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Nicola Viceconti e Patrizia Gradito raccontano la magia della loro novella “L’altra forma dell’assenza”

Incontro con Nicola Viceconti e Patrizia Gradito che raccontano il vero cuore del Messico, dopo il viaggio a Misantla, nello stato di Veracruz, dove i colori, le atmosfere e soprattutto la gente, hanno ispirato “L’altra forma dell’assenza”, novella magica raccontata da un anziano venditore di cachichin, tipici frutti della zona.

Nico   Patgrizia Gradito

È dall’altra parte dell’oceano, nel Messico più autentico, nella rigogliosa vegetazione nello stato di Veracruz e precisamente nell’antica cittadina di Misantla, che la novella “L’altra forma dell’assenza” di Nicola Viceconti e Patrizia Gradito nasce e si sviluppa tra tinte aranciate, leggende, salse piccanti e folate di vento caldo intorno a un anziano venditore di cachichin, frutti particolari che crescono solo in quella parte della sierra.

Questo delizioso libro di sole 95 pagine esce contemporaneamente in Italia, nel catalogo di Rapsodia Edizioni, e in Messico, con la casa editrice Creable (trad. di Losh Zacarias Moreno e Dario Anelli), corredato di alcune foto scattate dagli autori nel corso del viaggio e con la prefazione del poeta misanteco Vicente Mota. “L’altra forma dell’assenza” ha ottenuto i patrocini dell’Ambasciata del Messico in Italia, dell’Associazione “Caminando unidos por Misantla” e del Municipio Fuerte y en grande dell’antica città veracruzana.

Ma chiediamo agli autori i dettagli su come e perché nasce questo libro.

ELISIR – “L’altra forma dell’assenza” s’incastra perfettamente nel progetto letterario Novelas por la identidad, una narrativa che sperimenta generi eterogenei (racconto breve, romanzo, poesia, novella) e che pone al centro l’identità declinata sul piano sociale e individuale. Ma come è nata la spinta a scrivere insieme?

NICOLA – “Novelas por la identidad” è un progetto letterario ideato nel 2009 a cui Patrizia Gradito collabora da un anno. Si riferisce a una produzione che si prefigge di fotografare determinati fenomeni storico-sociali da un’angolatura sociologica unita all’analisi documentale, alla caratterizzazione psicologica e alla narrazione romanzesca, per offrire un messaggio di verità e umanità. La scrittura congiunta, realizzata in “L’altra forma dell’assenza”, si propone di scavare nel tessuto sociale e privato di un popolo, illustrando uno spaccato di un contesto geografico ben preciso per dilatare lo sguardo su tematiche esistenziali. Non si tratta di una novella ideologica né politica in questo caso e nemmeno di un racconto storico. L’opera ha una valenza informativa, ma predomina l’aspetto emozionale connesso alla volontà di dare voce a quella che i teorici de Les Annales (Duby, Le Gotff, Ariès) chiamano “la storia dal basso”, ovvero una storia intima, in cui gli eventi, le date, i personaggi, le battaglie lasciano il posto alle abitudini, alle mentalità, ai sogni, ai desideri, alla geometria delle passioni. In questo senso, è centrale la figura di Pascual, l’anziano venditore di cachichin, che nel racconto assurge a veicolo di una particolare saggezza popolare, incarnando usanze e modi ancestrali di concepire l’esistenza, le dinamiche relazionali e il rapporto con la natura.

Io e Patrizia  ci conosciamo fin dall’infanzia perché abitavamo l’uno di fronte all’altra, ma poi la vita ci ha fatto perdere di vista per almeno quarant’anni. Quando del tutto casualmente ci siamo incontrati di nuovo, abbiamo scoperto di essere entrambi appassionati di scrittura e letteratura e poi abbiamo sentito l’esigenza di sperimentare una coproduzione, per dare spazio alla fusione delle nostre sensibilità, accordando le nostre diverse prospettive e i nostri differenti background formativi, per illustrare una rappresentazione quanto più possibile policroma. La novella, incentrata sulla cultura messicana, è di fatto un tributo a questo popolo così ricco di storia, arte e tradizione.

PATRIZIA – L’ispirazione a scrivere il racconto è nata in occasione della partecipazione al “Festival internazionale di poesia di Misantla”, la città magica nello stato di Veracruz, dove Nicola è stato invitato a presentare l’ultimo suo romanzo “Vieni via” e alcune delle poesie raccolte in “Torneranno i cavalli al galoppo” (Ensemble Edizioni). “Vieni via” è la narrazione della vicenda di un ottuagenario, disilluso dalla ideologia comunista, che decide di cercare una donna amata in gioventù, recandosi prima in Russia e poi in Messico. La seconda metà di quest’opera è ambientata in questo paese, con descrizioni puntuali di Coyacan, il quartiere della capitale che ha ospitato personaggi della statura di Frida Khalo, Trotsky e Diego Rivera e San Miguel de Allende.

NICOLA – Il connubio tra noi è nato in occasione della presentazione del citato romanzo presso l’Ambasciata del Messico nel dicembre dello scorso anno, da cui si è sviluppato uno scambio intellettuale e creativo molto stimolante, frutto di passioni sviluppate anche in ambiti culturali diversi tra loro. Abbiamo prodotto così un racconto, destinatario di un premio al concorso letterario internazionale “Il Convivio 2018”, “Stella Stellina… la notte si avvicina”, inedito e che farà parte di una nostra prossima raccolta. Ispirato ad una storia vera, è dedicato ai controversi casi giudiziari degli italiani all’estero, (allo stato attuale circa 3.000), al dramma della carcerazione preventiva in territorio straniero e alla violazione dei diritti umani previsti dalle convenzioni.

La stesura di “L’altra forma della assenza” celebra l’identità dei misantecos e si misura con nuove interpretazioni esistenziali. Ogni assenza, ogni dolore può essere tenuto e trasformato e assumere forme inaspettate a seconda di come scegliamo di muoversi. La semplicità e l’armonia respirate in quel territorio, sia in ambiti informali e familiari, sia in circostanze che coinvolgevano l’intera collettività, certamente più istituzionali, avvolgono il popolo di Misantla di un’aura di solennità rituale e di cura, qualità preziose, che sembrano essere retaggio delle popolazioni ancestrali.

ELISIR – “L’altra forma dell’assenza” è troppo lungo per essere un racconto e troppo breve per essere un romanzo. Le “novelle” sembrano essersi estinte nell’altro secolo e riportano a una maniera un po’ antica di raccontare. Come mai avete deciso di scrivere una novella ?

NICOLA – Abbiamo scelto il genere della novella perché pensiamo che rappresenti un genere narrativo forse non molto diffuso attualmente in Italia, ma che offre però una notevole versatilità nello strutturare un’architettura più complessa del racconto breve e più sintetica del romanzo e anche perché lo abbiamo ritenuto più funzionale per sperimentare un avvicinamento al realismo magico respirato in Messico. “L’altra forma dell’assenza” nasce soprattutto dal desiderio di voler fissare per sempre e trasmettere le percezioni indelebili che abbiamo sperimentato e per dare voce alle emozioni che un luogo magico come Misantla ci ha regalato attraverso la combinazione di storia, leggende e contatto con natura. In questo periodo ci siamo confrontati su letture di Marquez, Rulfo, Cortazar e Kafka che hanno lasciato una forte impronta sulla nostra scrittura. La narrazione si articola su tre storie allacciate in una in una geometria attenta, con salti indietro e in avanti che accompagnano il lettore in un mondo favolistico, in cui aleggia la tensione tra passato e futuro e, al contempo, l’analisi di un preciso paradigma, quello dell’accettazione delle vicende umane. Senza negare la morte, il dolore e l’oscurità, la breve opera offre una visione della vita di tolleranza e di speranza e pone l’accento sull’importanza delle relazioni umane e sulla capacità di integrazione.

ELISIR –  Patrizia Gradito ci spiega perché ha scelto di collaborare con Viceconti?

PATRIZIA – Ho incontrato Nicola Viceconti per tradurre i suoi testi e per stilare note critiche delle sue opere letterarie. Poi, leggendo le sue opere avvincenti, ne sono rimasta profondamente colpita e, ad una ad una, dai racconti a “Nora Lopez”, da “Cumparsita” a “Due volte ombra”, Viceconti è riuscito a trasmettermi il rispetto, la passione e la curiosità per il mondo ispano-americano. “Èmet”, ad esempio, mi ha permesso di vedere certi aspetti della storia tedesca e del Nazismo che conoscevo appena. Ha stimolato in me la voglia di approfondire certi eventi storici, di riprenderne altri e di riparlarne. Ho trovato la sua produzione emozionante, ricca di spunti interessanti e di una certa levatura, con molti richiami all’espressionismo tedesco, che  in effetti ha agganci con il realismo magico, corrente letteraria che ho approfondito proprio grazie a Nicola Viceconti. Una passione autentica la sua che trascina, contagia e che ora condividiamo.

Del resto il nostro viaggio in Messico ha rappresentato una rivelazione per entrambi, sia dal punto di vista naturalistico, sia da quello archeologico e letterario. Disertando le rotte turistiche consuete, si è trattato di un’ esplorazione nel cuore del mistero della cultura messicana, dove lo sguardo poetico di Nicola ci ha accompagnato a cogliere le sfumature più intense di questa terra, regalandoci incontri, colori, sfumature, emozioni e l’autenticità di un popolo saldo nelle tradizioni, nei valori dell’amicizia e della tutela della collettività, soprattutto a  Misantla, cittadina dello stato di Veracruz, in cui il rapporto con le persone è stato molto stretto. Giorni memorabili vissuti con il cuore aperto all’esplorazione di usi, costumi e di una cultura ricca di storia, miti, natura, leggende e reminiscenze ataviche,  che si è tradotta poi in un magico scambio di prospettive, commozione e riflessioni esistenziali. Questa esperienza ci ha regalato l’ispirazione per una narrazione che osserva percorsi di vita e scelte senza moralismi e con una scintilla di meraviglia, per cui la magia più preziosa è quella dell’ascolto e dell’incontro. Collaborare con Nicola è entusiasmante, il nostro è uno scambio complesso e di costante nutrimento, una complementarità che ha dato luogo a un vero connubio di cui sono grata.

Mi ha molto colpito il rispetto e l’importanza che i poeti e la poesia rivestono per i messicani in generale e dei misantechi in particolare, quale strumento per loro di espressione e condivisione popolare per eccellenza. In occasione di una visita ad una scuola primaria, Nicola Viceconti ha avuto l’iniziativa di lanciare un laboratorio di poesia a piccoli gruppi, subito accolta favorevolmente. Quella è stata un’esperienza davvero significativa, gioiosa e molto emozionante. In quell’occasione, a contatto con i bambini, ho constatato la generosità di Nicola Viceconti e la sua capacità di giocare con le parole, di far esprimere ai bambini lo sguardo poetico sulla vita, come qualcosa di familiare, tangibile, naturale. Ho assistito al processo creativo in cui i bambini hanno composto insieme a lui una poesia dal titolo “El perro y el pinguino”, delicata e divertente, che narra di un pinguino che nella piazza di Misantla incontra un cagnolino legato alla catena il quale, una volta liberato, sotto il caldo torrido, gli offre un gelato. La tenerezza e la delicatezza che lo contraddistinguono si accostano molto al personaggio che illustrava le sue poesie, Simplicito, l’acquerello del pittore argentino Roly Arias, che sottolinea alcuni versi di Viceconti.

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DALLA POLITICA AL ROMANZO

Incontro con Antonella Gramigna che racconta come l’impegno politico e sociale sfocia nella recente passione per la scrittura.

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Antonella Gramigna, nata a Pesaro, ma ormai toscana pistoiese a tutti gli effetti, è una grande comunicatrice, con esperienze agli alti vertici della politica italiana. Laureata in Comunicazione con Master in orientamento e promozione della salute, fin dalla giovanissima età si è occupata di informazione, comunicazione istituzionale e politica ed è anche molto attiva sul fronte dell’associazionismo. Tutto il suo background maturato in campo politico le ha ispirato un romanzo, Il vento e le promesse (Giuliano Landolfi Editore), una storia assai originale che racconta l’esperienza di Anne chiamata a New York ad affiancare il team della campagna elettorale americana, mentre in Italia si è alle prese con il referendum costituzionale. Passioni, ideali e lotta politica accomunano la protagonista del romanzo alla sua autrice, che Elisir Letterario ha voluto sottoporre prima a un botta e risposta per individuarne gusti e preferenze e dopo a un’intervista più approfondita che racconta di Antonella Gramigna anche i lati più nascosti.

Bene Antonella, allora sei pronta? Cominciamo?

ELISIR – Colore preferito?

ANTONELLA – Nero. 

ELISIR –  Cibo preferito? 

ANTONELLA – Crostacei. 

ELISIR – In cucina come te la cavi? 

ANTONELLA – Abbastanza bene, amo il buon cibo.

ELISIR – Attrice preferita?

ANTONELLA –  Meryl Streep.

ELISIR – Attore preferito?

ANTONELLA –  Richard Gere.

ELISIR – L’uomo che vorresti essere?

