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ECCO LE DONNE DI SIMONA BERTOCCHI

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DALL’ARGENTINA LOLA ALLA MARCHESA RICCIARDA, TUTTE LE DONNE DELLA BERTOCCHI

Incontro con la scrittrice toscana Simona Bertocchi

Incontriamo la scrittrice Simona Bertocchi davanti ad un aperitivo, su una terrazza appoggiata sul bel mare della Versilia. Lei è sorridente e radiosa come la mattina di oggi, luminosa di sole e frizzantina come l’aperitivo che ci versano nei bicchieri.

ELISIR  – Simona, questa è la tua terra, ma tu sei nata e cresciuta a Torino. Tra i racconti di uno dei tuoi libri, “I colori di Venere”, ce n’è uno, il più misterioso, che si svolge tutto a Torino, la tua città fino ai vent’anni, e c’è una descrizione di Torino così minuziosa ma, soprattutto, così piena d’amore che io ho voglia di chiederti se ti senti più sabauda o più toscana?

SIMONA – Certo la mamma è sempre la mamma. Il racconto che citi è una dichiarazione d’amore alla mia città e averla vissuta fino a ventitrè anni ha segnato i miei anni più importanti, poi la Toscana mi ha adottata. Mi sento sabauda per il rigore e l’educazione che metto in tutto ciò che faccio, ma sono chiassosa e creativa come i toscani. Sto benissimo nel mezzo.

ELISIR -Tra le varie tue attività c’è anche il mirabile impegno nel sociale perché sei anche una volontaria dell’associazione Sabine e dai ascolto alle donne tramite lo sportello antiviolenza di Montignoso, la cittadina dove vivi. Ti chiedo se per qualcuna delle protagoniste dei tuoi libri hai attinto alla realtà. Raccontaci qualcosa della tua esperienza con l’Associazione Sabine.

SIMONA – Sono una persona che cerca di essere in prima linea quando può, che dopo essersi lamentata agisce e il tema della violenza sulle donne e sui minori mi ha fortemente colpito e così ho deciso di dare un mio piccolo contributo seguendo un percorso necessario. Associazione Sabine fa rete con altri centri antiviolenza in Toscana e opera attivamente da molti anni. Sono battaglie silenziose ma coraggiose e quando riusciamo ad ottenere qualche risultato e aiutiamo molte donne a riappropriarsi della loro vita, la gioia è impagabile. Quando ho scritto “I colori di Venere”, con i suoi nove racconti tutti al femminile, non ero ancora segretaria di Sabine ma certamente alcune delle protagoniste potrebbero essere tra le donne che vengono a chiederci appoggio.

ELISIR – Anche ne “Il nome del figlio, così come in “Lola Suàrez”, storia di desaparecidos, libro giunto alla seconda edizione e ne “I colori di Venere”, le protagoniste sono sempre donne, passionali, ribelli, anticonformiste. E’ una scelta o un’esigenza la tua?

SIMONA – La mia narrativa, unisce l’impegno all’evasione, nei miei romanzi, dove c’è una Venere coraggiosa c’è un Marte altrettanto intenso per personalità. Scrivo quello che vedo e che sento, scrivo quello che non è stato detto abbastanza, come per il tema del golpe argentino e il dramma dei desaparecidos e scrivo di personaggi che la Storia non ha onorato come avrebbe dovuto. Non vorrei sembrare immodesta ma forse scrivo anche quello che vorrei leggere.

Lola Suàrez mi ha dato immense soddisfazioni ha superato qualche edizione e continua a essere richiesto come testo, moltissime donne hanno tratto da Lola coraggio ed energia e il mondo di Lola piace. Ci sono momenti in cui addirittura me la immagino accanto.

ELISIR – Tu hai affermato “Mi scrivo spesso dentro”, cosa significa questa frase?

SIMONA – Significa che noto particolari, immagino situazioni, mi piace contemplare, fantasticare e ragionare su personaggi e situazioni che a tanti sfuggono o che vedono con sguardo più realista. Chi mi vive e mi sta accanto lo sa bene e mostra spesso un’eroica pazienza nei miei confronti. I miei libri iniziano da dentro, me li scrivo dentro poi lascio tracce di fogli e quando mi impossesso di un computer assemblo.

ELISIR – E nel tuo blog omonimo, tu dici: “Leggo per passione e scrivo per necessità”. Parlaci del tuo rapporto con i libri da lettrice e da scrittrice.

SIMONA – Sono una lettrice bulimica, ingoio libri, molti li scarto dopo qualche capitolo se non mi arrivano al cuore (non mi sento obbligata a terminare un libro, se non mi piace). Ci sono le sere della poesia, le giornate uggiose di un buon Dickens o Gadda. C’è il periodo per leggere la Allende o la Munro, poi spesso cerco l’ironia di Benni o la scrittura carica di Camilleri. Diffido degli scrittori che non leggono, di quelli che leggono solo se stessi o che si occupano solo della propria scrittura. Conoscere la letteratura, andare a presentazioni degli scrittori più bravi o frequentare il mondo dell’editoria e porsi con umiltà è importante per chi vuole scrivere. Sì, scrivere per me è una necessità, ne ho proprio bisogno per riempirmi o per tirare fuori, quando scrivo sono felice e di certo sono fuori dal tempo. Sono quasi inquietante tanto sono assente al presente quando scrivo.

ELISIR – “Nel nome del figlio”, in cui racconti la vita, gli intrighi e gli scandali di Ricciarda Malaspina  Cibo, Marchesa di Massa e signora di Carrara, dando voce alla sua dama di compagnia Beatrice Pardi, è il tuo ultimo romanzo, uscito da pochi mesi e già alla seconda edizione. La stesura di questo libro ha previsto una lunga ricerca storica negli archivi di Stato e altro. Quanto ci hai lavorato prima di darlo alle stampe e come ti è venuto in mente di ripescare Donna Ricciarda Malaspina, storia, ancora una volta, di una donna?

SIMONA – Come dice la quarta di copertina “La Bertocchi toglie dall’oblio un personaggio come la Marchesa di Massa”. Per togliere la Malaspina dall’oblio mi ci sono voluti due anni e mezzo di ricerche tra archivi, luoghi, biblioteche per poi romanzare tutto e creare altri personaggi a dare una sferzata di avventura e intrigo alla storia.

Sì, ancora una volta una donna. Una donna diabolica forse, ma di forte personalità che da sola, in pieno Rinascimento, ha governato uno Stato ambito da tutte le Signorie. Ha trattato con principi e re, ha tolto potere al marito, nipote di due papi e di Lorenzo il Magnifico. Con metodi non sempre leciti ha portato avanti una guerra familiare e “nel nome del figlio” ha fatto scelte forti e azzardate, non tutte riuscite. Permettimi di aggiungere che il libro pubblicato a maggio è giunto alla prima ristampa, è arrivato come finalista a due concorsi importanti e presto verrà proposto in qualche scuola della mia città, così divento prof. per un giorno.

ELISIR – Con tutte le cose che fai e le attività che svolgi, qual è il tuo tempo per scrivere?

