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Il vento e le promesse

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     Una toscana a New York tra politica e romanticismo: il dietro le quinte delle ultime elezioni americane

Antonella Gramigna – Giuliano Ladolfi Editore – 2018 – 140 pagine – € 12,00

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Correva l’anno 2016 e l’America viveva un momento storico assai particolare, quello del cambio della presidenza dopo Obama, nel medesimo periodo in cui in Italia c’era il referendum costituzionale, mentre negli Stati Uniti d’America la corsa alla Casa Bianca vedeva in gara Hillary Clinton e Donald Trump.

“Il vento e le promesse”, il romanzo d’esordio di Antonella Gramigna, è l’avvincente storia di un’avventura politico-sociologica-passionale che trasporterà la Anne della finzione narrativa, ma forse anche la Antonella che ne è l’autrice reale, attraverso vicissitudini nell’ambito della politica in una città come New York, raccontata da colei che ha vissuto dietro le quinte l’organizzazione della mastodontica macchina elettorale.

“Il vento e le promesse”, è un romanzo di attualità che tra qualche decennio potrebbe forse venir collocato nella categoria letteraria denominata romanzo storico, poiché racconta la storia politica di un Paese – gli Stati Uniti – e sullo sfondo quella di un paese molto più ristretto, l’Italia.

C’è Anne, donna non giovanissima, ma sempre innamorata della vita, delle passioni e dei forti ideali che l’hanno sempre contraddistinta, un essere semplice, capace di amare alla follia, ma di soffrire altrettanto, che parte dall’Italia, chiamata a lavorare nello staff di comunicazione della campagna americana alle presidenziali, un invito arrivato all’improvviso come un vento forte e deciso, carico di promesse scrive l’autrice, e da questa definizione trarrà poi spunto per il titolo del libro.

Il team americano è preparato e very cool e Anne è molto emozionata, ma anche assai orgogliosa di farne parte. Dalla sua ha l’intelligenza e un ottimo curriculum, nonché un fidanzato protettivo rimasto a casa  che la chiama ogni giorno, che la supporta e la sprona a seguire le sue passioni e a far tesoro dell’esperienza americana.

Tutto inizia bene, dopo le prime notti in albergo Anne approda in un grazioso appartamentino nel cuore di Soho, il quartiere più cool di Manhattan, che sarà la sua casa nei mesi di questa full immersion negli States, la vicina di casa è una simpatica violinista e i suoi colleghi sono davvero very friendly e la accolgono nel team nel migliore dei modi. Il lavoro – le spiegano – sarà duro, del resto studiare la strategia di comunicazione per la politica di un’aspirante candidata alla Casa Bianca non è certo cosa semplice, né capita tutti i giorni, ma il boss, Mister Liam Benson, è deciso, determinato e carismatico, ma è anche un tipo alla mano e la sua assistente di colore Mary Ann, appassionata di tutto ciò che arriva dall’Italia, le si dimostra subito amica.

In tutto il romanzo si parla di politica, si fanno parallelismi tra la bionda Hillary e il fiorentino Matteo Renzi, si racconta della Leopolda e del tax gap, il sistema fiscale che Obama ha sempre tentato di aggiustare in qualcosa di più equo, si fanno confronti tra il sistema fiscale del nostro paese con quello americano, ci sono paragrafi di economia, discorsi sulla finanza e accenni di geopolitica, che fanno de “Il vento e le promesse” un libro un po’ atipico, a metà tra il romanzo e il saggio. Da un momento all’altro, ti aspetti la storia d’amore travolgente, magari col manager americano dagli occhi magnetici tutto dedito alla carriera, che viene conquistato dall’empatia e dall’intraprendenza di Anne, ti aspetti il coup de foudre, come in ogni buon film americano che si rispetti, con in sottofondo la musica di Ed Sheeran e James Blunt.