ANTONELLA –  Mio marito. 

ELISIR – Se tornassi a nascere, uomo o donna e perché? 

ANTONELLA – Uomo, per provare la differenza e, forse, per capire meglio l’universo maschile. 

ELISIR – Genere di film preferito?

ANTONELLA –  Romantico e a sfondo sociale.  

ELISIR – Genere di lettura preferito?

ANTONELLA –  Narrativa e poesia. 

ELISIR – Scrittore preferito? (Citane uno italiano e uno straniero) 

ANTONELLA – Difficile la scelta, c’è un bel panorama sia italiano che straniero.    

ELISIR – Genere musicale preferito?

ANTONELLA – Jazz, anni ‘80 e qualcosa di contemporanea. 

ELISIR – Cantante (italiano e straniero) preferito?

ANTONELLA – Baglioni e Adele.

ELISIR – Ok, il primo round l’hai superato brillantemente, passiamo ora all’intervista … seria!

Perché scrivere? Come e perchè è nata questa esigenza?

ANTONELLA – Scrivere è porre su carta ciò che siamo, ciò che pensiamo, insomma noi stessi. Non è stata un’esigenza, ma il desiderio di rendere indelebile come lo scritto è, una storia.

ELISIR – Cosa significa per te “scrivere”?

ANTONELLA – Un canale per dare corpo ai pensieri, alle riflessioni e alla fantasia, alle  emozioni. 

ELISIR – Come scrivi? Carta e penna, moleskine e taccuino sempre dietro, oppure I-pad e lap top?

ANTONELLA – Oggi uso prevalentemente I-Pad  o I-Phone, più facile e immediato, un tempo lapis e taccuino.

ELISIR – Quanto c’è di autobiografico nel tuo ultimo libro “Il vento e le promesse”? 

ANTONELLA – Molto di me. La mia vita è in quelle pagine, come penso siano molto autobiografici tutti i libri per chi li scrive, anche se frutto di fantasie.

ELISIR – Visti i tuoi trascorsi in politica e di esperta di comunicazione, ci è sembrato che Antonella e Anne siano un po’ la stessa persona. Quindi raccontaci un po’ di cosa parla questo tuo romanzo di esordio e com’è nata l’esigenza di voler mettere per scritto questa storia.

ANTONELLA – Ho voluto raccontare un’ esperienza per me molto importante, con annessi e connessi: emozioni, aspettative e delusioni. Volevo lanciare anche un messaggio al mondo politico, quello di non tradire mai le promesse fatte, perché anche in Italia e non solo negli Stati Uniti, poi certi tradimenti si pagano. 

ELISIR – Qual è stato il tuo metodo di scrittura? Hai una trama in testa e vai “ a braccio” scrivendo la storia man mano che ti si dipana davanti, oppure usi la scrittura architettonica, metodica, mettendo sulla carta trama e  personaggi e poi come un sarto cuci il tutto?

ANTONELLA – Scrivo, butto giù spontaneamente pensieri rincorrendo una trama ideale “a braccio”. Non cucio, nessun lavoro di sartoria, ma un percorso lineare di storie che si susseguono,  così come la mente riesce a comporle dandole un senso. 

ELISIR – Quando scrivi lo fai con costanza, oppure ti lasci trasportare dall’incostanza dell’ispirazione?

ANTONELLA – Attendo il momento propizio, non sempre la giornata è quella giusta. Per scrivere questo libro ho passato giornate intense a scrivere e cancellare, e poi a riscrivere. E mesi di silenzio interiore. 

ELISIR – Qual è il tuo luogo e il tuo tempo per la scrittura?

ANTONELLA – Ovunque e sempre, quando c’è lo stimolo, il richiamo forte di farlo. 

ELISIR – Siamo tutti d’accordo che per poter scrivere bisogna essere accaniti lettori. Tu quanti libri leggi all’anno?

ANTONELLA – Leggo abbastanza, ma non sono costante, spesso passo da un libro all’altro perché mi stanco di leggere lo stesso autore. Forse perché non vengo catturata dalla storia? Può darsi. Non ho molto tempo per leggere, però mi piace molto e cerco di ritagliare spazi per poterlo fare.

ELISIR – Qual è il libro che hai al momento sul tuo comodino?

ANTONELLA – Un libro molto tecnico professionale, di comunicazione politica. Sto studiando per un Master ! 

ELISIR – E ora che il tuo libro sta ottenendo consensi in tutta Italia, fioccano le richieste di presentazioni e le interviste, ora che….forse ci hai preso gusto, stai lavorando a qualche altro progetto editoriale?

ANTONELLA – Ci sto pensando, ma per adesso ho altre priorità. Una tesi prossimamente da discutere, impegni politici e familiari… e intanto la mente frulla. Chissà…. 

ELISIR – Secondo te basta aver pubblicato un libro per essere considerati “Scrittori”? Cos’è che fa di una persona uno “Scrittore”?

ANTONELLA – Assolutamente no. Oggi, a differenza di un tempo, moltissimi scrivono, pubblicano, ma credere di essere scrittori solo per questo sarebbe un errore. L’umiltà, almeno per me, è la base della vita, senza di essa c’è solo presunzione. E io non sopporto i presuntuosi. Chi è davvero grande non lo dice, lo è. E lo si vede. Per potersi sentire Scrittori (o Scrittrici) serve imparare molto, leggere molto e fare molteplici esperienze letterarie al fianco di chi può insegnare molto. Poi c’è la “Dote”, come dice sempre la mia cara amica poetessa Marina Pratici, ambasciatrice della cultura nel mondo, c’è chi ce l’ha nelle corde da sempre, chi nasce con questa peculiarità e chi cerca di averla. Non so se, come lei afferma, io sia “ dotata” di penna e parole, ciò che sento dentro, spesso, è una spinta forte, interiore, che trova spazio e forma nelle parole, messe così, una dopo l’altra, come fossero disegnate su di un pentagramma musicale. 

Queste parole formano pensieri e danno emozioni, prima di tutto a me stessa quando le rileggo, talvolta così tanto da piangere. Mi piace pensare di poterle trasmetterle anche ad altri. Tutto qui. Non mi sento scrittrice, forse più ricercatrice di emozioni. Mi piace di più.  Senza emozioni non c’è vita, non c’è amore, non c’è respiro. 

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interviste

I poeti sono gli enzimi della società

Dialogo con Terry Olivi sulla Poesia

Terry-Olivi.jpg Incontriamo Terry Olivi sulla straordinaria terrazza di casa sua, nel centro della città eterna che, con effetto grandangolo, affaccia sulla Basilica di Santa Maria Maggiore, su quella di San Giovanni e sul Colosseo e da cui si gode una vista mozzafiato.

Terry Olivi è una signora che parla con toni pacati, ama profondamente le piante e la Natura, è stata un’insegnante molto amata dai suoi allievi, ha pubblicato diversi libri di poesia, ma non è solo per questo che la si può definire poetessa. Terry Olivi è poetessa in ogni suo gesto e in ogni sua parola.

E così, tra l’azzurro del plumbago, il rosso dei peperoncini e le diverse tonalità di verde delle sue piante, guardando il tramonto su una Roma che da qui sembra ancora più bella, iniziamo la nostra chiacchierata.

ELISIR – Ciao Terry, perché iniziare un libro, il tuo “Nell’indaco notturno” con una fine, quella di tuo padre?

TERRY – “Nell’Indaco Notturno – Dialogo di un anno” è il libro di poesie che ho scritto nell’anno seguente la morte di mio padre, il tradizionale anno di lutto, in cui ho registrato giorno per giorno le mie emozioni, le mie tristezze, il mio dialogo con lui. Avevo bisogno anche di registrare per scritto i miei sentimenti, per chiarirli e per non dimenticarli…Volevo vedere quale sarebbe stato il sentiero interiore che avrei attraversato per dire addio alla figura  forse più importante nella vita di una donna. E’ stato una specie di  Qaddish del lutto, l’antica preghiera ebraica, che è parte dei rituali funebri.

Dato il rapporto burrascoso e difficile che abbiamo avuto fin dagli anni dell’adolescenza e poi via via attraverso gli anni della maturità fino alla fine, è stato anche un “Oseh Shalom”, una supplica per la pace.  Pragmatismo versus sogno, capacità decisionali versus  dubbi, una lotta continua tra di noi, la paura che la propria figlia non fosse in grado di inserirsi nella società,  che venisse sbranata dai lupi. La morte invece ha spazzato via il risentimento, le rabbie, lasciando emergere tutta la tenerezza, il rimpianto, il senso del tempo inesorabile. La fine allora ha rappresentato anche una rinascita interiore di un nuovo affetto più pacato, più dolce, più aperto alla vita.

ELISIR – Si elabora il lutto attraverso la poesia?

Per me l’elaborazione del lutto è passata attraverso la natura e la poesia. E’ avvenuto naturalmente, senza una decisione forzata. Forse perché sono abituata a scrivere e, stando da sola, in quel periodo cercavo isole e momenti per stare con me stessa, senza essere frastornata dai rumori del mondo, sentendo la necessità di comunicare con me stessa prima e con gli altri successivamente. E’ stato facile allora sentire il dolore e l’incredulità trasformarsi, grazie alla vicinanza di elementi naturali come gli alberi d’alto fusto nei bei parchi della città, l’osservazione del cielo, mutevole nei suoi colori al tramonto, all’alba, con la nebbia.

Osservando, contemplando a lungo, in silenzio, sentivo una grande consolazione, un senso di appartenenza. Ho voluto condividere poi queste emozioni. Alla fine di ogni scritto, anche di un piccolo testo, sentivo un senso di realizzazione, di gioia quasi.  

Tutto è iniziato qualche giorno dopo il funerale. Ho voluto fare la passeggiata che mio padre faceva tutti giorni con le sue due “canadesi” alla stessa ora al Colle Oppio, vicino casa, all’Esquilino. Passeggiando lentamente, da sola, tutti i giorni, praticando la meditazione camminata (suggerita dal monaco vietnamita Nich Nath Han), guardavo attentamente tutto ciò che mi  circondava, i lecci secolari, le rovine delle Terme romane, i pini a ombrello, i cipressi nel viale della Domus Aurea, e da lì è iniziato il mio dialogo botanico con lui, uomo di terra, contadino, che sapeva far crescere le piante.

Poi ho ampliato le mie passeggiate alle altre ville romane, Villa Borghese, Villa Celimontana, Villa Ada per finire poi all’Orto Botanico, specialmente nel Giardino Giapponese, sulla cui sommità ho sentito proprio di essere nella mia casa spirituale. La fioritura dei ciliegi era spettacolare!

ELISIR – Cos’è per Terry Olivi la poesia?

TERRYE’ il mio sentiero di ricerca interiore, il mio cammino verso una conoscenza del mondo più sottile, che a volte può portare al cuore delle cose, verso dimensioni altrimenti non percepibili, verso la bellezza. La dimensione della poesia per me non è soltanto capacità linguistica di costruzioni verbali, ma soprattutto una dimensione etico-estetico-emotiva che ti porta a scoprire e a ricercare aspetti poetici in tanti momenti della giornata.

ELISIR – Per scrivere belle poesie è davvero necessaria la sofferenza?

TERRYNo, certamente. Ci sono belle poesie di grande serenità, poesie dense di humour come la poeta polacca  Wisława Szymborska  ci insegna; ci sono tante poesie di sofferenza, è vero, perché forse la sofferenza riempie tanto le nostre vite e soprattutto perché esistono malattia e morte. Però a me piace dare, dopo aver parlato del dolore o dell’assurdità del nostro vivere, anche una speranza ed un sorriso al lettore.

ELISIR – Credi nel valore terapeutico della poesia?

TERRYSì, la poesia può essere terapeutica sia per chi scrive sia per chi legge. E’ terapeutica per antonomasia perché tende alla bellezza, all’armonia delle forme e del canto, alla composizione, al superamento delle bolle di sofferenza e di dolore. Nel momento in cui condividi il dolore, esso si attenua. La poesia è terapeutica perché è un piccolo grande atto creativo, che attinge all’inconscio. Portare alla luce le nostre ombre fa molto bene, ci cura l’animo. Condividere poi tutto questo con gli altri, chiude il cerchio. E’ una medicina naturale senza controindicazioni.

ELISIR – E’ vero che si scrivono poesie partendo da un’assenza? O forse da un paesaggio interiore?

TERRYL’emozione può nascere da qualcosa o da qualcuno che ci manca, ma può nascere da qualcosa che si osserva, che ci incuriosisce nel grande teatro della vita. La nostra terra è così grande e differente nei suoi aspetti, gli uomini poi offrono tanta varietà di comportamento, che il desiderio di scrivere  può nascere in qualunque momento.

ELISIR – Qual è il ruolo del Poeta oggi?

TERRYIn tempi così tecnologici, in cui l’economia e la tecnica sembrano dominare quasi in modo tirannico, mi sembra ancora più importante che esistano i poeti, persone che cercano di ricordare ai più distratti l’esistenza di altre dimensioni, di valori più spirituali, più umani. Anche se nascosti, tutti coloro che si occupano di arte, sono l’humus della terra, la terra fertile della società, gli enzimi che danno energia vitale al cibo.