SIMONA – Poco, diciamo che lo cerco, me lo preparo, in mezzo a giorni frenetici ne cerco uno o due in cui mi dedico alla scrittura il che vuol dire iniziare al mattino e terminare nel tardo pomeriggio. Dedico alla sera i passaggi più delicati o sofferti.

ELISIR – Cosa è che consacra una persona alla nobile definizione di Scrittore?

SIMONA – L’amore per i libri, come ho accennato prima, uno scrittore deve essere prima di tutto un bravo lettore e deve amare la bella scrittura, un cultore degli aggettivi, dei passaggi che sembrano quasi musicali, dell’ironia accennata e poi, come in tutte le cose deve capire se è portato alla scrittura, perché non basta dire “mi piace scrivere” e quindi rendo pubblico e provo a mettere sul mercato quello che scrivo. Ci vuole rispetto per il lettore, non si deve mai bluffare, se scrivo un romanzo storico deve essere veritiero, se entro in sentieri difficili devo saperli gestire, certe affermazioni devo saperle sostenere, devo curare i dialoghi come i dettagli. E’ un lavoro anche di fatica, arrivi a sera che ti fanno male gli occhi e hai mal di testa a forza di cambiare frasi e cercare informazioni e anche la tua vita privata e sociale nei periodi “creativi” ne risente perché la scrittura se vuoi fare lo scrittore diventa un impegno.

ELISIR – Scrivere e pubblicare un libro è un atto di coraggio, è darsi in pasto al pubblico, è mettersi in gioco. Ci vuole più coraggio, presunzione o sfrontatezza per essere scrittori?

SIMONA – Ci vuole capacità, passione, sacrificio, incoscienza e rispetto per la scrittura.

ELISIR – Cos’ è per Simona Bertocchi la Scrittura?

SIMONA – Non lo so, ma fa parte del mio quotidiano, un bisogno, una gioia, una sfida, un nido oppure il mare aperto.

ELISIR – Quando hai cominciato a scrivere e hai scoperto che la cosa ti piaceva?

SIMONA – Alle elementari quando andavo totalmente fuori tema e scrivevo favole infinite e la maestra rimaneva spiazzata perché non avevo rispettato le regole, però scrivevo bene e avevo molta immaginazione.

ELISIR – Qual è il libro che stai leggendo ora, quello che ti porti in treno o che tieni sul comodino?

SIMONA – Ora sto leggendo “I cigni di Leonard”o di Karen Essex, in treno di solito mi porto libri sottili perché mi piace l’idea che duri quanto il viaggio, ho letto recentemente “Scorre la Senna” di Fred Vargas e sul comodino non ho mai solo un libro, mi piace tornare ai classici, agli immancabili.

ELISIR  – Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli su cui ti sei formata?

SIMONA – Fatale mi fu “Piccole Donne” e alla fine ho pronunciato la frase che tutte noi abbiamo detto,voglio essere come Jo”. Poi è arrivato Calvino che è ancora tra i miei più amati e quando ho scoperto la Allende ho trovato la forza della scrittura.

ELISIR – Nell’ultimo libro “Nel nome del figlio” hai delineato perfettamente la personalità di queste due donne, la marchesa e la sua dama di compagnia, tanto diverse tra loro, ma accomunate poi dallo stesso nipote, anche se del quale soltanto una se ne occuperà, mentre l’altra non lo vedrà mai. Volevo sapere,una volta terminato il romanzo, quale dei due personaggi ti è rimasto più…appiccicato addosso? Quale delle due hai avuto più difficoltà a scrollarti da dosso?

SIMONA – Era necessario creare il personaggio di Beatrice, è la coprotagonista che a volte toglie la scena alla marchesa, è una donna giusta, coraggiosa, innamorata, colta che si contrappone alla perfida ma affascinante Ricciarda Malaspina. Non ero in grado di sostenere solo il personaggio della Marchesa, mi avrebbe distrutta.Per chi scrive, i personaggi vivono realmente, per cui sento mia Beatrice, ma Ricciarda mi ha segnata.

ELISIR – Io so che tu stai scrivendo già un altro romanzo, forse storico anche questo. Ci puoi dare qualche anticipazione?

SIMONA – Per scaramanzia taccio, ma diciamo che continuo il filone del romanzo storico non per masochismo ma perché un personaggio del mio prossimo libro mi ha scelta.

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RITA PACILIO, INSTANCABILE POETESSA DALLA VOCE NERA

“Il mio motto? Obbedienza e dedizione”

Rita Pacilio è poetessa, scrittrice, cantante jazz dalla struggente voce nera. Ma Rita, performer instancabile, è anche mamma, sociologa, mediatrice familiare, collaboratrice editoriale per la casa editrice milanese La Vita Felice, organizzatrice di eventi culturali in giro per l’Italia, nonché presidente e giurata di premi letterari e di associazioni culturali, coordinatrice di laboratori e progetti di poesia nelle scuole e scrive recensioni e prefazioni.

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Nel tempo libero (quale non sapremmo spiegarvelo) sa fare ottime torte.

Beneventana di nascita e cosmopolita di fatto, a vederla così, esile e piccolina, con gli occhi verdi da gatta e il sorriso buono, non ti aspetti proprio che possa uscirle tanta forza e tanta energia. I suoi scritti, poesie e narrativa poetica, e ultimamente anche una favola, sono originali, forti, sentiti e sofferti, talvolta al limite dell’avanguardia.

Rita Pacilio, donna multitasking, non si risparmia, non l’ha mai fatto, non ne è capace. Al suo pubblico, lettori e spettatori, dà tutta sé stessa e nelle sue performance c’è tutta la sofferenza incontrata durante il suo lavoro di mediatrice familiare, specializzata in prevenzione delle dipendenze e conflitti interpersonali. Con i suoi libri (Gli imperfetti sono gente bizzarra – La Vita Felice, 2012; Quel grido raggrumato – La Vita Felice, 2014; Il suono per obbedienza poesie sul jazz – Marco Saya Edizioni, 2015; Non camminare scalzo, Edilet, 2011) ha collezionato un’infinità di premi letterari e riconoscimenti, tra cui un Laurentum, prestigioso premio riservato ai poeti.

ELISIR  Quanto costa raccontarsi attraverso la propria poetica?

RITA  Raccontare il mondo attraverso se stessi è un’ambizione che molto spesso i poeti e gli scrittori portano avanti nel proprio lavoro, come motivo di comunicazione e di introspezione/ispezione delle ‘cose’. Parlare con il corpo, considerandolo metafora utile per ‘leggere/osservare’, significa tendere verso il senso più profondo e sfuggente della vitalità e della morte, verso il mistero del cosmo, rimanendo perennemente in sintonia e in ascolto. Il mondo, quindi, ci parla attraverso le sensazioni fisiche permettendoci di conoscere il ‘valore adattivo’ di noi stessi nella immediata percezione del sentimento come sentito e come vissuto concretamente. Un sentimento a cui bisogna mirare per alleviare le emozioni dolorose, che creano anche uno stato convulso di impotenza fisica, è la gioia. Eugenio Borgna nel suo lavoro Le emozioni ferite, sostiene che la gioia è l’esperienza emozionale più fragile e insieme più metafisica. In un famoso passaggio tratto dall’epistolario tra Antonin Ardeau e Jean Paulhan leggiamo Le idee che ho le invento soffrendole io stesso, passo, passo, io scrivo soltanto ciò che ho sofferto punto per punto in tutto il mio corpo, quello che ho scritto l’ho sempre trovato attraverso tormenti, tormenti dell’anima e del corpo. Questo esplicita quanto, per il genio poetico, la poesia nel corpo viene vissuta come atto analizzato in modo enfatico, ampio, potente, ma, allo stesso tempo, inconfessabile.