Le pagine scorrono veloci ed è solo verso la fine che qualcosa si muove in tal senso, ma la love story tra i due è solo appena sfiorata durante una cena elegante, sul battello che naviga lentamente l’Hudson al tramonto. E’ qui che Mister Liam confessa ad Anne un dolore antico e Anne, sebbene combattuta, conviene che la sua vita è nella sua Toscana, così finisce ancor prima di iniziare una di quelle storie che potevano essere ma che non sono state.

Intanto i giorni si susseguono veloci e i preparativi per l’elezione del quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America si fanno sempre più convulsi.

Camminando per la Grande Mela la protagonista si lascia docilmente travolgere dal flusso della folla e dalla vita che pulsa frenetica in quella città che non dorme mai.

Essere newyorkese è uno stato mentale si convince Anne, mentre cammina a naso in su nella verticalità di Manhattan, mostrando al lettore quella New York che conosciamo soprattutto dai film e quell’America in cui tutto può accadere e dove ogni sogno può avverarsi.

Intanto i due candidati alla Casa Bianca non si risparmiano stoccate e colpi bassi di fronte a cento milioni di telespettatori, futuri votanti. Hillary accusa Donald di varie nefandezze, e lui controbatte che lei, con tutto il suo sbandierato femminismo, si presenta ancora con il cognome del marito. Trump ha dalla sua il forte potere economico e la parte americana meno democratica e più conservatrice. La Clinton è invece più comunicativa e, forse, più vera, tanto che inizialmente sembra essere lei quella con più consensi.

E’ autumn in New York e, proprio come nel capolavoro cinematografico di Joan Chen con Richard Gere e Winona Ryder, Central Park offre un romantico e scenografico spettacolo di colori, che Antonella Gramigna sa descrivere molto bene. Anche qui sembra quasi di sentire una delle struggenti colonne sonore dei tanti film che hanno avuto come palcoscenico queste straordinarie location.

Attraverso la campagna elettorale americana, la protagonista ripercorre la sua vita in flash back, il suo impegno politico fin da giovanissima, la sua preparazione che l’ha portata fin oltreoceano e che sembra aver conquistato tutto il team americano, ma proprio quando Anne si era quasi abituata alle diverse abitudini, alla pioggia di New York, al traffico frenetico e perfino al caffè lungo americano, quella bevanda scura che definirla caffè è ingiuria, arriva l’ora di risalire su quell’aereo che la riporterà in patria.

“Il vento e le promesse”, che termina con una mail lunga e appassionata, inviata un anno dopo a Mister Liam, è la giusta lettura per capire un po’ di più il sistema politico americano, per trovare stimoli a credere che con l’impegno e il continuare a confidare nei propri sogni si possa ancora cambiare un sistema che non ci piace, ma è anche utile per immergersi in scenari tipicamente newyorchesi senza muoversi dal proprio divano.

L’autrice spesso usa citazioni, non ultima quella presa in prestito da una canzone dell’atipico trio Sergio Endrigo, Giuseppe Ungaretti e Vinicius de Moraes, la vita è l’arte dell’incontro, e sostiene che oggi noi siamo esattamente il prodotto di ciò che abbiamo vissuto, con ogni sfaccettatura. Con gioie e dolori, perdite e amicizie nate per caso, delusioni e passioni che ci accompagnano. Talvolta si rimane scottati, ma dopo un bel respiro occorre rialzare la testa, e continuare a inseguire i nostri sogni. Mai fermarsi nel percorrere la vita.

E a noi di Elisir viene anche voglia di aggiungere “Yes, we can!”

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Il valore dello scarto

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Sette illustri testimonianze che spiegano perché ciò che per molti è scarto diventa risorsa per altri

Il valore dello scarto – Carla de Angelis e Stefano Martello –                                          Fara Editore – 176 pagine – € 15,00               

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Il valore dello scarto (Fara Editore) è un lavoro curato da Carla De Angelis e Stefano Martello che raccoglie, inoltre, contributi di Annalisa Ciampalini, Claudio Fraticelli, Alex Celli, Bruno Barlassina, Alessandro Lamberti.