L’arte della parola non può mai essere messa da parte perché il linguaggio è una caratteristica fondamentale dell’uomo. “All’inizio era il Verbo”, dice la Bibbia.

Oggi i poeti vivono quasi in modo nascosto, ma l’efficacia della poesia si fa sentire lo stesso, penetra tra le maglie sottili del nostro vivere comune, soprattutto nei momenti critici, quando la salute vacilla, quando si resta soli, quando la presunzione e l’arroganza diminuiscono.

ELISIR – Di cosa parlava la tua prima poesia? E quanti anni avevi quando l’hai scritta?

TERRY Naturalmente di una “cotta” non corrisposta! Verso i sedici anni quando, adolescente timidissima e insicura, pensavo che nessun rappresentante del mondo maschile avrebbe potuto interessarsi ad una coetanea scialba ed insignificante e che, per di più, diventava rossa come un pomodoro maturo alla prima parola!

ELISIR – La Natura è sempre costantemente presente nelle tue poesie. Ti è mai capitato di scrivere una poesia in un bosco o davanti al mare?

TERRYLa natura è la mia Musa, il mio sostegno, il mio “maestro”. E’ il mio tutto. Non c’è altro che io possa amare di più. Non finirei mai di parlare della luce, degli alberi d’alto fusto, dei colori sfumati del mare. Mi sembra di avere un dialogo costante e vibrante. Mi dà tantissime emozioni, mi fa tanta compagnia.

Quasi sempre i primi versi appaiono nella mia mente “in diretta”, proprio nel momento in cui sto vivendo un’esperienza. Ho dei pezzetti di carta rettangolari in borsa, dei veri “pizzini”, diverse penne di differenti colori, e lì incomincio a scrivere.

Ieri, per esempio, tornando dalla riviera ligure, ho scritto “in diretta”: ero in treno, scrivevo del mare mentre lo vedevo dal finestrino. “Le gazzette tra i ciuffi di canne stanno ferme al sole di mezzogiorno”.

ELISIR – Tu credi in una distinzione valida tra poesia e prosa?

TERRYNon è molto facile dirlo. Sono due dimensioni che a volte si avvicinano, si sovrappongono e a volte si allontanano completamente. A volte una prosa è tanto lirica che diventa poesia, a volte la poesia diventa piana, discorsiva, una vera prosa. 

Quale può essere la differenza? Forse un critico letterario può dirlo meglio. Per me nella prosa domina la razionalità, mentre nella poesia domina l’emozione. Forse nella poesia è più importante il ritmo, la musicalità, anche se la prosa ha un suo ritmo particolare.

ELISIR – Quand’è che una persona che scrive poesie si può considerare un poeta? Quali sono le caratteristiche che fanno di uno scritto poesia? Quando la “poesia” diventa Poesia?

TERRYAh, saperlo! Domande preziose a cui non saprei rispondere. Anche io faccio le stesse domande a studiosi,  linguisti, critici, senza avere mai una risposta soddisfacente.

Anche se pongo le stesse domande a me stessa, e capita moltissime volte, le risposte sono sempre incomplete, contraddittorie.

ELISIR – Cosa pensi della frattura tra poesia e pubblico?

TERRY La poesia è un’arte molto sottile, sofisticata direi, come tutte le altre forme di arte d’altra parte.

Sarebbe bene educare i piccoli studenti, fin dall’inizio del loro ciclo di studio, all’arte poetica come diversi insegnanti “illuminati” fanno, in forma giocosa, per avvicinarli a questa modalità di espressione. La didattica non sempre si è sufficientemente occupata dell’insegnamento della poesia, dei prerequisiti per accostarsi al mondo poetico: la capacità di osservare, di provare empatia, di sentire il ritmo, di fare associazioni.

D’altra parte il poeta nei suoi reading dovrebbe usare tutta la sua arte, i diversi toni di voce, il corpo, il ritmo, per catturare il suo pubblico, per chiuderlo piacevolmente nelle sue suggestioni. Carmelo Bene era un grande maestro in questo. 

Anche nella forma scritta a volte il lettore incontra molte difficoltà di fronte ad un linguaggio molto criptico, astruso, lontano dalla sua esperienza. Per cui, dopo alcuni tentativi di comprensione, lascia il libro, senza continuare più la lettura. 

ELISIRSecondo te quali sono tre opere poetiche da salvare dalla distruzione del pianeta?

TERRYI poemi omerici innanzi tutto: l’Iliade e l’Odissea. Sono dei grandi classici, degli “ever green” che sempre ci procurano stati di estasi nella lettura sia per la lingua greca, così tanto musicale,  sia per l’enorme estensione dei fatti umani presi in considerazione: dalla guerra fra popoli ai sentimenti di un individuo singolo.  Macropoesia e micropoesia. 

Salverei anche le due tragedie di Sofocle: Edipo re e Edipo a Colono. Mi affascinano di questa scrittura la musicalità, la consapevolezza dell’infelicità umana, la dignità della sofferenza e la percezione dell’oscura forza del fato. Meraviglioso Sofocle!

Il terzo blocco è l’opera poetica di Bashō, il grande maestro giapponese di hai-ku, del XVII secolo.

Dopo la Natura, è il mio secondo “maestro”, un sensei come dicono nel paese del Sol Levante.

E’ stato un grande haijin, scrittore di hai-ku, poesie minimali di tre versi, ma molto intense, in cui è racchiuso un evento su cui meditare. Ecco un hai-ku molto famoso: 

Sera 

tra i fiori si spengono 

rintocchi di campana

 ELISIR – C’è un momento particolare della giornata in cui ami scrivere?

TERRYIl mio momento magico di preparazione alla poesia è il crepuscolo, quando la luce si colora di indaco e di viola, le prime luci si accendono e tutto sembra un presepe. E’ un’altra dimensione spirituale, mi sembra di entrare in un mondo parallelo. A volte mi sento un po’ Harry Potter.  Il momento della scrittura invece è la notte. Tutto è silenzio, nel cielo splende la luna, (io sono un’ammiratrice eterna dell’astro notturno) e allora mi sento completamente libera di esplorare altri mondi o, più semplicemente, il mio inconscio.

ELISIR – Scrivi di getto o le tue poesie sono frutto di lunghe riflessioni?

TERRYRifletto prima di scrivere su un certo evento, ma, una volta scritto, non riesco a cambiare molto, a correggere minuziosamente. La mia è una scrittura essenzialmente spontanea, mi sembra, piuttosto semplice.

ELISIR – C’è un libro, poesia o prosa, che vorresti aver scritto?

TERRY Mi sarebbe piaciuto aver scritto “L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan  Kundera, un libro che ho tanto amato. Ma anche “Braci “ dell’ungherese Sándor Marái.

ELISIR – C’è stato un incontro nella tua vita che ti ha particolarmente segnato e che hai ricordato nelle tue poesie?

TERRYQuello con un mio collega di scuola, quando insegnavo a Valmontone, nei primi anni della mia attività scolastica. Era un docente coltissimo, preparato, innamorato della poesia e della filosofia. Da lì è iniziato il mio battesimo alla poesia e al pensiero riflessivo. Camminavamo molto in campagna e lui recitava a memoria versi in italiano, in latino e in greco. Bellissimo!

ELISIR – Spiega ai nostri lettori da quale poesia bisognerebbe partire per avvicinarsi alle tue opere, al tuo lavoro.

TERRYPenso che la mia poesia sia tanto semplice e comprensibile che l’eventuale lettore non abbia bisogno di una preparazione particolare. Si può capire, anche iniziando “a freddo”.

Forse soltanto per gli hai-ku bisognerebbe leggere gli hai-ku dei maestri giapponesi classici: Bashō, Issa  Kobayshi, Buson, Shiki. Questo mondo è molto particolare ed è talmente differente dal nostro che sarebbe bene leggere prima molti loro testi. Sarebbe utile leggere anche qualche cosa intorno al buddhismo Zen.

ELISIR – Come vorresti fosse interpretata la tua poesia?

TERRYVorrei che il lettore semplicemente si lasciasse andare, si abbandonasse al mio ritmo, alle mie suggestioni, mi seguisse senza interferenze. Gli lascerei però anche lo spazio per fare le sue associazioni, per lasciar evocare i suoi ricordi. Insomma una strada insieme, da buoni compagni di cammino.

ELISIR – Terry, a cosa servono i poeti?

TERRY Come i registi, come i pittori, i fotografi e gli artisti in genere, i poeti servono a cogliere un altro sguardo sulla realtà, lontano dal “main stream”, servono a vivisezionare le nostre emozioni, a farci viaggiare nell’inconscio, nell’onirico, servono a sorprenderci, facendoci esclamare: ”Oh, a questo non avevo pensato!”

ELISIR – In un’era in cui si comunica con smartphone e tablet, dove spesso la parola è sostituita da emoticon e immagini, ha ancora senso la parola poetica?

TERRYLa parola poetica ha sempre un senso perché indaga la vita quotidiana, le cose semplici di ogni giorno ed indaga pure nello stesso tempo i misteri dell’Universo, le manifestazioni dell’Assoluto.

Il poeta, prendendoci per mano, con semplicità, con affettuosità, ci rende partecipi della sua empatia verso tutti gli esseri viventi ed anche verso le cose, aprendoci parti nascoste nella dimensione del sacro.

ELISIR – Ancora oggi è uso tra i poeti chiudersi in circoli letterari dove si incontrano, si leggono e si confrontano tra loro. Non credi che, ancor di più oggi, il poeta debba parlare alla gente, al popolo e la poesia debba essere avvicinata all’uomo della strada per poter sopravvivere?

TERRYCertamente la poesia è un’arte molto discreta, intima, che ama i piccoli numeri. Spesso nei reading il pubblico è formato da altri poeti. Forse curando maggiormente la voce e il modo di leggere, si  potrebbe avere un pubblico più vasto. Il poeta che legge le proprie poesie, dovrebbe essere come un attore che recita se stesso.

In ogni caso, il mio sogno nascosto è leggere una mia poesia o una poesia dei miei poeti amati in uno stadio di fronte a centomila persone. Vorrei vedere l’effetto che fa!

ELISIR – In una società in cui si legge molto poco, tantomeno i libri di poesia che vengono visti come qualcosa di vecchio e stantio, ha ancora senso scrivere e pubblicare libri di poesia?

TERRYProprio nel nostro tipo di società economico/consumistica ha ancora più senso scrivere e pubblicare libri di poesia.

E’ una forma di resistenza, alla Gandhi direi, in cui si cerca di non dimenticare completamente il senso di umanità, del cammino fatto sin qui, in cui vengono mostrate strade molto importanti come la compassione e il silenzio. Poiché queste due ultime cose non sono molto praticate nel nostro tempo, sono estremamente necessarie la scrittura e la lettura poetica.

ELISIR – Qual è il libro che è attualmente sul tuo comodino?

TERRYMi fanno compagnia il bel libro di Laura Ricca “La tradizione estetica giapponese”- sulla natura della bellezza (Carocci ed. 2015) e il libro “Poesie –Hai-ku e scritti poetici “ di Bashō (La Vita Felice ed. 2012). Li porto sempre con me durante la giornata, li metto nella sacca e, quando l’autobus non arriva, mi metto a leggerli. Così invece di sentire rabbia per l’autobus che non passa, sono quasi contenta di godermi un po’ di più la mia lettura.

ELISIR – C’è qualcosa a cui stai lavorando in questo momento?

TERRY – Sì, diversi progetti, tutti con l’obiettivo di unire strettamente la poesia alla bellezza della natura.

Un progetto, “Poesie di sogno nella Bella Italia”, ha l’obiettivo di organizzare reading di poesia in luoghi magici e suggestivi in tutta Italia perché la bellezza della natura è veramente terapeutica, cura le nostre ferite, ci dona energia e nello stesso tempo reinventa la speranza in mezzo ai tanti orrori in cui siamo costretti a vivere.

Il secondo progetto è con l’Orto Botanico: “Poesie tra gli alberi”. Portare i poeti a leggere le proprie poesie nel boschetto di bambù o nel giardino giapponese, sulla sommità della collina, mi sembra un sogno.

Il terzo poi consiste nel trascrivere al computer (poiché io scrivo, come vi ho raccontato, su “pizzini” di carta) gli hai-ku che ho composto ogni giorno nell’anno passato.

Ogni giorno un hai-ku, è stata un’esperienza favolosa! Mi sembrava di vivere molto più intensamente. Il titolo del futuro libro dovrebbe essere “Hi-ku and blues for a full moon”.

Ho da lavorare per tutto il 2018 ed oltre!

