al mondo poetico: la capacità di osservare, di provare empatia, di sentire il ritmo, di fare associazioni.

D’altra parte il poeta nei suoi reading dovrebbe usare tutta la sua arte, i diversi toni di voce, il corpo, il ritmo, per catturare il suo pubblico, per chiuderlo piacevolmente nelle sue suggestioni. Carmelo Bene era un grande maestro in questo. 

Anche nella forma scritta a volte il lettore incontra molte difficoltà di fronte ad un linguaggio molto criptico, astruso, lontano dalla sua esperienza. Per cui, dopo alcuni tentativi di comprensione, lascia il libro, senza continuare più la lettura. 

ELISIRSecondo te quali sono tre opere poetiche da salvare dalla distruzione del pianeta?

TERRYI poemi omerici innanzi tutto: l’Iliade e l’Odissea. Sono dei grandi classici, degli “ever green” che sempre ci procurano stati di estasi nella lettura sia per la lingua greca, così tanto musicale,  sia per l’enorme estensione dei fatti umani presi in considerazione: dalla guerra fra popoli ai sentimenti di un individuo singolo.  Macropoesia e micropoesia. 

Salverei anche le due tragedie di Sofocle: Edipo re e Edipo a Colono. Mi affascinano di questa scrittura la musicalità, la consapevolezza dell’infelicità umana, la dignità della sofferenza e la percezione dell’oscura forza del fato. Meraviglioso Sofocle!

Il terzo blocco è l’opera poetica di Bashō, il grande maestro giapponese di hai-ku, del XVII secolo.

Dopo la Natura, è il mio secondo “maestro”, un sensei come dicono nel paese del Sol Levante.

E’ stato un grande haijin, scrittore di hai-ku, poesie minimali di tre versi, ma molto intense, in cui è racchiuso un evento su cui meditare. Ecco un hai-ku molto famoso: 

Sera 

tra i fiori si spengono 

rintocchi di campana

 ELISIR – C’è un momento particolare della giornata in cui ami scrivere?

TERRYIl mio momento magico di preparazione alla poesia è il crepuscolo, quando la luce si colora di indaco e di viola, le prime luci si accendono e tutto sembra un presepe. E’ un’altra dimensione spirituale, mi sembra di entrare in un mondo parallelo. A volte mi sento un po’ Harry Potter.  Il momento della scrittura invece è la notte. Tutto è silenzio, nel cielo splende la luna, (io sono un’ammiratrice eterna dell’astro notturno) e allora mi sento completamente libera di esplorare altri mondi o, più semplicemente, il mio inconscio.

ELISIR – Scrivi di getto o le tue poesie sono frutto di lunghe riflessioni?

TERRYRifletto prima di scrivere su un certo evento, ma, una volta scritto, non riesco a cambiare molto, a correggere minuziosamente. La mia è una scrittura essenzialmente spontanea, mi sembra, piuttosto semplice.

ELISIR – C’è un libro, poesia o prosa, che vorresti aver scritto?

TERRY Mi sarebbe piaciuto aver scritto “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan  Kundera, un libro che ho tanto amato. Ma anche “Braci “ dell’ungherese Sándor Marái.

ELISIR – C’è stato un incontro nella tua vita che ti ha particolarmente segnato e che hai ricordato nelle tue poesie?

TERRYQuello con un mio collega di scuola, quando insegnavo a Valmontone, nei primi anni della mia attività scolastica. Era un docente coltissimo, preparato, innamorato della poesia e della filosofia. Da lì è iniziato il mio battesimo alla poesia e al pensiero riflessivo. Camminavamo molto in campagna e lui recitava a memoria versi in italiano, in latino e in greco. Bellissimo!

ELISIR – Spiega ai nostri lettori da quale poesia bisognerebbe partire per avvicinarsi alle tue opere, al tuo lavoro.

TERRYPenso che la mia poesia sia tanto semplice e comprensibile che l’eventuale lettore non abbia bisogno di una preparazione particolare. Si può capire, anche iniziando “a freddo”.

Forse soltanto per gli hai-ku bisognerebbe leggere gli hai-ku dei maestri giapponesi classici: Bashō, Issa  Kobayshi, Buson, Shiki. Questo mondo è molto particolare ed è talmente differente dal nostro che sarebbe bene leggere prima molti loro testi. Sarebbe utile leggere anche qualche cosa intorno al buddhismo Zen.