Entrare eccessivamente nei dettagli dei loro scritti sarebbe intrusivo, perché è onesto che ciascun lettore tragga dagli autori stessi il senso più profondo e autentico delle loro teorie.

Leggerli, sorprende: la luce narrativa di ciascuno di loro illumina aspetti della nostra vita con enunciati e teoremi dimostrati, parola su parola. 

Lo scarto è sviscerato in ogni suo aspetto, nella vita in comune, nella poesia, nelle emozioni, nell’insegnamento e nel percorso educativo, nella partecipazione pubblica, nel settore del diritto, nel mondo del mito, nell’architettura urbana.

Scrivono Carla De Angelis e Stefano Martello nella loro introduzione:

“ (…) valore e scarto – abilmente evocate da un Editore – (…) sono state queste due parole a imprimere prepotentemente una direzione a questo testo, accorciando tempi di riflessione sempre più morbidi e languidi imponendo a coloro che scrivono di trasformare il proposito in progetto.”

Annalisa Ciampalini, nell’indagare lo scarto educativo, sollecita il ruolo della scuola che, già di per sé, dovrebbe costituire una società inclusiva e che, invece, a volte finisce per essere un luogo che facilita lo scarto umano ingessando processi di apprendimento in metodi non sempre adeguati.

E Stefano Martello procede con l’interessante analisi del valore dello scarto nella partecipazione pubblica, un passo dopo l’altro nella storia dentro la nostra società, includendo mirabilmente, nel suo percorso, l’efficace citazione di Trilussa: “Sovrano come er popolo sovrano che viceversa nun comanna mai”.

Incalza poi Claudio Fraticelli che si addentra nel disaminare il diritto tra valore e scarto che “ (…) significa per un giurista occuparsi di termini fondamentali per le sue conoscenze.” Fa notare inoltre che “ (…) il diritto si nutre e si struttura per mezzo del linguaggio; la sua esistenza è affidata alla misteriosa capacità comunicativa degli uomini”.

Si apre poi il capitolo di Alex Celli che è un viaggio nella spiritualità e nelle religioni, nel mito, tra gli eroi antichi e moderni, sacri e profani, nel culto della magia legata all’idealizzazione eroica di un uomo… sempre alla ricerca del valore dello scarto.

Segue la puntuale argomentazione di Bruno Barlassina che spiega il valore dello scarto in architettura: “Intervenire su un luogo di scarto, che sia un territorio abbandonato o una costruzione dismessa, equivale a relazionarsi con due entità imprescindibili: il Tempo e lo Spazio.”

Eliminare o mettere da parte? E’ la domanda inevitabile con cui si chiude l’opera.  Questo ultimo capitolo, scritto da Alessandro Ramberti, si apre con alcuni versi di una poesia di Carla De Angelis: 

Porto sulle spalle

quel milione di cose come pegno di vita

Ora me ne disfo con un leggero malessere (…)

E prosegue l’autore, entrando nella peculiarità del suo dire: “ Dunque lo scarto del despota produce un cambiamento fondamentale (…) Il tiranno tende a eliminare le differenze, a reprimere le libertà, a togliere dalla circolazione gli elementi inutili, difettosi, quelli che considera dannosi al suo ordine”. Egli inoltre si sofferma sull’accezione positiva della parola scarto, un valore che il termine assume quando “lo scarto diventa etico, orientato al bene comune. Pensiamo allo scarto delle cose pericolose per la salute (…)”.

Con questa brevissima panoramica che percorre i vari capitoli, vogliamo soltanto solleticare l’interesse del lettore verso la lettura diretta di questo lavoro prezioso e assai originale.   