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interviste

Interviste

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NICOLA VICECONTI E PATRIZIA GRADITO RACCONTANO “L’ALTRA FORMA DELL’ ASSENZA

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I POETI SONO GLI ENZIMI DELLA SOCIETA’

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LA PROMESSA MANTENUTA DI CLARA A ELISABETTA

FAUSTA GENZIANA LE PIANE – PANE, OLIO E…POESIA

CRISTIANA MORRONI E GUIDO OLIVA: PER AMORE E PER E-MAIL

 

interviste

CRISTIANA MORRONI E GUIDO OLIVA: PER AMORE E PER E-MAIL

INCONTRO CON CRISTIANA MORRONI E GUIDO OLIVA

 Quando da un grande Amore nasce un libro che insegna l’Amore

 

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Loro due inizialmente non pensavano affatto di trasformare la loro storia d’amore, così intima, sofferta, elaborata, fatta inizialmente di mail, in un libro, perché – hanno garantito – non volevano mettere in piazza fatti così personali e privati. Poi lei, Cristiana, parlando con l’editore per il progetto di un altro libro su cui stava già lavorando, ha accennato a questa cosa di un romanzo fatto di mail e lui, l’editore, ha detto perché non me le fai leggere? E allora lei ha copiato e incollato le loro mail in un botta e risposta, eliminando molte delle oltre quattrocentocinquanta che si erano spediti nel corso di cinque anni. L’editor della casa editrice L’Erudita, ne è rimasto affascinato e ci ha messo un po’ a convincerli a farne un libro.

G. Una bella sera mi sono visto arrivate una lunghissima mail di Cristiana e ancora non avevo fatto caso che erano molte delle nostre mail, che formavano una storia. Le ho detto, anzi per la verità le ho scritto, “Sei impazzita?”. Poi ci ho pensato qualche tempo e sono stato d’accordo, la storia filava e poi del resto noi siamo scrittori e in ogni cosa che scriviamo ci siamo noi sotto mentite spoglie. In questa storia giochiamo a carte scoperte.

C.  Quando con Guido abbiamo iniziato a scriverci, uscivamo da storie volendo anche banali, nel senso che sono storie di molti, ma che ci hanno segnato nel profondo.

ELISIR  Vi siete mai scambiati i ruoli, ovvero Diego Olati-Guido Oliva ha scritto per Lucrezia Marsi-Cristiana Morroni e viceversa?

G.  No, nessuno lo ha mai fatto, ognuno è stato sé stesso fino in fondo.

ELISIR  Questa non è la vostra prima pubblicazione, anche se è la prima e, per ora l’unica, scritta a quattro mani. Cristiana ha scritto varie cose, testi molto tosti, se vogliamo fare un gioco di parole. Testi sulla violenza contro le donne e storie di donne sfigurate dall’acido, anche messi in scena, letteratura erotica, sillogi di poesie con le quali ha anche vinto premi importanti e l’ultimo, “Vento Apparente”, un altro testo tosto, uscito solo in e-book. E se penso agli scritti di Guido Oliva, penso soprattutto alle “365 Storie cattive”, un’ecatombe di uomini e di sentimenti, ma scritto come pochi sanno fare. Cristiana parlaci di Guido come scrittore.

C. Ho assistito ad una sua metamorfosi molto importante, perché da quando ci siamo incontrati la scrittura, ma soprattutto le letture,  sono diventate il perno della nostra storia, un perno fondamentale. Abbiamo fatto il conto e beh, abbiamo letto quasi 1200 libri. Per uno! Ancora oggi continuiamo a confrontarci. Questa metamorfosi è stata come la nascita della farfalla, perché lui era certamente pronto, ma anche tanto condizionato da sé stesso. Mi ricordo le prime volte che ci siamo confrontati, che io ero già un pochino avanti nel percorso e avevo già superato i limiti che lui si poneva, diceva “ma io non riesco a scrivere più di 3  4 pagine, poi mi arrivavano mail di venti pagine che non avevo neanche il tempo di leggere. Io sono molto affascinata dalla sua scrittura e gliel’ho detto: “Farò di tutto per aiutarti ad oltrepassare quei limiti che tu stesso ti poni”. Ora poi sta finendo un romanzo, che però è un romanzo assai complesso e quindi avrà bisogno ancora di tempo per terminarlo.

ELISIR Siete anche editor l’uno dell’altro?

C. Certamente.  Lui nell’ultimo romanzo ha fatto per me un editing meraviglioso, abbiamo lavorato tanto, quasi trecento pagine, scandagliate e analizzate parole per parola, ci abbiamo messo sei mesi. Io credo che lui sia molto più bravo di me.

ELISIR  E tu Guido Oliva che ne pensi di Cristiana Morroni come scrittrice?

G. Io penso che sia bravissima, ho notato che ora è molto più spigolosa, prima era più arrotondata, veniva dal mondo della poesia ed era più poetica anche nella narrativa. Confrontandoci abbiamo cambiato un po’ il nostro stile, non so se in meglio o in peggio, ma ho visto che le prime cose  che lei scriveva avevano un suono diverso ed erano meno incisive. Adesso invece il suono è diventato meno aulico, ma va diretta all’obiettivo.

ELISIR A proposito di modi di scrivere, secondo voi la scrittura ha un sesso, o è asessuata come gli angeli?

C.  Su questo potremmo discutere tanto, ma io da poetessa e da scrittrice posso dire che c’è solo un modo di scrivere ed è scrivere bene. L’ultima che ho letto, la Oates, può essere uomo donna o eunuco, non lo so, so solo che scrive in maniera sublime.

G. Io credo che la bravura non abbia sesso, ho letto libri con personaggi femminili scritti benissimo da uomini e viceversa, certo è difficile,  ma credo che sia possibile, è solo questione di prerogative, di studio, di interesse, di introspezione e di ricerca. “Vento apparente”, l’ultimo romanzo di Cristiana, ha un protagonista maschile e molti di coloro che gli girano intorno sono uomini. Lei ne ha delineato caratteri e personalità fortemente maschili, compiendo una profonda  analisi  psicologica che, se non si leggesse il suo nome in copertina, sono certo che molti giurerebbero che quel romanzo è scritto da un maschio.

ELISIR  Che tipo di metodo avete per scrivere, siete diretti e impulsivi o lavorate su una traccia prefissata?

C. Noi siamo scrittori architetti, prima di fare un romanzo facciamo il progetto, architettiamo tutta la storia, facciamo un lavoro di ricerca e imbastiamo una struttura narrativa su cui in seguito andiamo a lavorare.

ELISIR  Come fa una donna in carriera, manager e mamma, a trovare il tempo per scrivere?

C. L’ultima cosa che mi interessa è avere il libro stampato. Faccio molta fatica a fare le presentazioni. Rinunciamo a tutta la parte commerciale e propagandistica, così risparmiamo tempo. Poi riesco a scrivere perché sono divorziata e non vivo con Guido, riesco a scrivere bene in quei due week end al mese che sono senza figlie.

ELISIR  A pagina 172 del libro c’è una bella affermazione sul “Perché scrivere”. Guido afferma: scrivo perché posso sopportare la realtà soltanto trasformandola. Che mi dite in proposito?

G. Ebbene sì, a volte la scrittura è l’unico modo per spegnere la parte dolorante del cervello e accendere la vita. Anche senza scrivere di belle cose, anche il solo fatto di pensare, di costruire una frase, di usare le parole fa star bene anche l’altra parte del cervello. Magari non è sempre così, ma per quanto mi riguarda quasi sempre c’è quest’anestetizzare il cervello.

C. E dire che noi poi con la scrittura spesso la realtà la peggioriamo…

G. Quando io scrivo qualcosa e dico a mia figlia “Guarda, ho finito di scrivere questa cosa”, lei mi dice “Bene. E questa volta quanti ne hai ammazzati?”

C. E’ veramente un’esigenza, ed è senz’altro una terapia. Noi non abbiamo vite normali, specie quando ci siamo rincontrati. C’eravamo persi di vista che eravamo dei ragazzini, avevamo delle famiglie normali, con i motorini, i vestitini sempre sistemati, pieni di vita…Quando ci siamo ritrovati avevamo vite davvero difficili, io ho una figli handicappata, Guido ha avuto un cancro, vive senza un rene, e questa cosa in questo libro è la cosa che spesso esce fuori, ma senza piangerci addosso.

ELISIR  La passione per la scrittura in questo libro è uno dei perni su cui gira tutta la storia, c’è un forum di scrittori, c’è il misurarsi continuamente con le parole, uno sfoggio delle rispettive eloquenze, c’è un corteggiamento in cui le parole diventano lo strumento primo e forse unico per sedurre l’altra e perché voi all’inizio non vi siete ancora incontrati. E tu Diego-Guido sei molto accattivante, cerchi di conquistare questa donna con questi giochi di prestigio di parole, un po’ come fosse la ruota del pavone, usi le parole per affabulare Lucrezia-Cristiana, per incantarla e conquistarla, per farla cadere ai tuoi piedi innamorata. Anche se spesso e volentieri le parole diventano stiletti, dardi di fuoco, questa è anche la componente che rende questo libro impossibile da chiudere, devi leggere in un fiato tutto, fino alla fine. Ma non credi che per uno scrittore potrebbe risultare troppo costruita e falsa questa dichiarazione d’amore? Lei sa che tu sei uno scrittore e viceversa…

G. No, direi di no. Secondo me chi legge questo libro si accorge che non c’è niente di costruito né di premeditato. So che può sembrare impossibile, ma era una sorta di elastico, una sorta di attrazione, un continuare a parlarsi cercando quasi di respingere, quasi a dire “stai attenta”, la parte fisica, il desiderio in questo libro sono molto preponderanti. Ci siamo andati giù anche pesantemente, quello che pensavamo, quello che il cervello ci manifestava sotto forma di desiderio, lo abbiamo messo giù con le parole.

C. Ancora oggi, non passa sera se non ci mandiamo una mail. Lavoriamo insieme, viviamo a venti metri di distanza, ci salutiamo alle undici di sera, ma lui ci resta male se non gli mando la buonanotte con una mail.

G. E certo, mi piace leggere quello che scrive, quindi se non mi arriva quella mail, la sento un po’ come una mancanza. Credo che se mi scrivesse venti pagine di word tutte le sere, ne sarei felice.

ELISIR  Parliamo di segni del Destino che annunciavano che voi due dovevate finire insieme. Ce ne sono stati tanti negli anni. Volete raccontarli voi?

G. Beh, quando vivevo con la mia compagna, capitava diverse volte che al telefono di casa cercassero Cristiana Morroni.

C. E  non era neppure un mio vecchio numero! Poi quando ero sposata e vivevo sulla Laurentina, lavoravo ai Castelli romani, mentre Guido, ho saputo poi, viveva ai Castelli Romani, ma lavorava in zona Laurentina. Quindi, senza saperlo, per anni, ci siamo incrociati sul raccordo anulare in direzioni opposte. E poi ce n’è un’altra molto carina. Quando mia mamma mi venne a prendere a scuola l’ultimo giorno delle medie, prima di trasferirci lontano da lì, venne con la macchina. Quando ho rincontrato Guido, dopo più di trent’anni, lui si ricordava precisamente la targa della macchina di mia madre. Non potevo crederci, allora sono andata a controllare sulle vecchie fotografie, ed era esattamente quella la targa!

ELISIR  Lucrezia Marsi, detta Lù, la protagonista femminile di “Io e tu dobbiamo parlare”, è una con la corazza, una donna forte e tosta, una guerriera, lei stessa si definisce “stronza e bastarda”. Ma poi nella sua vita di donna in carriera e di mamma irrompe Diego Olati e lei lo chiama “cucciolo”, fino addirittura a confessargli che ha bisogno di queste mail per andare avanti. E invece Cristiana Morroni come si definirebbe?

C. Direi uguale uguale a Lucrezia Marsi.

ELISIR  E tu, Guido Oliva, come ti definiresti?

G. Un iperattivo affamato di vita. Posso dire che la mia più grande fortuna è stata la mia malattia. I medici mi dissero “Hai un mese di vita”. Mi son detto che questi trenta giorni che mi restavano non potevo certo farli passare inutilmente. Quel mese è passato, poi ne è passato un altro e altri e altri ancora. Io mi sono licenziato, ho cambiato lavoro, ho lasciato la mia compagna, ho rincontrato Cristiana e ho preso l’abitudine di non far passare i giorni  e la vita inutilmente, perché ho capito che ogni giorno ci sono trenta giorni da vivere al massimo delle possibilità.

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interviste

FAUSTA GENZIANA LE PIANE – PANE, OLIO E…POESIA

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PANE, OLIO E…POESIA

Fausta Genziana Le Piane: “Il mio sogno? Essere falconiera”

Incontriamo Fausta Genziana Le Piane, poetessa poliedrica e sperimentatrice di nuove contaminazioni artistiche. E’ una simpatica signora solare e sorridente, un vulcano di idee originali, come ad esempio divulgare la poesia sulle buste del….pane o – perchè no? – sulle etichette del buon olio della Sabina. Quali mezzi migliori per fare arrivare la Poesia agli occhi e al cuore di tutti, magari passando per le tavole imbandite?

ELISIR  Descriviti in tre righe.

FAUSTA   Eclettica, penso che l’arte sia una e perciò mi piace mescolare fotografia, poesia, collages, prosa. Amo molto la natura e l’inserimento dell’arte nella natura, la land Art. Mi sarebbe piaciuto essere falconiera.

ELISIR  Perché scrivere? Come e quando è nata questa necessità?

FAUSTA   Una scelta quasi obbligata, mio padre scriveva. Poesie.