ELISIR – Come vorresti fosse interpretata la tua poesia?

TERRYVorrei che il lettore semplicemente si lasciasse andare, si abbandonasse al mio ritmo, alle mie suggestioni, mi seguisse senza interferenze. Gli lascerei però anche lo spazio per fare le sue associazioni, per lasciar evocare i suoi ricordi. Insomma una strada insieme, da buoni compagni di cammino.

ELISIR – Terry, a cosa servono i poeti?

TERRY Come i registi, come i pittori, i fotografi e gli artisti in genere, i poeti servono a cogliere un altro sguardo sulla realtà, lontano dal “main stream”, servono a vivisezionare le nostre emozioni, a farci viaggiare nell’inconscio, nell’onirico, servono a sorprenderci, facendoci esclamare: ”Oh, a questo non avevo pensato!”

ELISIR – In un’era in cui si comunica con smartphone e tablet, dove spesso la parola è sostituita da emoticon e immagini, ha ancora senso la parola poetica?

TERRYLa parola poetica ha sempre un senso perché indaga la vita quotidiana, le cose semplici di ogni giorno ed indaga pure nello stesso tempo i misteri dell’Universo, le manifestazioni dell’Assoluto.

Il poeta, prendendoci per mano, con semplicità, con affettuosità, ci rende partecipi della sua empatia verso tutti gli esseri viventi ed anche verso le cose, aprendoci parti nascoste nella dimensione del sacro.

ELISIR – Ancora oggi è uso tra i poeti chiudersi in circoli letterari dove si incontrano, si leggono e si confrontano tra loro. Non credi che, ancor di più oggi, il poeta debba parlare alla gente, al popolo e la poesia debba essere avvicinata all’uomo della strada per poter sopravvivere?

TERRYCertamente la poesia è un’arte molto discreta, intima, che ama i piccoli numeri. Spesso nei reading il pubblico è formato da altri poeti. Forse curando maggiormente la voce e il modo di leggere, si  potrebbe avere un pubblico più vasto. Il poeta che legge le proprie poesie, dovrebbe essere come un attore che recita se stesso.

In ogni caso, il mio sogno nascosto è leggere una mia poesia o una poesia dei miei poeti amati in uno stadio di fronte a centomila persone. Vorrei vedere l’effetto che fa!

ELISIR – In una società in cui si legge molto poco, tantomeno i libri di poesia che vengono visti come qualcosa di vecchio e stantio, ha ancora senso scrivere e pubblicare libri di poesia?

TERRYProprio nel nostro tipo di società economico/consumistica ha ancora più senso scrivere e pubblicare libri di poesia.

E’ una forma di resistenza, alla Gandhi direi, in cui si cerca di non dimenticare completamente il senso di umanità, del cammino fatto sin qui, in cui vengono mostrate strade molto importanti come la compassione e il silenzio. Poiché queste due ultime cose non sono molto praticate nel nostro tempo, sono estremamente necessarie la scrittura e la lettura poetica.

ELISIR – Qual è il libro che è attualmente sul tuo comodino?

TERRYMi fanno compagnia il bel libro di Laura Ricca “La tradizione estetica giapponese”- sulla natura della bellezza (Carocci ed. 2015) e il libro “Poesie –Hai-ku e scritti poetici “ di Bashō (La Vita Felice ed. 2012). Li porto sempre con me durante la giornata, li metto nella sacca e, quando l’autobus non arriva, mi metto a leggerli. Così invece di sentire rabbia per l’autobus che non passa, sono quasi contenta di godermi un po’ di più la mia lettura.

ELISIR – C’è qualcosa a cui stai lavorando in questo momento?

TERRY – Sì, diversi progetti, tutti con l’obiettivo di unire strettamente la poesia alla bellezza della natura.

Un progetto, “Poesie di sogno nella Bella Italia”, ha l’obiettivo di organizzare reading di poesia in luoghi magici e suggestivi in tutta Italia perché la bellezza della natura è veramente terapeutica, cura le nostre ferite, ci dona energia e nello stesso tempo reinventa la speranza in mezzo ai tanti orrori in cui siamo costretti a vivere.

Il secondo progetto è con l’Orto Botanico: “Poesie tra gli alberi”. Portare i poeti a leggere le proprie poesie nel boschetto di bambù o nel giardino giapponese, sulla sommità della collina, mi sembra un sogno.