Mi piace pensare a questo libro con un velo di magia, per associarlo al ricordo di una consueta attività nella quale mi immergevo da ragazza, durante le sere invernali in cui non riuscivo a stare con le mani in mano davanti alla televisione. Con gli scarti della lana, con gli avanzi di maglie e sciarpe già finite, lavoravo quadrati all’uncinetto, di tanti colori, recuperando guglie di lana e piccoli gomitoli che, diversamente, sarebbero rimasti inutilizzati.   Da soli, quei quadrati, non avevano un senso né un uso possibile ma, quando erano tanti, li univo, sempre usando il filo di lana e l’uncinetto, con il punto basso. Ne facevo coperte che, in seguito, hanno avuto l’importante ruolo di scaldare le notti dei miei figli. E ancora girano nella nostra casa.

Allo stesso modo, le parole di questi autori hanno tessuto nove grandi riquadri, lavorando, con vari colori tematici, il filo dello scarto. Ogni quadrato, di suo, pur essendo un raffinato capolavoro, resta immobile nella sua essenza ma, unito a tutti gli altri, nel libro che andrete a leggere, acquisisce una funzione specifica perché assume il valore di una coperta di lana che scalda le notti dei figli del nostro tempo storico, eredi indiscussi della precarietà.

È una coperta da leggere attentamente e lentamente affinché si possa sedimentare il contenuto delle tematiche illustrate dagli autori.

Ogni parola di quest’opera, proprio come ciascuno dei punti a maglia della coperta, costituisce per il lettore una salda occasione di riflessione, ancorata all’espressione cultuale e alla squisita sensibilità degli autori. 

Concludo mettendo in risalto  la forza persuasiva del capitolo scritto da Carla De Angelis:

Vita  in comune e poesia: 

“Forse è cosí che si muore 

svuotando e regalando

un motivo per contare le stelle rasentare il fiume

e parlare alla luna

Mille motivi per tenere uno zerbino alla porta

per asciugare i piedi di mare e lacrime di sale” .  

Già solo la potenza della frase poetica basterebbe a rendere chiara l’immagine legata al malessere profondo di questo nostro tempo storico: ci appesantiamo di ciò che ci abbrutisce e ci disfiamo di ciò che potrebbe salvarci. Quello che ha valore per la nostra società si muove, troppo spesso, contro l’autentica essenza umana e quindi dobbiamo ritrovare, in noi e intorno a noi, il valore dello scarto per garantire all’umanità nuovi orizzonti.

@Laila per Elisir Letterario– all rights reserved

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IL MARE E NON SOLO La forza poetica di una piccola grande poetessa

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Mi fido del mare – Poesie – Carla De Angelis – Fara Editore  2017 –

108 pagine – €10, 00

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Amo così tanto il mare

che vedrei azzurra anche la morte

se mi cogliesse mentre nuoto

verso l’altra sponda”.

Carla De Angelis, scrittrice, poetessa e infaticabile portatrice sana di bella poesia nelle biblioteche e nei luoghi più affascinanti della Capitale, non è nuova a dichiarazioni d’amore verso il Mare. Già negli anni precedenti l’uscita di questa deliziosa silloge di ben novantadue liriche senza titolo, sempre per Fara Editore, aveva pubblicato Salutami il mare e, per i tipi di Progetto Cultura, Mi vestirei di mare.

Ma perché fidarsi del mare? Per la sua bellezza, poesia, vastità e musica? Per essere metafora di vita in movimento, di viaggio e di Natura allo stato puro? Per il suo profumo e per l’energia che emana, per il suo essere così variabile e volubile? Perché è maestoso e sublime, per i suoi colori, per saper accogliere e restituire i raggi del sole? Certamente per queste e per molte altre ragioni ancora.

Mi fido del mare ci racconta di emozioni e ricordi, dell’infinito e dei miracoli della natura, quella di Carla De Angelis è una poesia evocativa e profumata – non solo di mare – dolce e penetrante, benefica come una tisana di cardamomo e zenzero in un piovoso pomeriggio d’inverno.

In ognuna delle liriche è evidente la ricerca della parola, che non è mai ridondante o barocca, ma è invece suono e musica, ed è persino, talvolta, intrisa di sottile ironia, proprio perché l’autrice sa essere assai abile con l’uso del verso poetico e conosce perfettamente la via preferenziale per arrivare dritta al cuore di chi legge.