ELISIR  Da buon acquario sei molto versatile: giornalista, scrittrice, saggista, poetessa, artista del collage e tecniche miste. Usi tanti linguaggi per comunicare la cultura e l’arte. Qual è però quello che senti più tuo?

FAUSTA  La poesia, le recensioni e i collages. Ho fondato un bimestrale che fa da ponte tra Roma e la Sabina, “Kenavò”, che in celtico significa “Arrivederci”, sedici pagine a colori, di cui mi piace molto occuparmi e che mi dà molte soddisfazioni.

ELISIR   E come scrivi? Ossia quali sono le modalità che preferisci, penna e moleskine o tablet e pc?

FAUSTA  Una volta scrivevo con l’inchiostro e le penne stilografiche, di cui facevo anche collezione, ho impiegato molto tempo prima di passare al pc e ora non posso più farne a meno.

ELISIR  Qual è il tempo e lo spazio che dedichi alla scrittura?

FAUSTA   Non ci sono regole, qualsiasi momento del giorno o della notte perché non insegno più.

ELISIR  Per la costruzione di un romanzo o di un racconto come procedi? Hai già in mente la trama, butti giù una scaletta, delinei i personaggi, insomma lavori su un progetto prestabilito, oppure vai a braccio, segui l’ispirazione, ti lasci portare dai personaggi?

FAUSTA  Non scrivo romanzi, ma qualche racconto sì. Ho già la trama in mente, direi l’intero racconto e solo in casi rari e a tratti, seguo l’istinto del momento.

ELISIR   Trovi che nel corso degli anni la tua scrittura sia cambiata? Se sì in che modo?

FAUSTA   Penso che questa cosa dovrebbe essere sottoposta al giudizio dei lettori.

ELISIR  Loro però possono dare un giudizio da…lettori. Elisir vuole conoscere il tuo. Nel tuo percorso poetico, da quando ti sei messa in viaggio senza meta, perché sappiamo che la poesia non sai mai dove ti può portare, sicuramente qualcosa è cambiato, perché sei cambiata tu. Che cosa, il linguaggio, i temi, il modo di affrontarli?

FAUSTA  Sicuramente sono passata da una forma di chiusura in me stessa a una forma più aperta e universale. Sono senz’altro cambiati i temi. Sono comparse altre fonti di ispirazione, il tema celtico, la falconeria (nella strada dove sono nata io, Federico II si riforniva di falchi), i figli. L’amore ha assunto sfumature diverse. Lo stile si è trasformato, nel senso che forse è diventato più duro e più sintetico ancora. Sono una poetessa caratterizzata da economia di parole.

ELISIR   Cosa ti ha dato la scrittura e cosa ti ha tolto?

FAUSTA   Non mi ha tolto nulla e mi ha dato tantissimo. La capacità di esprimere sentimenti e idee, il rapporto con gli altri, l’approvazione e l’autostima. Credo che la parola sia una forma di terapia.

ELISIR   Quindi credi nel valore salvifico della poesia?

FAUSTA  Assolutamente sì. La poesia permette di entrare nel mistero.

ELISIR   Genere di lettura preferito.

FAUSTA  Letteratura, romanzi (pochi), saggi, poesia, talvolta anche gialli. E anche quest’ultima cosa l’ho ereditata da mio padre.

ELISIR   Scrittori e scrittrici preferiti.

FAUSTA   Come poeta, al primo posto c’è Ungaretti. Altri scrittori, beh…Tabucchi, Mario Tobino, Moravia, tra gli italiani. Poi amo molto gli stranieri, Camus, Cortazar, Romain Gary, Hemingway, soprattutto i giapponesi, Murakami, Mishima, Kawabata, Ishiguro, Pamuk. E la lista sarebbe lunga. Tra le donne Marguerite Duras, anche per il suo rapporto con il cinema che amo molto, Violette Leduc, Albertine Sarrazin, Katherine Mansfield, Flannery O’ Connor e anche qui potrei continuare.

ELISIR   E a proposito di generi, secondo te la scrittura ha sesso? C’è una scrittura maschile e una femminile?

FAUSTA   Lo so che molti penseranno che sto dicendo un’eresia e ho discusso molto di questo con Barbèri Squarotti, ma penso ci sia un modo diverso di scrivere che passa attraverso certe specifiche esperienze e sensibilità vissute. Ci sono temi quali la maternità e la paternità che sono espressi in modo diverso, oppure la guerra che è un argomento più tipicamente maschile. Il guardarsi dentro è attività più femminile, lo dice la fisiologia diversa tra uomo e donna, che porta ad una psicologia differente. L’uomo si proietta verso l’esterno, la donna verso l’interno. Animus, anima. Lo stile varia, però sicuramente ciò che diceva Sylvia Plath, “Sto forgiando un’anima. Sono tesa, vibrante come una lampadina rovente”, un uomo non potrebbe scriverlo.

ELISIR   Il libro che vorresti aver scritto.

FAUSTA  “Lord Jim” di Joseph Conrad.

ELISIR   E quello che vorresti salvare da un ipotetico rogo.

FAUSTA  “Il primo uomo” di Albert Camus, una bellissima biografia postuma.

ELISIR  Quali sono gli scrittori con i quali ti sei formata?

FAUSTA  Frequentando la facoltà di Lingue e approfondendo la letteratura, inglese e americana, mi sono formata con i classici dell’ 800, Maupassant, Flaubert, Zola, Balzac, Stendhal, le sorelle Brontë, Conrad, Shakespeare, Sterne e via così.

ELISIR  Una donna che scrive per hobby o per mestiere ha più difficoltà di un uomo, purtroppo ancora oggi. Spesso veniamo accusate, in maniera manifesta o silenziosa, di togliere spazio e tempo agli affetti, alla famiglia. Ci sono stati momenti nella tua vita in cui la scrittura ti ha creato problemi in famiglia o nel quotidiano?

FAUSTA   Assolutamente no. Personalmente sono stata e sono molto fortunata anche se, finché ho insegnato e ho avuto i figli piccoli, il tempo per la scrittura era scarso. Però…ho una stanza tutta per me. E vuol dire molto!

ELISIR   Quale, tra i libri che hai pubblicato, ti ha suscitato più emozioni scrivere?

FAUSTA   Due libri di poesie, “La notte per maschera” e “ Gli steccati della mente”. Mi affascina la cultura celtica presente sia nelle poesie che nei collages. Per me la poesia deve entrare nella vita di tutti i giorni, a Madrid le poesie sono scritte sul selciato delle strade. E’ per questo che, d’accordo con il signor Gentilini (quello delle fette biscottate e dei biscotti), ho realizzato buste per il pane con stampate poesie sul pane a firma di grandi poeti: Plinio Perilli (nella foto, n.d.r.), Dante Maffia, Paolo Ruffilli, Iole Chessa Olivares, Dacia Maraini e altri. Inoltre, avendo una casa d’arte in Sabina e producendo olio, ho realizzato delle etichette con stampato il disegno di una mia amica e poesie sull’olio, sempre di grandi poeti quali Italo Evangelisti, Gabriella Quattrini, Paolo Ruffilli, e molti ancora.

ELISIR   Corsi di scrittura creativa, concorsi letterari, incontri con autori e forum di scrittura. Quali di questi mezzi ritieni sia più utile alla crescita creativa di chi vorrebbe arrivare a scrivere in maniera professionale e pubblicare un libro?

FAUSTA   Nessuno di questi. Con il talento si nasce, poi occorrono molte letture e molto esercizio.

ELISIR   A cosa stai lavorando in questo periodo?

FAUSTA   Ho inaugurato una serie saggi dal titolo: “Invito a…” di cui è già uscito “La meraviglia è nemica della prudenza. Invito alla lettura de L’arte della gioia di Goliarda Sapienza” (anche in e-book per la Dante Alighieri Editrice). E’ già pronto il libro,“Un’opera, Jean Giono e Un re senza distrazione e un tema, la neve” e sto lavorando al soggetto – sempre saggio – della brughiera in “Il mastino dei Baskerville” di Conan Doyle e “Cime tempestose” di Emily Brontë.

ELISIR  Perché leggere un tuo libro di poesia?

FAUSTA  Normalmente non si legge poesia se non la si ama. Ma consiglio di leggere un mio libro perché si possono scoprire proprie emozioni o sensazioni nascoste o sopite. Inoltre si entra in sintonia con un altro cuore. La poesia aiuta a vivere.

ELISIR  Chi invece non dovrebbe leggere un tuo libro di poesia?

FAUSTA  Chi non ama la poesia.

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interviste

LA PROMESSA MANTENUTA DI CLARA A ELISABETTA

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Incontro con la scrittrice Clara Schiavoni che racconta come nasce un romanzo storico e ci trasporta indietro nel tempo con lo straordinario personaggio di Elisabetta Malatesta Varano

Elisir di Parole incontra Clara Schiavoni, raffinata signora dalla voce dolce, due occhi verdi che incantano e una grande qualità che traspare anche da tutta l’intervista, la determinazione. Marchigiana, laureata in sociologia, insegnante in pensione, Clara ha scritto e pubblicato cinque libri, alcuni di questi inseriti nell’ambito della letteratura per l’infanzia. Ad Elisir di Parole Clara racconta di sé come scrittrice, ma soprattutto ci accompagna in una dimensione che ha del metafisico, svelandoci come la protagonista del suo ultimo romanzo, Elisabetta Malatesta Varano, “le ha chiesto” anche con una certa insistenza, di raccontare la sua storia. Che ha germogliato in una Clara bambina, è maturata durante tutta la vita dell’autrice e ha finalmente dato il suo frutto con il romanzo “Sono Tornata. Elisabetta Malatesta Varano: l’amore, il dolore, il potere”.

Il curioso incontro tra Elisabetta e Clara ha del paranormale. E se è vero che le cose non avvengono per caso e che troppe coincidenze incastrate ad hoc esulano dal significato di coincidenze, possiamo davvero credere che l’ultimo affascinante romanzo della Schiavoni sia nato anche grazie a un’indefinibile richiamo giunto da altre dimensioni.

ELISIR- Come è nata l’idea di raccontare proprio la storia di Elisabetta Malatesta Varano, personaggio storico sconosciuto ai più?

CLARA – Sono nata in una cittadina vicina a Camerino, in provincia di Macerata e fin dalla più tenera età mio nonno materno mi portava con sé percorrendo con il suo calesse la strada che si snoda ai piedi di Rocca Varano (nove chilometri da Camerino), il castello delle fate ai miei occhi di bambina. Un castello che si è impresso nella mia anima grazie anche ai racconti del nonno sulle gesta dei Varano e la visione della Rocca non mi ha abbandonata più, portandomi senz’altro ad amare l’epoca medievale, ad approfondire, nel tempo, la mia conoscenza sui Varano, signori di Camerino – e in alcuni periodi di quasi l’intero territorio attuale delle Marche – dalla metà del 1200 alla metà del 1500.

Nonno e io sul calesse, lui narrava io ascoltavo, mentre mi dicevo che sul castello avrei scritto un libro. E per molti anni una narrazione fantastica che parlava d’armi, di cavalieri e d’amore ha vagato nella mia mente. Ancora non sapevo che il pensiero è potente e che tutto torna: il tempo per realizzare il mio desiderio è giunto e lo studio sul casato Varano mi ha preso totalmente con l’obiettivo di ricavarne un saggio storico. Ma un giorno, in un tomo di Deputazione di Storia Patria dello storico Bernardino Feliciangeli, mi sono imbattuta in tre righe che parlavano di una certa Elisabetta Malatesta Varano, la quale, con una fuga rocambolesca, nell’agosto del 1433 è riuscita a salvare i suoi figli e il nipote Giulio Cesare dalle mire omicide dei cognati Gentilpandolfo e Bernardo Varano. “Ma come ha fatto?” mi sono domandata. E giù a pensare, a cercare di capire, a reperire documentazione su questa donna coraggiosa, per rendermi conto che la vita di Elisabetta era avvolta nella nebbia, non si trovava quasi nessun documento che la riguardasse. Intanto la sua figura ingigantiva dentro di me ed era forte la sensazione che Elisabetta mi chiedesse di illuminare la sua vita. Lei e io in simbiosi completa. Così ho iniziato di nuovo ad andare per biblioteche, per archivi a Roma, a Parma, a Firenze, a Pesaro finché, finalmente, non ho trovato qualche traccia documentaria che la disvelava un po’. A questo punto l’idea del saggio storico sui Varano mi stava stretta ed è nata l’idea del romanzo storico incentrato su Elisabetta.

ELISIR – Tiriamo a indovinare: la prima presentazione di questo tuo libro l’hai fatta a Camerino, a “casa” di Elisabetta?