Il terzo poi consiste nel trascrivere al computer (poiché io scrivo, come vi ho raccontato, su “pizzini” di carta) gli hai-ku che ho composto ogni giorno nell’anno passato.

Ogni giorno un hai-ku, è stata un’esperienza favolosa! Mi sembrava di vivere molto più intensamente. Il titolo del futuro libro dovrebbe essere “Hi-ku and blues for a full moon”.

Ho da lavorare per tutto il 2018 ed oltre!

@ElisirLetterario – all rights reserved

9788893461061_0_0_1667_80

 

Recensioni

Nora Lòpez detenuta N.84

 

Nicola-Viceconti-Nora-Lopez_ita

 

Nora Lòpez detenuta N.84

Il dovere della Verità per non dimenticare


Nicola Viceconti – Rapsodia Edizioni – 2017 – 201 pagine – €14,00

 

 

Nicola-Viceconti-Nora-Lopez_arg

 

Nora López – Detenida N.84


Nicola Viceconti – Acercándonos Ediciones – 2012 – 168 pagine – pesos 200,00

 

 

Argentina, fine anni ’70, e precisamente gli anni bui del governo militare che ha ossessionato il Paese dal 1976 al 1983, quando nei trecentocinquanta centri clandestini di detenzione sono state torturate 40.000 vittime, per lo più giovani, accusate di aver compiuto “attività antigovernative”. 30.000 di queste persone sono sparite nel nulla, diventando desaparecidos, scomparsi, introvabili, perchè, una volta in fin di vita e intontiti da potenti iniezioni di Pentotal o già deceduti in seguito alle torture, venivano gettati nell’Oceano Atlantico o nel Rio della Plata, nei cosiddetti “voli della morte”.

I lager del regime erano lontani da occhi indiscreti e avevano nomi insospettabili come La Perla, El Vesubio, l’Olimpo, Automotores Orletti, la Cacha. Alcuni potevano far pensare a palestre, come appunto il Club Atletico, dove si allenava la ferocia, spaventoso sotterraneo in cui anche la protagonista che dà il titolo al romanzo di Viceconti verrà condotta bendata, quindi reclusa e seviziata per mesi.

Questo lo sfondo da cui si dipana la storia di Nora Lòpez detenuta N. 84, romanzo di Nicola Viceconti, che è al contempo un rigoroso documento di grande valore etico e morale, thriller e romanzo storico di denuncia, quasi l’autore avesse voluto conferire un risarcimento alla memoria di coloro che, barbaramente trucidati, non hanno più voce. Oltretutto raccontato come solo un sapiente narratore e affabulatore, qual è Nicola Viceconti, poteva fare.

Ogni cosa è originale in questo libro. Innanzitutto il punto di vista. Sarebbe stato facile e forse anche banale, raccontare la storia dalla parte delle vittime. Viceconti sceglie invece di far parlare uno dei torturatori, uno che stava dalla parte sbagliata, il benestante e rispettabile Luis Pontini, agente immobiliare con nuova faccia e nuova identità, ma che era stato il capitano Dario Romero, detto el Prìncipe, cinico torturatore asservito al regime e impiegato al Club Atletico.

La voce narrante è quindi quella di uno dei tanti eroi del male che, con orgoglio e convinzione, hanno compiuto su esseri umani, per lo più giovani tra i venti e i venticinque anni, brutalità e nefandezze, con torture fisiche e psicologiche che ne annientavano la volontà e la capacità di reazione, fino all’eliminazione totale della persona.

La vita tranquilla e agiata di Luis Pontini viene disturbata dalla giovane Livia Tancredi, arrivata dall’Italia per indagare sulla vicenda di sua madre Nora Lòpez, attualmente detenuta nel carcere romano di Rebibbia con l’accusa di aver assassinato Ricardo Giorgetti, conosciuto nel suo quartiere romano come un mite corniciaio dall’aria per bene.

La storia del libro si svolge in flash back e inizia in realtà dalla fine, apprezzabile escamotage narrativo con cui l’autore sembra vendicarsi fin da subito. Nell’incipit infatti la famiglia di Luis Pontini, la moglie Patricia, i suoi figli e persino i vicini, che apprendono sgomenti dei suoi macabri trascorsi, lo accusano, rabbiosi e disgustati, lasciandolo infine solo, umiliato, distrutto, piegato e piangente, finalmente scoperto.