Ci sono i semi e le zolle, i tramonti e gli albatros in queste pagine e anche l’acqua e la farina per impastare il pane e le foglie alzate dal vento (Me ne andavo/ a passo svelto/ il vento diveniva bufera/disordinava le cose/ vestiva di foglie le case).

Quella di Carla è anche una poesia sincera che, proprio come il mare, non si traveste, non vuole apparire bensì semplicemente essere, ed è anche in questo la sua forza.

L’autrice possiede inoltre un perfetto senso del ritmo, tanto che ascoltando alcuni versi sembra di ascoltare una musica (…la strada è tracciata – fingo di non saperlo – provo a recitare. Sono un contorno del mondo/ non oso deviare). Nelle poesie della De Angelis è presente anche l’accettazione, serena, della vita che comunque è stata poco generosa:

Non sappiamo fare di più che

apprendere a vivere e morire

E credere di vivere ogni giorno

insieme a nostalgie che spingono altrove

come la corrente un tronco sul fiume.

Ma il mare della poetessa è anche salato, proprio come le lacrime, e i versi di Carla cantano anche di quel malefico incantesimo che ha portato via la bellezza alla sua bambina appena venuta al mondo, proprio come nelle favole, sebbene non a causa del sortilegio di una fata cattiva, bensì per volere di una luna nera, di certo invidiosa di una fresca, felice maternità. A saper leggere tra le righe e tra i versi, si intravedono sullo sfondo le vecchie streghe della società agreste e contadina del meridione, le janare beneventane (anticamente nel meridione si riteneva che i bimbi che manifestavano improvvisamente deformazioni nel fisico, fossero stati nottetempo passati attraverso il treppiede che si usava nel focolare per sostenere il calderone. “La janara ll’è passato dinto ‘u trepète“, ovvero “La janara lo ha fatto passare attraverso il treppiede“).

La luna invidiosa della tua bellezza

quella notte si posò accanto al tuo lettino

rubò qualcosa di te

basterà la vita per ritrovarlo?

 In Mi fido del mare il richiamo a questo dramma è intuibile più volte, come ad esorcizzare un dolore che è ineluttabile e sempre presente, ma che l’arte poetica della De Angelis riesce magnificamente a illuminare di una Luce che sfiora il divino.

Tutte le poesie sono scritte con un ritmo pacato, proprio di un’anima zen qual è quella dell’autrice e il libro si fa leggere in un fiato, proprio perché è un concentrato di bellezza. Salvo poi riprenderlo in mano e leggerlo ancora, per trovare nuove chiavi di lettura come, ad esempio, quelle dell’ignoto e del viaggio, come metafore della vita di ognuno di noi. E, ancora, una terza volta, quando scende la sera e il mondo abbassa il volume del suo rumore, per lasciarsi condurre dal fluire delle parole, come immersi nell’acqua trasparente e cristallina in un torrente di montagna, a percepire l’armonia e l’intensità delle parole che Carla De Angelis ha saputo accordare come il migliore dei musicisti accorda il suo strumento.

E chiudiamo con la penultima delle sue liriche, in cui abbiamo ritrovato sì l’accettazione, ma anche quella virtù ormai in via di estinzione che si chiama temperanza.

Non voglio perdere l’emozione

di scrivere in corsivo

di guardare il cielo punteggiato di stelle

intascare quell’eternità che fa precario

il nostro passaggio

 Abbiamo sogni stesi al sorriso

tagliamo ostacoli

col respiro che si affanna

occhi che si specchiano in altri occhi

poi lentamente o di corsa

con amore o con rabbia

l’eco della vita sarà inferno e paradiso

 

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IL VENTO POETICO DI MARIANO CIARLETTA

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Il vento torna sempre – Poesie e Aforismi – Mariano Ciarletta – La Vita Felice – 2018 – 44 pagine – €10, 00

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Il vento torna sempre, piccola silloge poetica del giovanissimo salernitano Mariano Ciarletta, che a soli ventisei anni ha già all’attivo tre romanzi horror e quattro raccolte poetiche ed è dottore in Conservazione dei Beni culturali presso l’Università degli studi di Salerno, è arrivata a noi di Elisir Letterario proprio come un fresco vento di primavera.