CLARA – Anche io credevo che sarebbe andata come provate a indovinare, invece “Sono tornata” è stato presentato in anteprima a luglio, a grande richiesta della filosofa delegata dall’Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli, Esther Basile, all’Alta Scuola di Filosofia che si tiene ogni anno a Castel di Sangro (L’Aquila), e in seguito, anche a Narni, al Festival “Alchimie di linguaggi Femminili”. La grande presentazione a Camerino, ovvero la “Presentazione” come amo definirla, è avvenuta solo venti giorni più tardi, nella sala Giulio Cesare del palazzo di Elisabetta, denominato Palazzo ducale dall’inizio del 1500, con un tripudio e un’accoglienza meravigliosi. Elisabetta ha avuto tutti gli onori che meritava e, modestamente, li ho avuti anche io che mi ero data tanto da fare per organizzare un evento degno di tale nome, più che per me, per lei, Elisabetta, la mia eroina. Ai tre relatori, lo storico camerte professor Pier Luigi Falaschi, l’avvocato Giuseppe de Rosa, Valerio Franconi di Visso, si è aggiunto anche Daniele Salvi, Assessore alla Cultura della Regione Marche, insomma Elisabetta da qualche sconosciuta dimensione, si stava adoperando anche lei e mi arrivavano consensi, ospiti, relatori, doni insperati e preziosi. Esther Basile, innamorata di Elisabetta, ha voluto partecipare ed è arrivata da Napoli con il suo seguito di amiche letterate. Con il mio editor Enrico Guida i relatori sono stati otto! E tutti bravi a mantenersi nei tempi e a incastrare le loro relazioni ad arte. Ognuno ha trattato un aspetto diverso del libro, dallo storico al letterario, dalla letteratura di genere all’analisi psicologica dei personaggi, a cui ho aggiunto la descrizione del mio particolare feeling con la “personaggia” Elisabetta. Ala fine c’è stata un’ovazione da parte delle centocinquanta e più persone intervenute. Non nascondo che mi sono commossa. Elisabetta era lì con noi, la festa avveniva a casa sua, in qualche modo era… veramente tornata a casa!

ELISIR – La storia di Elisabetta Malatesta Varano racconta le inclinazioni e il carattere delle Donne di tutti i tempi: la forza d’animo e la grazia, la determinazione e la femminilità, l’astuzia, il coraggio e la capacità di portare in salvo figli e nipoti, la voglia di giustizia e la pazienza, la capacità di cadere e di rialzarsi, sempre e comunque. Elisabetta Malatesta è un personaggio quanto mai attuale. Quanto c’è di Clara, donna di oggi, in Elisabetta, donna di un’altra epoca, ma con sentimenti eterni? In altre parole, è accaduto anche a te quel fenomeno meglio noto come “transfert dello scrittore”?

CLARA – Mi sono appassionata e immedesimata in Elisabetta totalmente, siamo diventate una sola persona, la sentivo sempre vicina a me e ci parlavo anche. D’altra parte l’affinità elettiva fra due anime storicamente collocate a distanza di secoli è accertata: la sottile dinamica di transfert e controtransfert che si instaura tra scrittrice e personaggio da lei descritto costituisce l’occasione per rendere esplicito ciò che vive implicitamente dentro di noi e che chiede solo di essere portato alla luce. Posso dire che è come se Elisabetta mi avesse preso per mano accompagnandomi nelle stagioni della mia vita. Inoltre, l’esigenza di cogliere aspetti sottili della dimensione interiore, quelle costanti universali e umane che certamente costituiscono gli eterni dell’uomo, stati e dinamiche che appartengono intrinsecamente all’essere umano, oltrepassano il tempo che approda a una specie di eterno presente, ad una sospensione e ad una vittoria sul tempo, a una sua dilatazione infinita. In tantissime occasioni i lettori hanno affermato che Elisabetta è Clara. E io non posso dargli torto.

ELISIR – Quanto tempo è durato il lavoro di ricerca storica tra archivi e biblioteche? E, in seguito, quanto è durata la stesura del romanzo?

CLARA –  archivi, biblioteche, sopralluoghi a Camerino e dintorni, a Visso, a Pesaro in diverse ore del giorno, in mesi e stagioni differenti e visite a varie pinacoteche, il lavoro di ricerca storica dai tre anni previsti si è prolungato di un ulteriore anno. E, fatto questo, la stesura del romanzo ha richiesto altri due anni di full immersion.  bozza del saggio storico, supervisionata dallo storico Pier Luigi Falaschi, che ha convalidato tutte le date, sono passata al lavoro di caratterizzazione dei personaggi, scavando nella loro psicologia, allo sviluppo delle ambientazioni interne ed esterne, alle descrizioni del paesaggio, a ricerche su vestiario e gioielli di quell’epoca, al tipo di alimentazione, di illuminazione e su vari usi e costumi propri del periodo in cui visse Elisabetta. A questo punto il romanzo ha preso l’avvio.

ELISIR – Accidenti, non è stato un percorso semplice e tantomeno veloce! Un lavoro quasi da orafo cesellatore, una ricerca così minuziosa e paziente non poteva che produrre un “gioiello prezioso”. Quali sono stati gli ostacoli, se ce ne sono stati, che hai incontrato?

CLARA – Reperire la documentazione storica è stato l’ostacolo principale, ma, grazie a una serie di coincidenze – e sono totalmente convinta che niente succede per caso – ho conosciuto due camerti: i già citati professor Pier Luigi Falaschi, storiografo e saggista, l’avvocato Giuseppe de Rosa, scrittore amante della sua terra, e Valerio Franconi, curatore della biblioteca di Visso. Tutti e tre mi hanno supportato indicandomi a quale materiale documentario dovevo riferirmi, ma mi sento di affermare che senza il supporto del professor Falaschi, colui che mi ha indicato la via, che illuminato il percorso che ormai avevo deciso con grande determinazione di intraprendere, il libro non sarebbe mai nato. Questo mio “angelo custode” ha letto la prima e la seconda bozza, con infinita pazienza e attenzione. A lui va tutta la mia riconoscenza per la disponibilità mostratami, per il tempo speso con me nei vari sopralluoghi e per tutti i consigli che mi ha elargito, storici e non, tesi a migliorare il testo e a renderlo perfetto.

ELISIR – Com’è stato raggiunto il felice connubio tra realtà storica e ricostruzione di ciò che mancava?

CLARA – Il felice connubio credo sia nato anche grazie alla mia immedesimazione nei personaggi, nei loro stati d’animo a seconda delle vicende che stavano vivendo. Momenti di immedesimazione intensi in cui perdevo la nozione del tempo e dello spazio. Il romanzo è basato sulla storia, ma in alcune parti prevale la manzoniana verosimiglianza storica: qualche congettura e qualche invenzione sono presenti nel testo. In particolare non si sa se la galleria di fuga della Rocca di Visso sia esistita e se l’amore tra Elisabetta e Venanzio sia leggenda o realtà.

ELISIR – Hai avuto momenti di scoramento?

CLARA – Certamente, all’inizio quando ho avuto difficoltà a reperire la documentazione storica che mi serviva. Ma anche durante lo studio degli “Atti e Memorie” di Bernardino Feliciangeli a causa dell’intreccio fittissimo di battaglie nella Marca, di alleanze che venivano disattese nel giro di poco tempo, di altre che le sostituivano, lì il rischio di perdersi è stato grande.

ELISIR – Tu che hai lavorato per tanti anni come maestra di scuola elementare e tra i tuoi cinque libri pubblicati ce ne sono anche due per bambini, qual è il tuo rapporto con quel fanciullino che è in ognuno di noi, tanto caro al Pascoli?

CLARA – Ho iniziato con lo scrivere per i bambini pubblicando “L’isola dei colori. Diventare Uno per vincere il male” arrivato tra i libri finalisti al concorso Onda d’Arte 2010 di Ceriale, nonché primo per il settore Letteratura per l’infanzia al Premio “Circe, una donna tante culture” 2011 di Monterotondo e “Lillo e Bianco, due gattini fratellini”. L’idea era di continuare a dare soddisfazione a quel fanciullino che è in me, come dovrebbe essere per ognuno di noi, ma in quel periodo ho conosciuto l’inglese Susan Phoenix, mia grande ispiratrice. Rispondendo al suo libro con il mio “Il viaggio del mio cuore – Parlando con Susan”, sono passata ad altro genere letterario continuando a incontrare, in meditazioni ad hoc, il “mio fanciullino” o, meglio, la mia fanciullina, con la quale raggiungo il nostro particolare punto di incontro, lei corre verso di me io verso di lei e ci abbracciamo, forte, ci raccontiamo in un afflato unico. Mai potrei fare a meno di lei. Il nostro è un momento catartico, purificatore, input per un nuovo agire.

ELISIR – Secondo Clara Schiavoni cos’è che fa la differenza tra una persona a cui piace scrivere e uno scrittore? Basta aver pubblicato un libro per essere consacrati “Scrittori”?

CLARA – Scrivere è una terapia dell’anima e più si scrive, più si è portati a farlo. Chiunque può cimentarsi a riempire fogli di parole e fa bene se gli fa piacere farlo, ma questo non consacra certo scrittori. Lo Scrittore, oltre al talento, possiede quel certo quid che o si ha o non si ha. E anche un background culturale.Per l’autore de “Il gattopardo” è stato sufficiente aver pubblicato un libro per essere consacrato scrittore. La stessa cosa non vale per molti altri. Mi vengono inviati manoscritti orripilanti che rimando al mittente, nel tempo vengono comunque pubblicati, senza editing, da editori pirati e truffaldini e così gli autori si sentono scrittori nati.

ELISIR – E’ noto che per essere uno scrittore bisogna aver letto molto. Tu quanti libri leggi all’anno?

CLARA – Ne leggo anche tre al mese, fate voi il conto. La lettura è stata il mio primo amore e continua a esserlo, non potrei vivere senza immergermi in un libro. Ogni buon libro, anche i saggi a volte, è un’avventura affascinante, una vita in più che si vive e che si fatica a lasciare.

ELISIR – Qual è il libro che è ora sul tuo comodino?

CLARA – Sto leggendo “La bottega dello speziale”, Venetia 1118 d.C. di Roberto Tiraboschi, dopo aver appena terminato “La pietra per gli occhi”, Venetia 1106 d.C, sempre dello stesso autore.

ELISIR – Cita due scrittori italiani e due stranieri che ti rappresentano o che sono stati determinanti per la tua formazione letteraria.

CLARA – Per la mia formazione letteraria storica mi sento debitrice nei confronti di Umberto Eco che è stato per me un punto di riferimento a partire dalle profondissime conoscenze storiche: la precisione dei riferimenti storici è importantissima. Ho cercato anch’io di unire la credibilità storica con una parte di invenzione romanzesca che però rispecchiasse tutto l’immaginario del Medio Evo.

Anna Maria Ortese che mi incanta sempre, ogni volta che la rileggo, per il “realismo magico” dei suoi primi racconti, per l’invenzione fantastica di tipo surrealistico, per l’argomentazione saggistica, per la documentazione neorealistica nei romanzi del dopoguerra, per la carica simbolica e lirica che traspare da ogni suo scritto.

Thomas Mann per l’acuta analisi e descrizione psicologica dei personaggi, perché fin dalla prima pagina di un romanzo o di un suo racconto si entra in un universo romanzesco totale, catturati dalla forza straordinaria della realtà rappresentata. Thomas Mann sa creare personaggi, evocare luoghi, rendere atmosfere che danno al lettore l’impressione di vivere all’interno della storia da lui imbastita.

Virgina Woolf, perchè adoro la sua capacità di tradurre nella scrittura la fugacità delle impressioni, di dissolvere le forme tradizionali del racconto nel flusso di coscienza per approdare alla  liberazione dalle regole del realismo psicologico scendendo lentamente in un  precario  “attraversamento delle  apparenze”, nel cuore delle incertezze dell’essere.

ELISIR – Il libro che vorresti aver scritto.

CLARA – “Le ore” in cui lo statunitense Michael Cunningham racconta i destini intrecciati di tre donne, che vivono in luoghi e momenti storici diversi, ma sono in qualche modo legate dal romanzo “La signora Dalloway” di Virginia Woolf. La prima è proprio la Woolf, autrice del libro e raccontata nei momenti più feroci della depressione che la portò a togliersi la vita. La seconda è Laura Brown, una madre di famiglia che nell’America degli anni cinquanta, anche grazie al libro della Woolf, troverà il coraggio di cambiare vita. E infine c’è Clarissa Vaughan, un’intellettuale newyorkese che dai tempi del college vive col nomignolo di Mrs. Dalloway per le sue somiglianze col personaggio creato da Virginia Woolf. E “Le ore” nasce proprio come un omaggio di Cunningham alla Woolf, sua musa ispiratrice.

ELISIR – Tu sei una donna impegnata, mamma e anche nonna. Qual è il “tuo tempo” per scrivere?

CLARA – Il mio momento per scrivere è in ogni momento, quando non ho con me carta e penna scrivo nella mia mente, comunque preferisco la notte. E a proposito del mio essere orgogliosamente nonna, indovinate come si chiama la mia nipotina? Elisabetta, certo! Poteva essere diversamente?

ELISIR – Cos’è per Clara Schiavoni la scrittura?

CLARA – E’ una full immersion in me stessa.

ELISIR – Anche Clara Schiavoni, come i grandi scrittori del passato, gira con la Moleskine e una penna in borsa per appuntare idee e flash di vita quotidiana, oppure preferisce raccogliere idee di fronte a uno schermo del computer ?