ELISIR   Quindi il corpo e le sue ferite diventano un nuovo organismo vitale per denunciare le ideologie violente, cercando di tendere verso la riconquista della dignità, della libertà e della giustizia?

RITA  Nel corpo il piacere e la sofferenza si fondono e, molto spesso, entrano in conflitto: il corpo può diventare voce che urla contro i soprusi socio-politico-culturali e trasfigurarsi in anima che abbraccia il cosmo intero per la ricostruzione, per la resilienza. Ecco perché da ‘Non camminare scalzo’ a ‘Quel grido raggrumato’ percorro il corridoio delle stanze del male, del dolore inferto, subito e di quello osservato, entrando nei meandri di una diversità o devianza che pur ci appartiene in quanto esseri umani. La parola poetica vive, in molti miei libri, emozioni e ‘fatti’ come denuncia da parte di chi non ha potuto o saputo difendersi dal sopruso, dal maltrattamento, dal dolore cercando giustizia, tolleranza. Le metafore e tutti i mezzi retorici utilizzati nella mia scrittura, compiono sempre un atto catartico, o meglio assumono il significato della liberazione, della rinascita, della redenzione. Infatti, credo che la violenza e la prevaricazione, una volta denunciati, possano generare solidarietà tra le persone, non solo tra quelle abusate, dando vita a fenomeni di sensibilità e di accoglienza da parte di tutti grazie al recupero e alla ricostruzione dei contesti personali e sociali.

ELISIR  Non credi che alcune scene crude, descritte da te in alcuni tuoi libri, possano turbare il lettore?

RITA   L’utilizzo di un linguaggio ‘forte’ e ‘diretto’ mi ha consentito di calarmi totalmente, come autrice, nei personaggi descritti per scelta di condivisione psicologica e sociale. Il male del mondo, in qualunque posto esso avvenga, infatti, ci appartiene, ci unisce, ci definisce, ci identifica. Così come il bene assoluto. La metafora corpomi ha fatto conoscere il degrado di storie che mi hanno raccontato o confidato minuziosamente e che ho tradotto, in forma empatica, per denunciare il sopruso consumato e per descrivere la liberazione filosofica dello stesso, a chiunque esso aderisse. Qualcuno ha sostenuto che la crudeltà della mia parola inorridisce e commuove il lettore, il quale, di fronte alla scabrosità della realtà, prende coscienza del fatto che la salvaguardia dei diritti umani non spetta solo alle istituzioni, ma è un percorso di educazione civile che riguarda noi tutti. Chi scrive ha la responsabilità di dire, diffondere, aprire le menti, per questo motivo penso che i poeti e gli scrittori debbano essere educatori illuminati e illuminanti, così come tutti gli artisti.

ELISIR   Ogni tua performance poetico-canora-teatrale è una commistione di arti che ritroviamo anche nei tuoi scritti. E’ questo secondo te che emoziona il lettore e, di conseguenza, determina il successo dei tuoi libri?

RITA   Credo di sì. Ogni mia parola, è vero, aderisce alle regole metriche conservando una progressione armonico-melodica che mi piace suonare con la recitazione: quindi poesia, musica, teatro sono diventati i mezzi per intrecciare tecniche e significati. Ho studiato per lunghi anni la musica e la poesia, sorelle in ritmo, armonia e melodia, le quali hanno rafforzato la mia capacità artistica e il senso del mio lavoro che ritengo debba essere sempre rigoroso e approfondito al fine di essere utile all’educazione e alla crescita di chi se ne serve. Si parla spesso della mia recitazione, l’intonato/parlato/recitato (sprechstimme, dal tedesco: voce che parla). È una tecnica che ho acquisito da vari studi dodecafonici e che è ormai diventata un mio stile performativo vocale che porto con gioia, non solo nei Festival di poesia, ma anche a teatro.

ELISIR  Parlando di teatro sappiamo che a gennaio hai presentato un lavoro per bambini. Di cosa si tratta?

RITA  Per i tipi editoriali Scuderi Edizioni, 2015 è venuta alle stampe la fiaba per bambini La principessa con i baffi che ho portato a teatro a Benevento, al Mulino Pacifico, in uno spettacolo coreografico. La mia fiaba è un progetto formativo sulla legalità e il saper stare bene insieme. Le realtà possibili, attraverso il pensiero narrativo, si ricollegano a temi antichi che ci portano ai personaggi delle fiabe e, dietro a ogni fiaba, si custodiscono valori sempre vivi e utilizzati su cui costruire un ipotetico modello di mondo. Così accade per La principessa con i baffi, una storia che rimanda a vizi e virtù, tradizioni, costumi e usanze del passato, all’interno dei quali i personaggi entrano in relazione con il lettore/bambino in base a un principio di coerenza con le sue leggi e non con quelle che regnano in un altro mondo. Imparare a stare nelle storie educa alla riflessione e all’esperienza creativa aiutando a prevenire fenomeni di stereotipia e di emarginazione sociale/culturale, infatti attraverso le immagini e le parole i bambini interagiscono con la memoria storica e con le proprie emozioni confrontandosi con l’alterità e con i propri stati d’animo che il testo suscita. Ho altre date in Campania, prossimamente a Pomigliano e poi ad Avellino e sto lavorando ancora a storie per l’infanzia che spero di pubblicare presto.

ELISIR   Il tuo recente libro di poesie ha per titolo Il suono per obbedienza (Edizioni Marco Saya). Obbedienza e dedizione: due parole importanti! Sono forse la tua filosofia di vita?

RITA   Molte parole sono importanti, soprattutto, il significato e il valore sociale, quindi comunitario e immaginifico, che a loro attribuiamo. L’ubbidienza, che non è sottomissione, comporta una forte motivazione all’ascolto della parola/azione dell’altro. Obbedienza e responsabilità civile, obbedienza e accoglimento, obbedienza e suono: il suono è nel mondo, in ogni folata di vento, in ogni movimento, noi stessi siamo suono dalla nascita, da prima di venire al mondo. Obbedire al suono vuol dire entrare in comunicazione con il cosmo creando con esso una sintonia cerebrale e fisica. Obbedire per lasciarsi attraversare da ogni piccola vibrazione che spesso sfugge ai nostri sensi: mettersi in ascolto del mondo, questa è la devozione più grande alla vita! Il suono per obbedienza è una plaquette dedicata a Claudio Fasoli, sassofonista, compositore jazzista contemporaneo italiano. Intro, otto poesie, solo, otto poesie e il turner round compongono la mia partitura poetica che conduce il lettore verso la conoscenza di artisti che hanno fatto la storia del jazz, infatti ogni poesia fa riferimento a un musicista jazz internazionale.