Con lucida precisione e accurata analisi psicologica, Nicola Viceconti traccia le personalità dei numerosi personaggi di questa storia, che appassiona anche per lo sdegno e l’indignazione che suscita. Così Luis Pontini già Dario Romero, Nora Lòpez, la figlia Livia, il sergente Ricardo Giorgetti, Valeria Bianchi, Monsignor Ferrero, zio della futura nuora di Pontini e che a giorni celebrerà il matrimonio di Manuel Pontini, il tenente Juan Gregorio, il professor Juliàn Guevall e tutti gli altri attori dei fatti che ruotano attorno alla detenuta n. 84 Nora Lòpez, prendono vita e fanno sì che il lettore venga rapito e affascinato dal romanzo che, anche per le minuziose e fedeli descrizioni degli ambienti, dei luoghi, degli abiti e della mentalità dell’epoca, diventa quasi visione cinematografica.

Viceconti infatti ci conduce in una Buenos Aires assolutamente autentica. E’ tangibile il suo affetto per questa città, nella descrizione delle strade, delle confiterias, delle piazze e di tutti quei luoghi in cui si svolge la drammatica vicenda, giocando sul contrasto tra le descrizioni di personaggi immondi e del loro operato e la magia della Buenos Aires anni ’70, con la musica delle feste che sembra coprire le urla dei desaparecidos torturati e fatti sparire.

Così quegli orribili e luttuosi sette anni argentini sono metafora di trascorse, e purtroppo anche attuali, dittature e regimi governativi e militari che massacrano e annientano chi non diventa loro servo. I desaparecidos argentini, diventano quindi le vittime-simbolo di tutti gli integralismi, dei pregiudizi, delle ideologie folli, delle violenze perpetrate ai danni di chiunque non si uniformi al pensiero di chi comanda. Nello sdegno, nell’indignazione e nell’incapacità di comprendere come sia possibile che tanti esseri umani, possano divenire tanto inumani e inventare sistemi di tortura così sottili e spietati, il lettore farà riflessioni che portano tutte alle medesima conclusione: Nunca Màs! Mai più!

E questo è l’altro grande merito dello scrittore Nicola Viceconti, sociologo e appassionato della cultura dei paesi dell’America Latina, dell’Argentina e di tango, che ha pubblicato altri tre romanzi con le medesime tematiche. I suoi libri – Nora Lòpez detenuta N.84 compreso – sono stati tradotti in spagnolo, qualcuno anche in lingua inglese, hanno superato la seconda edizione.

Nora Lòpez detenuta N.84 è stato vincitore per la sezione narrativa dell’XI edizione del concorso Inedito-Colline di Torino e vanta anche diversi preziosi contributi, come l’interessante prefazione del pm Francesco Caporale, nonché le note di Osvaldo La Valle, ex detenuto del Club Atlético, di Juan Josè Kratzer, sacerdote della congregazione “Piccoli Fratelli del Vangelo”, attiva in Argentina fino all’inizio del regime, quando vennero boicottati dalle gerarchie ecclesiastiche e uno dei loro fratelli, Mauricio Silva, scomparve per sempre in uno di quei centri di detenzione argentini, e dal commento di Leòn Gieco. Anche il fotografo argentino Pablo Martín Rocher, ha voluto collaborare con l’inquietante foto di copertina del libro.

Altri suoi romanzi hanno meritato la prefazione di Estela Carloto, Presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo e di Buscarita Roa, un’altra nonna di un ragazzo caduto nelle temibili mani della Giunta Militar e mai più ritrovato.

Proprio per la capacità di mantenere viva la memoria del popolo argentino attraverso i suoi romanzi che rappresentano differenti realtà e momenti storici centrali della cultura contemporanea e politica, due anni fa Nicola Viceconti è stato insignito del prestigioso riconoscimento di Visitante Ilustre dalla Camera dei Deputati della Provincia di Buenos Aires.

Impossibile riuscire a non leggere in un fiato la storia di Nora Lòpez, romanzo incalzante, denso di continui colpi di scena, impossibile chiudere il libro e spegnere la luce. Ci si arrovella per comprendere una realtà incomprensibile e inspiegabile. Come possono tutte le vittime, le loro madri, i loro fratelli e sorelle e tutti coloro che hanno vissuto o anche sentito raccontare la dittatura, le parole, i gesti, il suono delle pesanti porte che si chiudono e quello delle scudisciate sulla pelle nuda, le urla dei compagni di sventura, come possono e come possiamo noi dimenticare e far finta che nulla sia accaduto?