CLARA – Sempre taccuino e penna a portata di mano, anche sul comodino.

ELISIR – Cosa consiglieresti a chi ha il famoso libro nel cassetto e vorrebbe iniziare l’arduo percorso della ricerca dell’editore giusto?

CLARA – Di iniziare l’ardua ricerca: bisogna sempre provare.

ELISIR – A tuo parere, in Italia la crisi è dell’editoria o è una crisi culturale?

CLARA – Purtroppo l’editoria italiana sta attraversando un pesante momento di crisi: ha scontato, più di altri, la contrazione dei consumi da parte degli italiani. Non solo, accanto al calo della domanda generale assistiamo ormai da qualche anno a un calo della domanda di cultura. Ne è una dimostrazione la chiusura di molte librerie indipendenti, ormai una specie in via di estinzione. Questo ha comportato anche un cambio repentino di rotta per quanto riguarda la produzione. Non è così difficile trovare case editrici che curavano libri di qualità virare sul genere fantasy, sperando di poter attecchire nella fetta di mercato dominata dai teenager, con l’obiettivo di trovarsi un’impennata delle vendite.

ELISIR – Hai raccontato la storia di Elisabetta Malatesta Varano in maniera molto evocativa e cinematografica. Leggendo il tuo libro sembra quasi di vedere un film. E se questo libro davvero diventasse un film, chi vorresti che lo dirigesse e quali attori, se potessi scegliere, vedresti adatti nei ruoli di Elisabetta e dei protagonisti principali del tuo romanzo?

CLARA – Regista Virzì. Monica Bellucci sarebbe una Elisabetta perfetta come anche Raoul Bova nei panni di Venanzio.

ELISIR – Stai lavorando a un prossimo romanzo? Ci puoi anticipare qualcosa?

CLARA – Attualmente sto revisionando la bozza di Sono tornata 2 (ma il titolo sarà diverso) che il mio editor ha letto e mi ha restituito con i suoi consigli. Sono quindi sempre e comunque a stretto contatto con Elisabetta.

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interviste

LE COLORATISSIME DAME DI ADRIANA ASSINI

LE COLORATISSIME DAME DI ADRIANA

Incontro con Adriana Assini, scrittrice e acquarellista

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In un mondo a tinte forti, fatto di urla, prepotenza e volgarità, incontrare Adriana Assini in una sala da thè fa bene all’anima e al sistema nervoso. Adriana è una signora garbata e gentile, elegante ed ironica che parla sottovoce sorridendo. Ma la sua grande dote è quella di ritrarre pulzelle e signore vissute in altri secoli, dame bizantine e rinascimentali, imperatrici e fattucchiere, sia con la penna sia con i suoi meravigliosi acquerelli dai colori solari e brillanti. E questa abilità ha fatto sì che Adriana Assini, romana, quotatissima pittrice e romanziera, venga invitata nelle università e nei circoli di tutta Europa a raccontare e mostrare le sue signore di un tempo che, a quanto pare, provavano le medesime insoddisfazioni e ribellioni delle signore dei giorni nostri.

ELISIR –  Domanda d’obbligo per qualsiasi scrittore: cos’è per te la scrittura? E l’arte?

ADRIANA – Uno straordinario mezzo per esprimere una parte della mia creatività, così come avviene con la pittura. Una cosa che ripeto spesso nelle interviste è che, per raccontare, non mi basta affidarmi alla sola penna, mi servo a piene mani anche dei colori e dei pennelli. 

L’arte? Che altro se non l’espressione estetica della profondità dell’animo? Il felice risultato dell’incontro tra il proprio bagaglio culturale con il mondo delle emozioni e la propria creatività.

ELISIR – Adriana, perché scrivere? Come e quando è nata questa necessità?

ADRIANA – Si scrive quando parlare non è sufficiente a esprimere quanto abbiamo da dire, da raccontare, da condividere. Si scrive quando alla passione per le “parole” si aggiunge l’amore incondizionato per la carta, che sia d’Amalfi o “uso mano”, per le penne e gli inchiostri. A 11 anni ho scritto il mio primo romanzo. Un polpettone.

ELISIR –  In che modo prendi appunti? Moleskine, bloc notes e penna, rigorosamente a mano, oppure I pad o altro tablet?

ADRIANA – Sono un’estimatrice dei quaderni Paperblanks. Ne ho una vera e propria collezione e, cosa simpatica, tempo fa l’azienda canadese mi ha dedicato un piccolo spazio sul suo blog   http://blog.paperblanks.com/2011/07/adriana-assini/

ELISIR –  Ami ciò che scrivi dopo averlo scritto?

ADRIANA –  Se non lo amassi, non lo darei alle stampe. Sono piuttosto severa con me stessa. Questo però, non esclude che a distanza di anni possa rimettere mano a vecchi testi, rivedendoli sulla base di ciò che, nel frattempo, è cambiato nel mio modo di essere-vivere-sentire, e quindi di scrivere.

ELISIR –  Qual è il tuo tempo e il tuo spazio migliore per scrivere?

ADRIANA – D’inverno, d’estate, a casa o su un treno; ovunque ci sia il modo di stare seduti con a disposizione gli strumenti del mestiere. Possibilmente con accanto una tazza di tè allo zenzero e cannella.

ELISIR –  Com’è nata l’idea di questo affascinante romanzo, “La Riva Verde”?

ADRIANA –  Nel corso di una ricerca, mi sono imbattuta nelle dame della Compagnia della Conocchia, una combriccola di donne che farebbe invidia ai circoli femminili e femministi di oggi. Le ho inseguite   sui libri e ne ho tratto poi lo spunto per la storia oggetto del romanzo.

ELISIR –  E’ perché tu sei una fine e quotata acquarellista e giochi sempre con i colori, che racconti di tintori rivali che si sfidano per amore e professione?

AADRIANA – L’occasione di narrare cosa succedesse all’epoca – parliamo della seconda metà del Trecento – nelle seducenti “officine del colore” di Bruges era troppo ghiotta per poterla trascurare. Le feroci contrapposizioni tra le Corporazioni rivali, i tintori del blu e quelli del rosso, fanno parte della storia della cittadina fiamminga in cui è ambientato il romanzo, e svelano molte curiosità e retroscena legati alla simbologia dei colori, frutto di retaggi, usi e credenze tradizionali, e sorprendentemente condizionata da valenze religiose, economiche e sociali che, seppure con sfumature diverse, appartengono a tutte le culture occidentali.

ELISIR – Cos’è la “Riva Verde” oltre ad essere uno dei numerosi canali della città di Bruges ?

ADRIANA – Spero una godibile e avventurosa passeggiata nel passato, con la sorpresa di scoprire quanto sia cambiato il mondo da allora, ma ancora di più in quante cose, al di là degli interventi di “cosmetica”, sia ancora oggi uguale a ieri. Credo, inoltre, che il romanzo possa suggerire molti spunti di riflessione in vari campi: la condizione femminile, il rapporto delle classi lavoratrici con il potere, le lotte intestine in una società in continuo movimento. Il tutto, dando anche una chiave di lettura non scontata su taluni argomenti, oltre a nozioni divertenti che vanno a sfatare qualche luogo comune, qualche errato convincimento. Non tutti sanno, per esempio, che molto spesso non era per devozione se sciami di donne partivano per il pellegrinaggio. Con la scusa dell’omaggio al Santo di turno, avevano l’occasione di viaggiare, fare esperienze, divertirsi, prendendosi una lunga pausa dalla noia quotidiana e dalle incombenze domestiche. Soprattutto però, potevano sottrarsi per qualche settimana all’asfissiante controllo di parroci, padri, fratelli, mariti…

ELISIR – Attualissimo per i corsi e ricorsi storici a distanza di circa 700 anni, la rivolta degli artigiani contro l’aumento delle tasse, l’arroganza dei potenti, la rassegnazione delle classi sociali più basse, “La Riva Verde” è anche un romanzo politico e si presta a numerose chiavi di lettura: il femminismo e la femminilità, la politica appunto, la forza, la complicità e la sorellanza delle donne anche nei secoli passati, e questo riguarda anche tutti gli altri tuoi romanzi, dove le eroine e le antieroine sono sempre donne in gamba. Possiamo affermare che Adriana Assini è una femminista?

ADRIANA – Perché no? Sebbene io sia piuttosto refrattaria alle etichette, classificazioni e caselle, perché mi vanno sempre tutte strette, mi rendo conto che a volte le semplificazioni rendono la conversazione più snella, il ragionamento più immediato. Vero è che sto spudoratamente dalla mia parte, e che nel difendere me stessa, le mie aspettative, il mio stare nel mondo, devo per forza difendere i diritti di tutte le altre donne…

ELISIR – Adriana, sei più artista del pennello o più letterata? I linguaggi sono differenti e tu li usi mirabilmente entrambi, ma cambia anche il processo creativo oppure segue lo stesso iter?

ADRIANA – Raccontare, raccontare, raccontare. Il mezzo è diverso, ma il risultato è lo stesso. Del mio processo creativo, so soltanto che a un certo punto mi viene l’idea per un quadro o per un romanzo. Cosa mi abbia ispirata in quel momento appartiene ai piccoli misteri della mente, ai giochi della fantasia. So però che nessuna idea viene dal nulla. Ognuno di noi ha una storia, un bagaglio culturale, un carico di immagini immagazzinate nel corso del tempo a cui fare riferimento, consapevolmente o meno…

ELISIR –  Quando hai realizzato il tuo primo acquerello e quando hai pubblicato il primo libro?

ADRIANA – Tantissimi anni fa, in entrambi i casi.

ELISIR – “Lo scettro di seta”, “Il bacio del diavolo”, “Nella foresta di Soignes”, “Gilles che amava Jeanne”, “Vico de’ Figurinai”, “Un sorso di arsenico”, “Il mercante di zucchero”, “Le rose di Cordova”, “La Riva Verde”….perché solo romanzi storici?

ADRIANA – Amo la Storia e mi piace rivisitarla, con la pretesa di rileggerne con altri occhi e con un diverso spirito taluni avvenimenti di mio interesse, ponendo un’attenzione nuova su chi, di quelle vicende, si rese protagonista. Un esempio? Nel 1517, il capopopolo palermitano Gianluca Squarcialupo, sulle cui vicende è incentrato Il mercante di zucchero, si mise a capo di un’ incredibile rivolta contro il malgoverno spagnolo. Pagò a caro prezzo la sua alzata di testa, ma nei libri di Storia non si fa alcun accenno a lui, né allo scandaloso intrigo di cui rimase vittima.

ELISIR – Che tipo di lavoro c’è dietro un romanzo storico?

ADRIANA – Lo studio delle fonti, la verifica incrociata dei dati, la cura nell’evitare anacronismi. Un gran bel lavoro.

ELISIR – Spesso i tuoi libri vengono tradotti in altre lingue, ma se vai a rileggerli, ritrovi gli stessi significati che volevi dargli tu o ti sembrano altre storie?

ADRIANA – In spagnolo, li ritrovo ampiamente (con tutti i limiti – inevitabili – che comportano le traduzioni, visto che spesso la costruzione delle frasi, ma perfino la lunghezza e il suono delle singole parole può variare di molto da una lingua all’altra). La mia imperfetta conoscenza dell’inglese, invece, non mi permette di approfondire molto, se non quel tanto che basta per capire che…è proprio un altro idioma!

ELISIR –  Il pubblico straniero, sia i tuoi lettori sia gli acquirenti dei tuoi meravigliosi dipinti, è diverso da quello che hai in Italia?

ADRIANA – Credo che all’estero, in generale, ci sia una maggiore sensibilità verso tutte le forme artistiche: si frequentano di più i luoghi della cultura e si ha una più grande familiarità con la lettura. Parlo dei Paesi europei che conosco meglio: Belgio, Spagna, Francia, Inghilterra. D’altronde, non è una novità, l’Istat ce lo ricorda ogni anno che in Italia un’impressionante percentuale di cittadini dichiara di non aver mai preso un libro in mano o di non aver mai visitato una mostra.Va da sé che, uscendo dai confini nazionali, chi ha qualcosa di buono da dire o di bello da esibire ha pure qualche chance in più di riuscire a farsi notare.

ELISIR –  Quanto c’è di autobiografico nei tuoi romanzi? C’è un personaggio che ti rispecchia più degli altri?

ADRIANA – No, nessuna tentazione autobiografica. Amo tutti i miei personaggi (altrimenti non li avrei scelti) e… non li metto in concorrenza tra di loro. Di ognuno c’è un aspetto, una caratteristica caratteriale che prediligo. La determinazione di una, l’amor proprio di un altro, il sentimento di ribellione di un’altra ancora. Se mi piacciono è perché hanno tutti qualcosa di me, ma nessuno mi assomiglia.

ELISIR – I tuoi autori preferiti?

ADRIANA – Yourcenar, Borges, Pasolini, Chrétien de Troyes, Simenon, De Beauvoir…

ELISIR – Il libro che hai ora sul comodino?

ADRIANA – Le bonheur dans le crime, Barbey d’Aurevilly.