ELISIR   Non ti fermi mai: presentazioni, performance, pubblicazioni, attività che ti impegnano tutto l’anno. Quali sono i tuoi programmi futuri?

RITA   Fermarsi equivale ad arrendersi e non vorrei mai cedere alla stanchezza, né piegarmi agli incidenti di percorso che, nella vita privata, non mancano mai. È vero, da quando ho smesso di lavorare, la mia vita è completamente dedicata allo studio. Non riesco a vedermi in un’altra dimensione che non sia quella della lettrice, della scrittrice, della performer, dell’innamorata di poesia. Ho innumerevoli progetti artistici da realizzare e da condividere con il pubblico, tanti sogni da fare e da vivere e tanti obiettivi da raggiungere e da prefissarmi ancora. Il progetto che mi sta più a cuore è la mia famiglia, lo dico spesso. Vorrei mi rimanesse accanto, come ha sempre fatto, incoraggiandomi nelle scelte artistiche, insegnandomi a non correre, ma a respirare piano godendo di ogni piccola cosa ci venga donata da Dio.

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SONO TORNATA

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Clara Schiavoni – Edizioni Simple – 2013 – 213 Pagine – € 15


La storia narrata si svolge nella prima metà del XV secolo in Italia centrale, a Camerino, comune delle Marche che dà il nome all’omonima Signoria retta dalla famiglia Varano. Quest’ultima, per importanza, per estensione territoriale e ricchezza è pari alle Signorie dei Montefeltro, dei Malatesta e, fuori dalla Marca, a quella degli Estensi.

Il 10 ottobre 1434 Camerino è travolta dalla rivoluzione borghese che ha trovato un suo alleato in Francesco Sforza, condottiero di Filippo Maria Visconti, duca di Milano.

Gentilpandolfo da Varano, signore di Camerino, viene ucciso davanti alla chiesa di San Domenico insieme ai nipoti. L’eccidio dei maschi di casa Varano è appena iniziato e proseguirà repentino a Palazzo Varano.

Negli attimi che precedono la sua morte, Gentilpandolfo rivive le immagini degli ultimi anni della sua vita e, soprattutto, della congiura che ha ordito con il fratello Berardo e il legato papale Giovanni Vitelleschi per eliminare i fratellastri Giovanni e Piergentile con cui governa la Signoria di Camerino.

A causa di tale congiura, Elisabetta Malatesta Varano, moglie di Piergentile, è costretta a fuggire da Camerino per portare in salvo il proprio figlio Rodolfo IV e Giulio Cesare, il figlio di Giovanni, entrambi infanti. Aiutata dalla cognata Tora da Varano e dal capitano d’arme di Camerino, Venanzio, la giovane Elisabetta trova rifugio a Visso che, dopo poco tempo, è cinta d’assedio da Gentilpandolfo e Berardo.

In capo a tre mesi la comunità capitola ed Elisabetta è costretta dai cognati a ritornare a Camerino, dove vivrà abbastanza tranquilla grazie alla protezione del duca di Milano, Filippo Maria Visconti, nominato erede testamentario dal marito Piergentile. Qui ritrova Tora che la tiene informata sulla situazione politica della Signoria e su quella italiana grazie alle notizie che le passa il fedele capitano Venanzio.

Intanto, a pochi mesi dal rientro di Elisabetta a Camerino, la situazione politica della Signoria precipita. Lo Sforza cambia la sua politica e appoggia la rivoluzione borghese a Camerino che sfocerà nell’assassinio di Gentilpandolfo e di tutti i maschi di casa Varano.

Ma Elisabetta, ancora una volta, riesce a mettere in salvo suo figlio Rodolfo e il nipote Giulio Cesare, mentre lei con le figlie si rifugia presso i genitori Galeazzo Malatesta e Battista da Montefeltro (Battista era il nome della mamma, in quell’epoca usato come nome femminile) alla corte di Pesaro, dove vive da profuga per nove anni. Sarà in questo periodo che ordirà sapienti trame politiche a scopo di lucro, in maniera di poter essere pronta ad intervenire al momento giusto e mantenere fede al proprio giuramento di riportare i due cugini bambini, Rodolfo IV e Giulio Cesare, sotto la sua reggenza, al governo di Camerino.

L’autrice Clara Schiavoni racconta una parte importante della vita di Elisabetta da Varano, signora di Camerino in un romanzo che è stato definito da alcuni storici “bellonciano”, per la mole e il rigore della ricerca storica come base preparatoria del romanzo. Ricostruzioni puntualissime di ambienti, personaggi, oggetti, luoghi, riportate con una fedeltà quasi maniacale, per la verosimiglianza di tutti i dettagli, persino quelli psicologici. Le vicende renderanno Elisabetta una donna d’acciaio, capace di far fronte alla morte del marito, a due fughe precipitose e drammatiche, alle congiure dei parenti, permettendole anche di reagire con coraggio e volontà ferrea, concentrata sull’obiettivo di ritornare e riprendersi la signoria.

Un romanzo storico è pur sempre un romanzo, e come tale l’autore lavora di fantasia. Nel caso di “Sono Tornata” la scrittrice Clara Schiavoni, pur mantenendo un totale e minuzioso rispetto dei dati storici, arricchisce meravigliosamente la protagonista Elisabetta Malatesta Varano, nonché gli altri personaggi che animano il libro, di profili introspettivi credibili, tratteggiati con cura e conoscenza degli animi umani, in una prosa raffinata e poetica. Questo vale per il soldato Venanzio, la cognata Tora, il podestà di Visso, i genitori Galeazzo e Battista, il crudele legato papale Giovanni Vitelleschi e la delicata figura della figlia Costanza. Stessa accuratezza e precisione storica contraddistinguono la descrizione dei paesaggi, degli oggetti, dei luoghi, dei conciliaboli, quasi fossero creati con sapienti pennellate di un dipinto.

Sebbene molti documenti dell’epoca non siano purtroppo giunti fino a noi, dopo lunghi studi e ricerche in archivi e biblioteche a Visso, Recanati e Camerino, la paziente scrittrice Clara Schiavoni è riuscita a farsi un’idea del contesto storico in cui avvennero gli accadimenti vissuti dai protagonisti, riuscendo a conferire spessore, anima e carattere ad una figura poco nota come quella di Elisabetta Malatesta Varano, restituendo al lettore un’immagine realistica degli intrighi e dei delicati equilibri politici del ‘400 italiano.

Se vi troverete a passare per Camerino, cogliete l’occasione di visitare il magnifico palazzo camerte. Ritroverete certamente in ogni salone, in ogni angolo, nei cortili e tra le pietre antiche quelle atmosfere e quei luoghi narrati nel romanzo di Clara Schiavoni e, siamo certi, proverete un senso di soddisfazione.