Composto da ventisei poesie e ventiquattro aforismi, con la preziosa prefazione di Rita Pacilio, il libro prende il titolo dal verso che chiude la lirica intitolata Segreto, in cui si percepisce giusto un accenno di soave erotismo.

Amori giovanili (e come poteva essere diversamente?), tormenti dell’anima, emozioni, instabili equilibri, sensazioni, vissuti quotidiani e quel mal de vivre proprio degli animi sensibili di poeti e artisti d’ogni tempo permeano ogni pagina di questo grazioso libro. E si avverte anche quella dicotomia tra la volgare realtà quotidiana e la purezza di vivere appieno la vita, con il vento sempre presente, metafora di impermanenza e instabilità.

Dalla poesia Crisalide che racconta una storia di bullismo, ha vinto concorsi letterari e ha lasciato evidenti cicatrici nell’animo del poeta (…I segni restano/nel gesto/nella risata/quello schiaffo…), è stato realizzato un videoclip molto apprezzato dal popolo del web.

Interessante anche la lirica Il cuore dei numeri, intrisa di tenerezza, in cui si indovina un delicato rapporto padre – figlio, in bilico tra razionalità e pragmatismo paterni e poetici voli letterari giovanili.

…Tu hai i numeri,

io le domande.

Ma se anche i numeri avessero un cuore?

Forse anche le addizioni sanno fare l’amore.

Covare emozioni tra prosa e calcoli.

Siamo rette parallele,

l’abbraccio di numeri e lettere.

E il vento di Mariano tocca e smuove anche le corde del lettore maturo, che rivive certamente quel tempo in cui arrendersi al giogo della vita ancora pareva possibile e riassapora il gusto di quelle lotte giovanili, innescate non solo con sé stessi, per poter conquistare il proprio posto nel mondo.

Il vento torna sempre anche in Non ti dirò che t’amo e nella poesia che segue, Acerbo, in cui …il sussurrare del maestrale/mi chiederà di te/ferendo a sangue la lingua di orgoglio, dove l’amor perduto è cantato quasi come ai tempi dell’amor cortese, perché tale è l’animo di Mariano Ciarletta.

Seppure gli aforismi che completano questo libro siano certamente intelligenti, ben congegnati, a volte divertenti e con un ottima sintesi, preferiamo il Mariano poeta, perché è nella poesia che questo énfant prodige dà sicuramente il meglio di sé. In particolare nella lirica Madri è racchiusa tutta l’essenza poetica dell’autore.

Ciò che fanno le madri

è annusare la tua essenza.

Ciò che le madri sanno

i sorrisi, i dolori.

Le madri sentono

come sentinelle alla torre.

Le madri prevedono

i morsi sul cuore

e l’acido nelle vene.

Le madri sanno ciò che noi sapremo.

Chiudiamo questa “chicca” di piccolo grande libro, Il vento torna sempre di Mariano Ciarletta, con un paio di piccoli concentrati di saggezza sui quali vale la pena riflettere:

Siamo bravi a ferirci ancor prima che la vita ci abbia parlato di dolore.

Ci ostiniamo a inseguire la perfezione nonostante sia l’imperfezione a renderci veri.

 

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Nora Lòpez detenuta N.84

 

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Nora Lòpez detenuta N.84

Il dovere della Verità per non dimenticare


Nicola Viceconti – Rapsodia Edizioni – 2017 – 201 pagine – €14,00

 

 

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Nora López – Detenida N.84


Nicola Viceconti – Acercándonos Ediciones – 2012 – 168 pagine – pesos 200,00

 

 

Argentina, fine anni ’70, e precisamente gli anni bui del governo militare che ha ossessionato il Paese dal 1976 al 1983, quando nei trecentocinquanta centri clandestini di detenzione sono state torturate 40.000 vittime, per lo più giovani, accusate di aver compiuto “attività antigovernative”. 30.000 di queste persone sono sparite nel nulla, diventando desaparecidos, scomparsi, introvabili, perchè, una volta in fin di vita e intontiti da potenti iniezioni di Pentotal o già deceduti in seguito alle torture, venivano gettati nell’Oceano Atlantico o nel Rio della Plata, nei cosiddetti “voli della morte”.