ELISIR – Un libro, ma solo uno, che salveresti dalla distruzione del pianeta.

ADRIANA – Memorie di Adriano, Yourcenar.

ELISIR – E il libro che vorresti avere scritto?

ADRIANA –  Memorie di Adriano

ELISIR – Quando ti accingi a scrivere un romanzo, hai già in mente la trama, il dipanarsi della storia, oppure la caratterizzazione dei personaggi avviene strada facendo?

ADRIANA – L’impianto generale è solido sin dall’inizio, e pure i personaggi sono già ben delineati ancora prima di “entrare in scena”. Via via che procedo con la scrittura, affino il tutto, apporto qualche cambiamento, aggiungo particolari…

ELISIR – Consigli tecnici e pratici a scrittori esordienti?

ADRIANA – Più si legge, più si padroneggia la lingua, più s’impara a scrivere. Il talento, però, non si insegna e non si impara: un dato di fatto con cui siamo chiamati a fare i conti.

ELISIR – Cos’è che fa di una persona che scrive uno “Scrittore”? Come avviene la consacrazione da…scrivano a…Scrittore?

ADRIANA – Il talento a cui accennavo poc’anzi. Un ingrediente insostituibile, della cui pianta non si vende il seme. La consacrazione è però un’altra cosa. Dipende dall’attenzione che ricevono le nostre opere, e può arrivare dai lettori, dai favori della critica letteraria o da entrambi le parti. Una piccola provocazione? Non è sempre detto che un titolo in testa alle classifiche dei libri più venduti voglia dire che si è scrittori e non scrivani.

ELISIR – Puoi dirci a cosa stai lavorando ora?

ADRIANA – Aspetto l’uscita, ormai prossima, di un mio nuovo romanzo (sorpresa!), ma nel frattempo ne sto sistemando un altro, e per non trascurare i pennelli, preparo, con calma, una mostra autunnale oltre frontiera.

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interviste

ECCO LE DONNE DI SIMONA BERTOCCHI

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DALL’ARGENTINA LOLA ALLA MARCHESA RICCIARDA, TUTTE LE DONNE DELLA BERTOCCHI

Incontro con la scrittrice toscana Simona Bertocchi

Incontriamo la scrittrice Simona Bertocchi davanti ad un aperitivo, su una terrazza appoggiata sul bel mare della Versilia. Lei è sorridente e radiosa come la mattina di oggi, luminosa di sole e frizzantina come l’aperitivo che ci versano nei bicchieri.

ELISIR  – Simona, questa è la tua terra, ma tu sei nata e cresciuta a Torino. Tra i racconti di uno dei tuoi libri, “I colori di Venere”, ce n’è uno, il più misterioso, che si svolge tutto a Torino, la tua città fino ai vent’anni, e c’è una descrizione di Torino così minuziosa ma, soprattutto, così piena d’amore che io ho voglia di chiederti se ti senti più sabauda o più toscana?

SIMONA – Certo la mamma è sempre la mamma. Il racconto che citi è una dichiarazione d’amore alla mia città e averla vissuta fino a ventitrè anni ha segnato i miei anni più importanti, poi la Toscana mi ha adottata. Mi sento sabauda per il rigore e l’educazione che metto in tutto ciò che faccio, ma sono chiassosa e creativa come i toscani. Sto benissimo nel mezzo.

ELISIR -Tra le varie tue attività c’è anche il mirabile impegno nel sociale perché sei anche una volontaria dell’associazione Sabine e dai ascolto alle donne tramite lo sportello antiviolenza di Montignoso, la cittadina dove vivi. Ti chiedo se per qualcuna delle protagoniste dei tuoi libri hai attinto alla realtà. Raccontaci qualcosa della tua esperienza con l’Associazione Sabine.

SIMONA – Sono una persona che cerca di essere in prima linea quando può, che dopo essersi lamentata agisce e il tema della violenza sulle donne e sui minori mi ha fortemente colpito e così ho deciso di dare un mio piccolo contributo seguendo un percorso necessario. Associazione Sabine fa rete con altri centri antiviolenza in Toscana e opera attivamente da molti anni. Sono battaglie silenziose ma coraggiose e quando riusciamo ad ottenere qualche risultato e aiutiamo molte donne a riappropriarsi della loro vita, la gioia è impagabile. Quando ho scritto “I colori di Venere”, con i suoi nove racconti tutti al femminile, non ero ancora segretaria di Sabine ma certamente alcune delle protagoniste potrebbero essere tra le donne che vengono a chiederci appoggio.

ELISIR – Anche ne “Il nome del figlio, così come in “Lola Suàrez”, storia di desaparecidos, libro giunto alla seconda edizione e ne “I colori di Venere”, le protagoniste sono sempre donne, passionali, ribelli, anticonformiste. E’ una scelta o un’esigenza la tua?

SIMONA – La mia narrativa, unisce l’impegno all’evasione, nei miei romanzi, dove c’è una Venere coraggiosa c’è un Marte altrettanto intenso per personalità. Scrivo quello che vedo e che sento, scrivo quello che non è stato detto abbastanza, come per il tema del golpe argentino e il dramma dei desaparecidos e scrivo di personaggi che la Storia non ha onorato come avrebbe dovuto. Non vorrei sembrare immodesta ma forse scrivo anche quello che vorrei leggere.

Lola Suàrez mi ha dato immense soddisfazioni ha superato qualche edizione e continua a essere richiesto come testo, moltissime donne hanno tratto da Lola coraggio ed energia e il mondo di Lola piace. Ci sono momenti in cui addirittura me la immagino accanto.

ELISIR – Tu hai affermato “Mi scrivo spesso dentro”, cosa significa questa frase?

SIMONA – Significa che noto particolari, immagino situazioni, mi piace contemplare, fantasticare e ragionare su personaggi e situazioni che a tanti sfuggono o che vedono con sguardo più realista. Chi mi vive e mi sta accanto lo sa bene e mostra spesso un’eroica pazienza nei miei confronti. I miei libri iniziano da dentro, me li scrivo dentro poi lascio tracce di fogli e quando mi impossesso di un computer assemblo.

ELISIR – E nel tuo blog omonimo, tu dici: “Leggo per passione e scrivo per necessità”. Parlaci del tuo rapporto con i libri da lettrice e da scrittrice.

SIMONA – Sono una lettrice bulimica, ingoio libri, molti li scarto dopo qualche capitolo se non mi arrivano al cuore (non mi sento obbligata a terminare un libro, se non mi piace). Ci sono le sere della poesia, le giornate uggiose di un buon Dickens o Gadda. C’è il periodo per leggere la Allende o la Munro, poi spesso cerco l’ironia di Benni o la scrittura carica di Camilleri. Diffido degli scrittori che non leggono, di quelli che leggono solo se stessi o che si occupano solo della propria scrittura. Conoscere la letteratura, andare a presentazioni degli scrittori più bravi o frequentare il mondo dell’editoria e porsi con umiltà è importante per chi vuole scrivere. Sì, scrivere per me è una necessità, ne ho proprio bisogno per riempirmi o per tirare fuori, quando scrivo sono felice e di certo sono fuori dal tempo. Sono quasi inquietante tanto sono assente al presente quando scrivo.

ELISIR – “Nel nome del figlio”, in cui racconti la vita, gli intrighi e gli scandali di Ricciarda Malaspina  Cibo, Marchesa di Massa e signora di Carrara, dando voce alla sua dama di compagnia Beatrice Pardi, è il tuo ultimo romanzo, uscito da pochi mesi e già alla seconda edizione. La stesura di questo libro ha previsto una lunga ricerca storica negli archivi di Stato e altro. Quanto ci hai lavorato prima di darlo alle stampe e come ti è venuto in mente di ripescare Donna Ricciarda Malaspina, storia, ancora una volta, di una donna?

SIMONA – Come dice la quarta di copertina “La Bertocchi toglie dall’oblio un personaggio come la Marchesa di Massa”. Per togliere la Malaspina dall’oblio mi ci sono voluti due anni e mezzo di ricerche tra archivi, luoghi, biblioteche per poi romanzare tutto e creare altri personaggi a dare una sferzata di avventura e intrigo alla storia.

Sì, ancora una volta una donna. Una donna diabolica forse, ma di forte personalità che da sola, in pieno Rinascimento, ha governato uno Stato ambito da tutte le Signorie. Ha trattato con principi e re, ha tolto potere al marito, nipote di due papi e di Lorenzo il Magnifico. Con metodi non sempre leciti ha portato avanti una guerra familiare e “nel nome del figlio” ha fatto scelte forti e azzardate, non tutte riuscite. Permettimi di aggiungere che il libro pubblicato a maggio è giunto alla prima ristampa, è arrivato come finalista a due concorsi importanti e presto verrà proposto in qualche scuola della mia città, così divento prof. per un giorno.

ELISIR – Con tutte le cose che fai e le attività che svolgi, qual è il tuo tempo per scrivere?

SIMONA – Poco, diciamo che lo cerco, me lo preparo, in mezzo a giorni frenetici ne cerco uno o due in cui mi dedico alla scrittura il che vuol dire iniziare al mattino e terminare nel tardo pomeriggio. Dedico alla sera i passaggi più delicati o sofferti.

ELISIR – Cosa è che consacra una persona alla nobile definizione di Scrittore?

SIMONA – L’amore per i libri, come ho accennato prima, uno scrittore deve essere prima di tutto un bravo lettore e deve amare la bella scrittura, un cultore degli aggettivi, dei passaggi che sembrano quasi musicali, dell’ironia accennata e poi, come in tutte le cose deve capire se è portato alla scrittura, perché non basta dire “mi piace scrivere” e quindi rendo pubblico e provo a mettere sul mercato quello che scrivo. Ci vuole rispetto per il lettore, non si deve mai bluffare, se scrivo un romanzo storico deve essere veritiero, se entro in sentieri difficili devo saperli gestire, certe affermazioni devo saperle sostenere, devo curare i dialoghi come i dettagli. E’ un lavoro anche di fatica, arrivi a sera che ti fanno male gli occhi e hai mal di testa a forza di cambiare frasi e cercare informazioni e anche la tua vita privata e sociale nei periodi “creativi” ne risente perché la scrittura se vuoi fare lo scrittore diventa un impegno.

ELISIR – Scrivere e pubblicare un libro è un atto di coraggio, è darsi in pasto al pubblico, è mettersi in gioco. Ci vuole più coraggio, presunzione o sfrontatezza per essere scrittori?

SIMONA – Ci vuole capacità, passione, sacrificio, incoscienza e rispetto per la scrittura.

ELISIR – Cos’ è per Simona Bertocchi la Scrittura?

SIMONA – Non lo so, ma fa parte del mio quotidiano, un bisogno, una gioia, una sfida, un nido oppure il mare aperto.

ELISIR – Quando hai cominciato a scrivere e hai scoperto che la cosa ti piaceva?

SIMONA – Alle elementari quando andavo totalmente fuori tema e scrivevo favole infinite e la maestra rimaneva spiazzata perché non avevo rispettato le regole, però scrivevo bene e avevo molta immaginazione.

ELISIR – Qual è il libro che stai leggendo ora, quello che ti porti in treno o che tieni sul comodino?

SIMONA – Ora sto leggendo “I cigni di Leonard”o di Karen Essex, in treno di solito mi porto libri sottili perché mi piace l’idea che duri quanto il viaggio, ho letto recentemente “Scorre la Senna” di Fred Vargas e sul comodino non ho mai solo un libro, mi piace tornare ai classici, agli immancabili.

ELISIR  – Quali sono i tuoi scrittori preferiti e quelli su cui ti sei formata?

SIMONA – Fatale mi fu “Piccole Donne” e alla fine ho pronunciato la frase che tutte noi abbiamo detto,voglio essere come Jo”. Poi è arrivato Calvino che è ancora tra i miei più amati e quando ho scoperto la Allende ho trovato la forza della scrittura.

ELISIR – Nell’ultimo libro “Nel nome del figlio” hai delineato perfettamente la personalità di queste due donne, la marchesa e la sua dama di compagnia, tanto diverse tra loro, ma accomunate poi dallo stesso nipote, anche se del quale soltanto una se ne occuperà, mentre l’altra non lo vedrà mai. Volevo sapere,una volta terminato il romanzo, quale dei due personaggi ti è rimasto più…appiccicato addosso? Quale delle due hai avuto più difficoltà a scrollarti da dosso?

SIMONA – Era necessario creare il personaggio di Beatrice, è la coprotagonista che a volte toglie la scena alla marchesa, è una donna giusta, coraggiosa, innamorata, colta che si contrappone alla perfida ma affascinante Ricciarda Malaspina. Non ero in grado di sostenere solo il personaggio della Marchesa, mi avrebbe distrutta.Per chi scrive, i personaggi vivono realmente, per cui sento mia Beatrice, ma Ricciarda mi ha segnata.

ELISIR – Io so che tu stai scrivendo già un altro romanzo, forse storico anche questo. Ci puoi dare qualche anticipazione?

SIMONA – Per scaramanzia taccio, ma diciamo che continuo il filone del romanzo storico non per masochismo ma perché un personaggio del mio prossimo libro mi ha scelta.

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