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PERCORSI DI NUVOLA

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Cinzia Marulli – La Vita Felice Ed. – 2016 – 80 pagine – € 12


Se è vero quel che diceva Franco Battiato e cioè che “Nella semplicità si nasconde il divino”, allora questi “Percorsi”, la nuova raccolta poetica di Cinzia Marulli, con la prefazione di Jean Portante, appena arrivati nelle librerie grazie all’editore La Vita Felice, sono qualcosa di assolutamente divino.

Le poesie di Cinzia Marulli sono chiare e leggere, hanno il peso delle nuvole (non a caso Nuvola era il suo nickname in un forum di scrittura), del vento, dell’aria e della nebbia. Inconsistenti, ma con una profonda, sebbene leggiadra, consistenza emotiva. Sembrano Percorsi di aquiloni, tanto sono aerei, traiettorie poetiche in cui le parole fluttuano chiare e godibili, a delineare un percorso intimo verso il “sé”, una sorta di bilancio, necessario quando si è giunti più o meno alla metà del Percorso.

Cinzia, che ha fama di avere anche un abilissimo pollice verde, tocca la terra che la circonda, la scava a mani nude, va giù nel profondo e dissotterra gli abbandoni, i dolori, i lutti e le ingiustizie, non solo quelle personali, ma anche quelle cosmiche. Tirando fuori e riportando a galla il tutto, compie un percorso catartico, fatto di consapevolezza, perdono e accettazione, schierandosi dalla parte della pace.

Abbiamo molto amato le sue storie poetiche, perché le protagoniste sono le piccole cose e la loro potenza. La poetessa si inchina, non tanto alla maestà di quegli alberi immensi a cui tende il pensiero, poiché loro sono forti e svettano nel cielo sfiorando il profilo di Dio e quindi non hanno bisogno del suo interesse. Al contrario, si inchina invece davanti a un filo d’erba che ha la forza di rompere il cemento e di vivere tra le crepe dell’asfalto, perché senza di lui tutto sarebbe deserto.

Percorsi di Cinzia Marulli sono un bellissimo inno al potere delle piccole cose. Prendiamo il ricordo di quando, nella calura estiva di una Roma bollente, arrivava la sera e noi ci sdraiavamo a terra sul terrazzo e ci sentivamo felici.
Ma anche alla forza del perdono (pag. 21), a Madre Terra (la spiga di pag. 24) e a Madre Natura (pag. 26), il Cerchio (pag. 31), Il ricordo struggente del padre che non c’è più meravigliosamente raccontato nella poesia di pag. 33, dove Cinzia ci fa assistere ad un film in bianco e nero, in cui un uomo bello e dignitoso è inginocchiato a svolgere un lavoro umile. E c’è gratitudine e Amore in questa lirica.
E che dire dell’allegra poesia dedicata ai poeti, che Cinzia finalmente tira giù da quel piedistallo d’oro dove qualcuno di loro si piazza con arroganza, mostrandoceli come brava gente che fa la doccia, va al bagno e fa la spesa…
Indubbiamente nelle sue liriche si percepisce l’influenza dei suoi viaggi in America Latina, Messico, Ecuador, dove è stata più volte invitata a portare la voce della poesia contemporanea italiana, non perché ci siano descrizioni di quei luoghi, ma perché la sue poesie sono di una semplicità e di una comprensione propria della poesia latino americana, dove non si usano particolari ermetismi, dove la poesia non è mai aulica e ridondante, proprio perché deve farsi comprendere da tutti, quasi uno striscione politico che grida “La Poesia è per il popolo”, concetto peraltro assolutamente sacrosanto e proprio dei Paesi latino americani.

Terra e Poesia, ecco che ritornano le due parole, un connubio che denuncia tutte le stragi di questo mondo, i bimbi morti di Gaza, la Shoah, i fratelli di Parigi, Amina e tutte le altre donne che a gambe larghe urlano la loro mutilazione (pag. 50), davanti a una platea dove la mamma è in prima fila e assiste in silenzio alla barbarie che altre vecchie stanno perpetrando sulla sua bambina, strappandole per sempre il suo intimo femminile, per impedirle di avvertire il piacere, in una pratica di tortura che passa di madre in figlia, di donna in donna, mutilando per tradizione tutte le bambine del villaggio.
Un tema penetrante, alla fine della raccolta, è quello della morte, sentimento vissuto senza alcuna drammaticità, ma con serenità e ironia. Perché forse nel sorriso è il segreto di tutto.

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NEL NOME DEL FIGLIO

nel-nome-del-figlioNEL NOME DEL FIGLIO


Simona Bertocchi – Giovane Holden Editore – 2015 -140 Pagine – € 15


 “Nel nome del figlio” di Simona Bertocchi è un romanzo storico. Ma, sebbene narri le vicende delle famiglie Malaspina Cibo, nonché le guerre, le battaglie, i matrimoni politici, le lotte intestine, le esecuzioni, per accaparrarsi feudi, onori e titoli nobiliari, nei primi cinquant’anni del 1500, tutti elementi che potrebbero dare vita ad un testo accademico adatto più ad uno storico che ad un lettore comune, “Nel nome del figlio” si legge con entusiasmo e passione, fremendo e soffrendo in contemporanea con i numerosi personaggi che affollano la storia. Questo perché l’autrice, Simona Bertocchi appunto, ha saputo scrivere sì, rifacendosi ai documenti storici, passando in rassegna un’infinita documentazione che l’ha vista per mesi e mesi assidua frequentatrice degli archivi di Stato, spulciando lettere, testamenti e archivi storici, ma ha avuto una sensibilità tutta femminile nel narrare, sostanzialmente, la storia di due donne, Ricciarda Malaspina, Marchesa di Massa e signora sovrana di Carrara e della sua dama di compagnia, Beatrice Pardi, delineandone abilmente personalità e caratteri. La prima, fredda calcolatrice, avida di potere e denaro, amante del lusso e abile manovratrice di pontefici, regnanti, nobili e uomini potenti, crudele feudataria, che non esita a sacrificare persino l’amore per i numerosi figli, avuti da consorti e probabilmente da un amante, cognato e cardinale, pur di continuare a tessere intrighi e a muovere i fili della politica e dell’aristocrazia per la propria, smisurata, sete di potere.