Per questo Nora Lopez detenuta N.84, così come gli altri romanzi di Nicola Viceconti e di tutti quegli scrittori che non vogliono mantenere il silenzio sui crimini perpetrati da esseri umani su altri esseri umani, devono essere letti. Per il dovere della Verità e per non disperdere la Memoria.

@ElisirLetterario – all rights reserved

 

 

Recensioni

L’ultima rosa di aprile

copertina_lultima_rosa_di_aprile_400.jpgLa struggente storia della Venere del Botticelli, 

ovvero Simonetta Cattaneo Vespucci


Simona Bertocchi – Giovane Holden Editore – 2016 – 183 pagine – €15,00


E’ uscito di recente l’ultimo romanzo della scrittrice toscana Simona Bertocchi, L’ultima rosa di aprile, ovvero la storia di Simonetta Cattaneo Vespucci, colei che è stata la musa del Botticelli, del Poliziano, di tanti poeti e artisti del Rinascimento. Avete presente la celeberrima Venere o anche la Primavera del Botticelli? Bene, quello sguardo malinconico e sognante, quella nobile figura esile dai lunghi capelli color oro, appartengono alla Simonetta protagonista del romanzo, una donna diventata suo malgrado un mito, nel mondo e in tutte le epoche.

Simona Bertocchi, portando alla ribalta un personaggio di cui davvero pochi conoscono la reale esistenza e tantomeno la vita, ha raccontato una storia d’amore, che ripercorre però, con una precisione degna del più attento degli storici, tutti gli eventi di quegli anni, e da cui si evince un certosino lavoro di ricerca negli archivi e nelle biblioteche.

L’ultima rosa di aprile è al contempo un romanzo storico, una struggente e appassionante storia d’amore e anche un thriller, perché il libro si chiude lasciando al lettore il dubbio su un assassinio (chi è la vittima non ve lo sveleremo neppure sotto minaccia, per non togliervi il piacere della lettura). Vi diremo però che l’assassino in questione potrebbe essere stato un veleno, somministrato per mano di un artista, o forse di un sicario o, ancora, una malattia allora senza scampo.

Ogni volta che l’autrice viene chiamata a fare presentazioni in giro per l’Italia, si presenta con la giovanissima…Simonetta, abbigliata e pettinata alla maniera dell’epoca e, proprio per il valore storico di questo libro, molte sono le scuole che hanno voluto Simona e Simonetta (assonanza di nomi che ci fa pensare a sentimenti comuni e un filo autobiografici tra autrice e personaggio) a raccontare la Storia. E ovunque sono andate hanno riscosso attenzione, applausi, consensi e grandi entusiasmi. Infatti, se per far arrivare ad adolescenti annoiati e demotivati date, guerre, ribaltamenti politici ed eventi storici, si usa come mezzo la storia di una bella coetanea che si è trovata  in mezzo a guerre tra Stati e a guerre familiari, che ha amato ed è stata tradita, che è stata musa contesa dai più quotati poeti e artisti (se fosse nata in questa epoca probabilmente Simonetta Cattaneo Vespucci sarebbe stata una top model), che ha avuto un grande amore corrisposto, ma impossibile da vivere alla luce del sole e che è stata ribelle e anticonformista, beh, si può essere certi che la storia, intesa come materia da studiare, arriva tutta e resta anche bene impressa nell’ animo e nelle teste degli studenti. Il fascino del romanticismo, l’amore, ma anche le strategie politiche molto ben raccontate nel romanzo aprono all’empatia, catturando l’attenzione delle scolaresche.

L’ultima rosa di aprile, titolo azzeccatissimo che trova la sua spiegazione soltanto nella lettura del libro, è ambientato a Firenze, nella metà del Quattrocento. La famiglia dei Medici era tornata dall’esilio più forte di prima e la città era la prima signoria d’Italia, viveva il suo momento d’oro, sia sul piano politico sia su quello artistico. Firenze era quanto mai fulgida, unica, magica, grazie alla sua architettura e al trionfo dell’arte. Simonetta Cattaneo Vespucci, nasceva in Liguria nel 1453, sotto il segno dell’acquario, riportando tutte le caratteristiche di questo segno zodiacale: ribelle, anticonformista, romantica, affascinante, testarda, curiosa, amante della libertà e dell’arte. Nel 1468, a soli quindici anni, sposava Marco Vespucci, appartenente a una ricca famiglia di notai e banchieri fiorentini. Con il giovane marito conobbe i primi batticuori, i primi baci e i primi tormenti d’amore. All’inizio fu un matrimonio d’amore, non soltanto di convenienza tra le due famiglie, com’era in uso in quell’epoca, ma in breve la felicità coniugale finì, infatti, Marco Vespucci, diventato un arrivista senza scrupoli, inizierà a tradirla trasformandosi in un orribile marito infedele.