I lager del regime erano lontani da occhi indiscreti e avevano nomi insospettabili come La Perla, El Vesubio, l’Olimpo, Automotores Orletti, la Cacha. Alcuni potevano far pensare a palestre, come appunto il Club Atletico, dove si allenava la ferocia, spaventoso sotterraneo in cui anche la protagonista che dà il titolo al romanzo di Viceconti verrà condotta bendata, quindi reclusa e seviziata per mesi.

Questo lo sfondo da cui si dipana la storia di Nora Lòpez detenuta N. 84, romanzo di Nicola Viceconti, che è al contempo un rigoroso documento di grande valore etico e morale, thriller e romanzo storico di denuncia, quasi l’autore avesse voluto conferire un risarcimento alla memoria di coloro che, barbaramente trucidati, non hanno più voce. Oltretutto raccontato come solo un sapiente narratore e affabulatore, qual è Nicola Viceconti, poteva fare.

Ogni cosa è originale in questo libro. Innanzitutto il punto di vista. Sarebbe stato facile e forse anche banale, raccontare la storia dalla parte delle vittime. Viceconti sceglie invece di far parlare uno dei torturatori, uno che stava dalla parte sbagliata, il benestante e rispettabile Luis Pontini, agente immobiliare con nuova faccia e nuova identità, ma che era stato il capitano Dario Romero, detto el Prìncipe, cinico torturatore asservito al regime e impiegato al Club Atletico.

La voce narrante è quindi quella di uno dei tanti eroi del male che, con orgoglio e convinzione, hanno compiuto su esseri umani, per lo più giovani tra i venti e i venticinque anni, brutalità e nefandezze, con torture fisiche e psicologiche che ne annientavano la volontà e la capacità di reazione, fino all’eliminazione totale della persona.

La vita tranquilla e agiata di Luis Pontini viene disturbata dalla giovane Livia Tancredi, arrivata dall’Italia per indagare sulla vicenda di sua madre Nora Lòpez, attualmente detenuta nel carcere romano di Rebibbia con l’accusa di aver assassinato Ricardo Giorgetti, conosciuto nel suo quartiere romano come un mite corniciaio dall’aria per bene.

La storia del libro si svolge in flash back e inizia in realtà dalla fine, apprezzabile escamotage narrativo con cui l’autore sembra vendicarsi fin da subito. Nell’incipit infatti la famiglia di Luis Pontini, la moglie Patricia, i suoi figli e persino i vicini, che apprendono sgomenti dei suoi macabri trascorsi, lo accusano, rabbiosi e disgustati, lasciandolo infine solo, umiliato, distrutto, piegato e piangente, finalmente scoperto.

Con lucida precisione e accurata analisi psicologica, Nicola Viceconti traccia le personalità dei numerosi personaggi di questa storia, che appassiona anche per lo sdegno e l’indignazione che suscita. Così Luis Pontini già Dario Romero, Nora Lòpez, la figlia Livia, il sergente Ricardo Giorgetti, Valeria Bianchi, Monsignor Ferrero, zio della futura nuora di Pontini e che a giorni celebrerà il matrimonio di Manuel Pontini, il tenente Juan Gregorio, il professor Juliàn Guevall e tutti gli altri attori dei fatti che ruotano attorno alla detenuta n. 84 Nora Lòpez, prendono vita e fanno sì che il lettore venga rapito e affascinato dal romanzo che, anche per le minuziose e fedeli descrizioni degli ambienti, dei luoghi, degli abiti e della mentalità dell’epoca, diventa quasi visione cinematografica.