E l’altra, Beatrice Pardi, sua dama di compagnia, donna di umili natali ma di buona cultura e sapienza, che, dopo una serie di rocambolesche vicissitudini, si ritroverà occhi negli occhi con la marchesa Ricciarda Malaspina sua ex padrona, che l’aveva poi fatta inseguire e condannare a morte e aveva causato la morte dell’amata figlia Angelica. E questo è forse il momento più emozionante di tutto il romanzo. Le due donne, ormai anziane e a pochi passi dalla fine delle rispettive vite, si confrontano e, sebbene diversissime, si ritrovano in qualche modo, l’una negli occhi dell’altra. Ed è attraverso una sorta di diario che Beatrice Pardi, dama di compagnia di Donna Ricciarda, tiene in segreto, che viene narrata in prima persona tutta la storia, un escamotage che rende a tratti intimo il romanzo e regala al lettore l’impressione di sbirciare dal buco della serratura, ma anche di veder scorrere gli avvenimenti come su uno schermo. Dopo il suo secondo matrimonio con Lorenzo Cibo, nipote di Lorenzo il Magnifico, seguito alla morte del primo marito, Scipione Fieschi, la giovane, vedova e ormai orfana Ricciarda, nel 1520 col nuovo consorte si trasferì a Roma, dove seppe guadagnarsi l’amicizia di personaggi influenti, in grado di orientare le scelte dell’imperatore Carlo V sul Marchesato, che era feudo imperiale. E proprio in virtù di appoggi di questo tipo che Carlo V concesse, attraverso Sinibaldo Fieschi procuratore di Ricciarda, l’investitura di Massa e Carrara a lei e ai suoi successori primogeniti maschi e, in mancanza di questi, femmine.Più tardi Ricciarda si trasferì da Roma a Firenze, dove rimase fino al 1537, conducendo a quanto pare una vita mondana e lussuosa. Abitava con la madre Lucrezia e la sorella Taddea nel palazzo dei Pazzi, nonché nella villa appartenuta alla stessa famiglia, denominata la Loggia dei Pazzi. In realtà questi beni erano proprietà del marito Lorenzo, in quanto erede di Francesco Cibo, secondo il testamento del 1515. La casa delle Malaspina fu anche la residenza del cardinale Innocenzo Cibo, del fratello Giovanni Battista, arcivescovo di Marsiglia, e della sorella Caterina Cibo, già duchessa di Camerino, ed era frequentata da letterati. Sembra che fossero proprio le Malaspina ad essere riconosciute su una delle prime carrozze che percorsero la città. Lo stesso duca Alessandro de’ Medici non disdegnava la compagnia delle marchesane, come lei, la madre Lucrezia e le sorelle, venivano chiamate con disprezzo.Eppure il successo della marchesa Ricciarda Malaspina con gli uomini non sembra potersi attribuire a una bellezza memorabile. Così veniva descritta da uno storico dell’epoca: “Ricciarda erat mulier mediocris staturae, alba, macra et formae etiam inter pulchram et turpem“, mentre ad altri testimoni ella e la sorella Taddea sembravano addirittura “brutte come diavoli“. Il legittimo pretendente al feudo era in realtà Giulio Cibo Malaspina, il figlio primogenito. Beatrice Pardi, dama di compagnia della marchesa, nello stesso anno della nascita di Giulio, metterà al mondo una bambina, Angelica. I due bambini cresceranno insieme e l’amicizia tra il nobile marchesino e la popolana, ma bellissima, colta e intelligente Angelica, dalla fluente chioma rossa, nata giocando e rincorrendosi per le sale del castello Malaspina, sudati, con i capelli spettinati e gli occhi pieni  di vita (come ce li descrive la Bertocchi), diventerà prima un  indistruttibile amore platonico, quindi, la notte prima che verrà eseguita la condanna a morte di Giulio Cibo, accusato ingiustamente del terribile reato di “lesa maestà”, con la complicità di un carceriere, sfocerà in un rapporto d’amore vero, il cui frutto sarà il piccolo Giulio, condannato però ad essere orfano di padre già dal giorno seguente il suo concepimento, e ad avere una madre, la dolce Angelica, ridotta alla follia per l’ingiustizia e l’assassinio del suo amato, compiuto sotto i suoi occhi. Sarebbe bastato presentare il piccolo Giulio come figlio di Giulio Cibo Malaspina alla corte di suo zio Alberico Cibo Malaspina che aveva sofferto per la morte ingiusta del fratello, per consacrarlo alla nobiltà, ma anche condannarlo ad essere vittima di intrighi e congiure familiari, come fu per suo padre,  ma la saggia nonna Beatrice Pardi, dopo la morte di sua figlia Angelica, madre del piccolo, sottrae il piccolo Giulio al regno dello stato di Massa e Carrara, disponendo nel testamento e avvertita la zia Elena che venga mandato alla corte del Re di Francia per ricevere un’istruzione e una posizione sicure. “Io non ho mai avuto padroni Ricciarda, sono sempre stata libera e voi mi avete scelta per questo”, dirà Beatrice nell’ultimo incontro con la  vecchia  marchesa, sua ex padrona. E infine riuscì nel suo intento di assistere ai funerali della marchesa Ricciarda Malaspina, che aveva rovinato la sua vita e distrutto quella di sua figlia Angelica e del proprio figlio Giulio. Su tutto il romanzo aleggiano i versi del raffinato poeta Luigi Pulci, che Giulio e Angelica si scambiano più volte negli anni e che Giulio pronuncerà anche un attimo prima che il boia gli mozzerà la testa: “Tu m’hai di te sì fatto innamorare/ per mille altre eccellenzie che tu mostri/ch’io me ne vengo, ove tu andrai, con teco/ e d’altra parte tu resti qui meco/”.

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TUTTI I COLORI DELLA RIVA VERDE

TUTTI I COLORI DELLA RIVA VERDE

riva_verde-364x489In piena guerra dei cent’anni le dame della Compagnia della Conocchia si riuniscono di notte in gran segreto


Adriana Assini – Scrittura & Scritture – 2014 – 184 pagine – € 12,50


Ambientato nella Bruges del 1379, sullo sfondo dello scisma d’Oriente e durante la Guerra dei Cent’anni – quell’estenuante e infinito conflitto che vide Inghilterra e Francia contendersi il predominio nella terra delle Fiandre – tra le sanguinose diatribe scoppiate tra i tintori del rosso e i tintori del blu, “La Riva Verde” racconta del come e del perché le dame della Compagnia della Conocchia si riuniscono ogni notte in gran segreto, nelle notti più buie dell’anno.

Sono otto, diverse tra loro per età, mansioni, scala sociale, indole e inclinazioni, ma sono tutte accomunate però dalla voglia di sottrarsi alla tirannia maschile con sfrontatezza, arguzia e agilità da gatte, osando e sfidando la legge e la sorte.

In questo godibilissimo romanzo, sempre a sfondo storico, come ormai ci ha abituato la scrittrice nonché magnifica acquarellista, Adriana Assini, ci sono i germogli di un femminismo che sboccerà diversi secoli più avanti, ed è sicuramente ben delineata l’esigenza di non accettare a testa bassa il destino.

In barba ad una società che riconosceva le donne solo per il ruolo di moglie, madre, sguattera e, casomai, prostituta, le eroine protagoniste del libro di Adriana (che tra loro si definiscono Evangeliste) con le loro fughe notturne, danno vita ad incontri segretissimi, vietato anche solo confidarne l’esistenza a un rappresentante dell’altro sesso, in cui si scambiano consigli, ricette per intrugli e pozioni medicamentose, nonché rimedi contro qualsiasi male. Anche quello dell’anima.