Simonetta allora si lasciò invadere dalla malinconia, divenne triste, parlava poco, sorrideva abbassando lo sguardo, pur continuando a splendere di grazia e bellezza. Ma era una donna testarda, bella come un angelo, con una personalità complessa e ben presto divenne un’ icona del Rinascimento, amata e ammirata dal popolo fiorentino e dalla famiglia de’ Medici.

Proprio alla corte dei Medici incontrò e si innamorò perdutamente di Giuliano, fratello di Lorenzo de’ Medici. Giuliano sarà l’unico a conoscere e ad amare la donna e non l’icona. Bastava un incrocio di sguardi a far scattare la scintilla tra i due, ma lei era una donna sposata, pertanto quell’esplosione d’amore doveva rimanere nascosta e soffocata.

Simonetta conoscerà così la solitudine, la sofferenza e anche le chiacchiere di molti, per la sola “colpa” di amare un uomo che non riuscirà mai ad avere per sé, per il dramma di non poter essere libera di vivere i propri sentimenti. Tutto ciò mentre doveva difendersi e lottare contro quegli intrighi di corte che volevano fare di lei un mezzo per arrivare ai potenti.

Dalla sua aveva soltanto il suo grande amore Giuliano, bello e colto, nobile non solo di lignaggio ma anche d’animo, che continuò ad amarla anche dopo la fine della sua breve vita, e il suo fido segretario-factotum, Gilberto Pedrini. Poi certo, c’erano numerosi pretendenti, più o meno ricchi, più o meno nobili, ma nessuno degno della sua fiducia e del suo amore, comunque totalmente indirizzato verso il suo bel Giuliano. Simonetta era la modella e la musa ispiratrice di tutti i più importanti artisti di quegli anni, e anche questo scatenava le chiacchiere della corte. Come tutti i personaggi di successo di qualsiasi epoca, anche Simonetta è stata amata e odiata, inseguita e usata, minacciata e contesa, e tutto ciò – marito fedifrago compreso, nonché il fatto di non averlo ancora reso padre – era un peso impossibile da reggere per chiunque, figurarsi per una ragazza di vent’anni, innamorata dell’amore che rifuggiva i contrasti e le beghe come la peste.

Il romanzo di Simona Bertocchi è godibilissimo, l’autrice ha la grande capacità – peraltro già dimostrata nel suo precedente romanzo storico Nel nome del figlio, la storia della marchesa Ricciarda Malaspina Cybo – di raccontarci e descriverci il contesto storico dell’epoca e la figura di questa donna sola e malinconica con grande empatia.

La Bertocchi – e ve ne accorgerete leggendo il libro – ha una scrittura coinvolgente, intrigante e lineare. Ha saputo coniugare e unire in maniera omogenea la storia personale dell’icona degli artisti del Rinascimento con la situazione storica, politica ed economica dell’epoca, senza per questo rendere la lettura accademica, ostica e difficile. E’ questo un suo grande pregio, perché avvicinare il “lettore della strada” a un genere di letteratura, quella storica, che sembra riservata ai letterati e che potrebbe spaventare, non è impresa facile. Inoltre ha uno stile talmente coinvolgente che porta a leggere il libro tutto d’un fiato, senza neanche rendersi conto di essere arrivati alla fine.

Un consiglio: durante la lettura, dopo esservi lasciati catturare dagli sfarzi e dalla magia delle ambientazioni, dagli assassini, dagli intrighi, dalle avventure e dalle sfide sapientemente descritti dall’autrice, soffermatevi con il cuore sulle opere d’arte che raffigurano la dolce Simonetta Cattaneo Vespucci. Allora sì, capirete il perché di quella malinconia che si cela dietro il suo sguardo.

@ElisirLetterario – all rights reserved