Un po’ fattucchiere, un po’ casalinghe erboriste e proto femministe molto sagge, le otto signore meditano di organizzare una fuga verso una Terra Promessa, in cui potranno finalmente essere libere dagli obblighi di una società fortemente maschilista.

Ancora una conferma, se vogliamo, che la solidarietà femminile e la sorellanza sono un potente salvavita contro i soprusi maschili e l’arroganza degli uomini di tutti i tempi.

E così la vedova Emmeline de Dos, Marguerite Morele, detta Margot, la giovane Rose Van Triele, figlia di un tintore del blu, che ama follemente Robin Campen, figlio di un tintore del rosso, colore della passione (ma della corporazione rivale di quella a cui appartiene il padre di Rose) e che viene costretta a sposare un operario di suo padre, Alix de Meure, la filatrice di Saint-Gilles, Ysengrine dei Tigli, Sebine Vermunt dai capelli rossi come il rame, Anne Van Gest, accusata di malefici e fatture e Greta du Glay, venditrice di saponi, zolfo e spezie rare, sempre in contatto con l’aldilà, dispensatrice di profezie perché capace di vedere nel futuro, si riuniscono nelle notti più buie dell’anno – e già questo basterebbe ad accusarle di stregoneria – quelle che vanno da Santo Stefano (26 dicembre) alla Candelora (2 Febbraio).

In realtà in questi incontri curano il corpo e l’anima, perché ognuna sa che può contare sull’altra e così, sentendosi al sicuro, possono lamentarsi degli uomini, siano essi padri, consorti, preti o governanti, la pulzella e la dama si raccontano e si confidano, esattamente come fanno le donne, amiche e sorelle, in ogni tempo e in qualsiasi parte del mondo.

La Riva Verde è il luogo dove si incontrano di nascosto Rose e Robin, ma su quelle sponde, nei giorni e nei periodi prestabiliti dalla legge, i tintori del rosso e del blù possono andare a risciacquare le loro stoffe. E guai a sbagliare periodo! E’ inoltre un romanzo colorato (poteva essere diversamente se l’autrice è un’apprezzata acquarellista?) dove i colori diventano simboli e metafore che definiscono, assolvono o condannano, raccontato alla maniera dei cantastorie, ricercato nel linguaggio, ma mai noioso o pesante.

E le dame della Compagnia della Conocchia inseguono il grande sogno di libertà di sfuggire a padri e mariti opprimenti e, con la scusa di andare in pellegrinaggio, partono tutte insieme verso un’utopistica terra di libertà.

Consigliato alle femministe, agli amanti del colore, agli appassionati di romanzi storici e a tutti coloro, maschi e femmine, che sognano e cercano la libertà.

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IO E TU DOBBIAMO PARLARE

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IO E TU DOBBIAMO PARLARE, STORIA D’AMORE PER BAMBINI GRANDI


Cristiana Morroni e Guido Oliva – L’Erudita Ed. – 2014 – 185 pagine – € 16


Ci sono libri che prendono e portano via lontano, altri che insegnano, altri ancora che sensibilizzano, che affascinano, che aiutano a capire, libri che fanno ridere e altri che fanno piangere. “Io e tu dobbiamo parlare”, scritto a quattro a mani da Cristiana Morroni e Guido Oliva, fa tutto questo e anche di più.

Centottantacinque pagine per raccontare l’Amore, quello con la A maiuscola, un amore che fa rima più con dolore che con cuore, tra due ex amichetti di asilo e di elementari, Lù e Diego, separati da ragazzini, che si ritrovano molto adulti e parecchio feriti dalla vita, su un forum di scrittura e, senza sapere nulla l’uno dell’altra, rimangono affascinati o, meglio, folgorati, dalle parole dell’altro. E allora cominciano a scriversi, mail, botte e risposte, dove la Scrittura, anche questa con la maiuscola, fa da trait-d’union e da protagonista, fino a non bastare più, perché Le parole scritte sono belle. Lo sappiamo. Ma assumono un peso diverso a seconda dello stato d’animo. Chi scrive ci mette un chilo, chi legge ci trova un quintale. E viceversa. E’ per questo che mi piacerebbe parlare con te. Per gli occhi, scrive Diego ad un certo punto.

La storia è un ordigno esplosivo. Dirompe nell’anima del lettore, senza chiedere permesso. Lo stile diretto e “parlato” dei due, il trasformarsi di una storia come potrebbero essercene tante, via via in qualcosa di indispensabile come l’aria, in un amore “di stomaco”, un amore dell’”essere” più che dell’ “apparire”, dove ci si vomita addosso tutto, dolori, gioie, notti insonni e desiderio, disillusioni, disincanti, sesso, passioni, tenerezze e ossessioni, fa sì che il libro, una volta aperto, catturi il lettore stringendolo in spire di immedesimazione e curiosità, come un boa constrictor fa con la sua vittima. Si diceva di libri che fanno ridere e piangere, ebbene questo “Io e tu dobbiamo parlare”, ci riesce spesso, anche nella stessa mail. E sensibilizza sì, sensibilizza il lettore a non sprecare l’amore, a rendersi conto che l’amore non è routine, vita piatta, picci picci e staremo insieme tutta la vita in una bolla di zucchero filato rosa, no no. L’Amore è “forse”, è paura, è il dolore dell’attesa, è la voglia di gridare, è aver paura di sciupare tutto ma mettersi in gioco ugualmente, è coraggio e incoscienza e tutte le mille cose che Lù e Diego si scrivono in centinaia di mail.

453 ad essere precisi, ma siamo stati molto autocensuranti e nel libro sono assai meno”, ci spiega Guido Oliva, di professione direttore amministrativo, ma scrittore fin da piccolo, con già qualche pubblicazione all’attivo. Lù sta per Lucrezia, “Mia figlia non ha il dono della parola ed io, con questo libro, ho voluto farla parlare”, racconta Cristiana Morroni, donna dalle mille attività nel campo della comunicazione, anche visiva, e del network marketing, non nuova anche lei a pubblicazioni di poesia e narrativa, anche pluripremiate.

“Io e tu dobbiamo parlare” racconta di un amore fatto di coincidenze, di due vite che per la prima metà sono state vissute sfiorandosi, è una bellissima love story per bambini grandi.

Con lo stile secco e crudo di una Mazzantini, questa storia pudica e spudorata che, tutto sommato, è a lieto fine, è un cazzotto nello stomaco, una narrazione che costringe il lettore a guardarsi dentro e a cercare di comprendere cos’è davvero l’amore, se lo stordimento, la devastazione interiore, il sorriso ebete stampato in viso possono convivere con la melodia, con la routine di una famiglia “altra”, con il lavoro di tutti i giorni, con l’urgenza fisica del voler toccare, annusare, assaporare, masticare, ingoiare l’altro senza mai riuscire a saziarsi. Un amore ridotto in brandelli, nel senso migliore del termine, ossia scandagliato, esplorato, analizzato, per legittima difesa, per essere certi che sia unico.

Ho ammirato il coraggio di questi due quasi cinquantenni di mettersi a nudo davanti a tutti, la tranquillità e la grande maturità di mostrarsi senza veli, senza photoshop a togliere rughe e difetti. In questo libro ci sono proprio loro, la loro storia, le loro voragini, la loro salvezza. Viene da pensare che una storia letteraria così intima e intimistica, scritta a quattro mani possa aver portato ad un’ unione reale. E infatti sì, così è stato.

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Servizi editoriali

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PRESENTAZIONI DI AUTORE E LIBRO

Ora che hai il tuo bel libro fresco di stampa tra le mani ti piacerebbe presentarlo al pubblico in un luogo consono, davanti ad un pubblico attento, magari con qualche giornalista in sala e, soprattutto, con un abile relatore che sappia intervistare te e presentare il tuo libro come merita, con anche uno o due attori che interpretano brani del tuo libro, catturando così la curiosità del pubblico e, anche un musicista che suona in sottofondo, il tutto ripreso dalle telecamere.

Con Elisir Letterario non è più solo un sogno. Noi possiamo realizzare tutto questo in alcune delle migliori location della capitale, locali, enoteche e librerie, con un aperitivo incluso e, volendo, anche la cena, realizzando persino le locandine e gli inviti. Il tutto ad un costo che è davvero molto, ma molto inferiore a quanto tu possa immaginare.

Volendo possiamo anche offrirti i singoli servizi, fornendoti soltanto un relatore, o i lettori-attori, un musicista che suoni le musiche giuste per la tua serata o anche il servizio di una web tv che realizza per te il video dell’intera presentazione, che sarà visto poi in tutto il mondo sia attraverso la stessa tv web, sia attraverso YouTube .

Possiamo parlarne se ci contatti tramite l’apposito modulo che trovi in alto a destra.

RECENSIONI e INTERVISTE    

Come tutti sanno la pubblicità è l’anima del commercio. E questo vale anche per il “prodotto-libro”.

Puoi aver scritto un romanzo da Premio Strega o un libro di poesie degno di Montale,  ma se la gente non ne viene a conoscenza, il tuo libro resterà comunque bellissimo, ma non avrà lettori. E un libro senza lettori non ha ragione di esistere. Nell’era delle immagini e specialmente in un mondo, quello dell’editoria, in cui il tuo libro potrebbe perdersi nel Mare Magnum della carta stampata, è fondamentale essere presente nei siti e nei posti giusti. Elisir Letterario è uno di questi.

Dopo aver letto il tuo libro, non solo scriveremo e pubblicheremo una recensione sul sito, ma la condivideremo sulle nostre pagine social che sono lette e frequentate da giornalisti, scrittori, editori e “addetti del mestiere”. Se poi alla recensione vorrai affiancare anche una tua intervista, con la foto e la tua biografia con eventuali premi letterari vinti, menzioni speciali, titoli accademici ricevuti, avrai ulteriore materiale da poter condividere sui tuoi social e inviare alla stampa agli editori dei tuoi prossimi libri.

Anche per questo puoi contattarci tramite l’apposito modulo, senza dimenticare di inserire la tua mail e il tuo telefono.

UFFICIO STAMPA

Hai scritto un libro, hai in programma di presentarlo in una libreria della tua città e ti piacerebbe che la gente lo sapesse? Vuoi far sapere al mondo che il tuo libro è uscito ed è acquistabile in e-book e nelle librerie? Vorresti che la stampa si occupasse del tuo libro appena uscito, ma tutti i tentativi fatti di contattare l’amico dell’amico del cognato della tua amica del cuore che fa il giornalista sono andati falliti? Vorresti che del tuo libro si parlasse nelle riviste specializzate in letteratura, poesia e affini ma non sai come fare?

Hai bisogno di un ufficio stampa che faccia uscire qualche articolo sulla stampa cartacea o anche su quella online. Noi di Elisir Letterario possiamo aiutarti. Vai al form Contatti e scrivici, specificando il tuo nome, il tuo telefono, la tua mail e sarai contattato in tempi brevi.

EDITING                

Hai finalmente messo la parola Fine al tuo manoscritto, che sia esso un racconto per un concorso letterario o l’opera prima che, speri, ti consacrerà scrittore a tutti gli effetti. L’hai letto e riletto ma, come sai, tu che l’hai scritto sei la persona meno adatta a correggere quanto hai scritto. E un testo corretto, sia dal punto di vista sintattico che grammaticale, ben impaginato, con l’uso delle misure e dei caratteri giusti, ha molte più probabilità di successo e di pubblicazione.

Potrebbero esserci errori di battitura e refusi, periodi complessi e farraginosi, illogicità e frasi confuse, termini ripetuti, imprecisi e impropri, errori nell’utilizzo della punteggiatura e nell’impaginazione, errori di sintassi o, peggio, grammaticali. E tu, che quel testo lo sai ormai a memoria, gli errori neanche li vedi più. Per questo ti ci vuole un editor, ossia quella figura professionale che “risistema” il tuo manoscritto, senza per questo stravolgerlo.

Anche per questo servizio puoi contattarci tramite il form che trovi nel menu alla voce Contatti, lasciandoci il tuo indirizzo mail e il tuo numero di telefono per poterti contattare.

PRESENTAZIONE AUTORE E LIBRO A PORTE CHIUSE

Ti piacerebbe presentare il tuo libro, essere intervistato, ma la platea di un pubblico di fronte a te ti terrorizza e ti blocca lingua e cervello? Hai il terrore di parlare in pubblico, ma ti piacerebbe ugualmente avere un video con una tua intervista e la presentazione del tuo libro da condividere sulle tue pagine social, da mostrare ad amici e parenti ma, soprattutto, da inviare al tuo prossimo editore? Elisir Letterario ha la soluzione. Puoi realizzare la presentazione del tuo libro con una giornalista che ti intervisterà e leggerà la recensione della tua opera, in uno studio o, più comodamente, nel salotto di casa tua, a porte chiuse, ovvero senza pubblico, ripreso da una telecamera da professionisti, che ti consegneranno poi il dvd con le riprese.

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E’ vero che tutti sappiamo scrivere, ma non tutti sappiamo scrivere bene. Ed è anche vero che scrivere una lettera di presentazione per candidarsi a un lavoro è ben diverso che scrivere una lettera informale a un amico lontano. E pensate davvero che tutti sappiano scrivere una lettera d’amore senza cadere nel banale e comunicare solo melensaggini che potrebbero screditare il mittente agli occhi (e al cuore) dell’amata? Così come saper scrivere un comunicato stampa che sia letto e possibilmente pubblicato dal giornalista che deve riceverlo, non è cosa semplice.

Ogni tipo di scrittura mirata ha le sue regole e chi non è del mestiere spesso le ignora.

Bene, se hai bisogno di uno dei servizi di scrittura su commissione, possiamo aiutarti. Scriviamo e riscriviamo al tuo posto, in maniera professionale e con le giuste competenze linguistiche e stilistiche qualsiasi tipo di testo, come ad esempio lettere formalilettere informali e lettere d’amore, discorsi pubblici, articoli, post comunicati stampa, biografie, autobiografie, racconti e favole per bambini.

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