Viceconti infatti ci conduce in una Buenos Aires assolutamente autentica. E’ tangibile il suo affetto per questa città, nella descrizione delle strade, delle confiterias, delle piazze e di tutti quei luoghi in cui si svolge la drammatica vicenda, giocando sul contrasto tra le descrizioni di personaggi immondi e del loro operato e la magia della Buenos Aires anni ’70, con la musica delle feste che sembra coprire le urla dei desaparecidos torturati e fatti sparire.

Così quegli orribili e luttuosi sette anni argentini sono metafora di trascorse, e purtroppo anche attuali, dittature e regimi governativi e militari che massacrano e annientano chi non diventa loro servo. I desaparecidos argentini, diventano quindi le vittime-simbolo di tutti gli integralismi, dei pregiudizi, delle ideologie folli, delle violenze perpetrate ai danni di chiunque non si uniformi al pensiero di chi comanda. Nello sdegno, nell’indignazione e nell’incapacità di comprendere come sia possibile che tanti esseri umani, possano divenire tanto inumani e inventare sistemi di tortura così sottili e spietati, il lettore farà riflessioni che portano tutte alle medesima conclusione: Nunca Màs! Mai più!

E questo è l’altro grande merito dello scrittore Nicola Viceconti, sociologo e appassionato della cultura dei paesi dell’America Latina, dell’Argentina e di tango, che ha pubblicato altri tre romanzi con le medesime tematiche. I suoi libri – Nora Lòpez detenuta N.84 compreso – sono stati tradotti in spagnolo, qualcuno anche in lingua inglese, hanno superato la seconda edizione.

Nora Lòpez detenuta N.84 è stato vincitore per la sezione narrativa dell’XI edizione del concorso Inedito-Colline di Torino e vanta anche diversi preziosi contributi, come l’interessante prefazione del pm Francesco Caporale, nonché le note di Osvaldo La Valle, ex detenuto del Club Atlético, di Juan Josè Kratzer, sacerdote della congregazione “Piccoli Fratelli del Vangelo”, attiva in Argentina fino all’inizio del regime, quando vennero boicottati dalle gerarchie ecclesiastiche e uno dei loro fratelli, Mauricio Silva, scomparve per sempre in uno di quei centri di detenzione argentini, e dal commento di Leòn Gieco. Anche il fotografo argentino Pablo Martín Rocher, ha voluto collaborare con l’inquietante foto di copertina del libro.

Altri suoi romanzi hanno meritato la prefazione di Estela Carloto, Presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo e di Buscarita Roa, un’altra nonna di un ragazzo caduto nelle temibili mani della Giunta Militar e mai più ritrovato.

Proprio per la capacità di mantenere viva la memoria del popolo argentino attraverso i suoi romanzi che rappresentano differenti realtà e momenti storici centrali della cultura contemporanea e politica, due anni fa Nicola Viceconti è stato insignito del prestigioso riconoscimento di Visitante Ilustre dalla Camera dei Deputati della Provincia di Buenos Aires.

Impossibile riuscire a non leggere in un fiato la storia di Nora Lòpez, romanzo incalzante, denso di continui colpi di scena, impossibile chiudere il libro e spegnere la luce. Ci si arrovella per comprendere una realtà incomprensibile e inspiegabile. Come possono tutte le vittime, le loro madri, i loro fratelli e sorelle e tutti coloro che hanno vissuto o anche sentito raccontare la dittatura, le parole, i gesti, il suono delle pesanti porte che si chiudono e quello delle scudisciate sulla pelle nuda, le urla dei compagni di sventura, come possono e come possiamo noi dimenticare e far finta che nulla sia accaduto?

Per questo Nora Lopez detenuta N.84, così come gli altri romanzi di Nicola Viceconti e di tutti quegli scrittori che non vogliono mantenere il silenzio sui crimini perpetrati da esseri umani su altri esseri umani, devono essere letti. Per il dovere della Verità e per non disperdere la Memoria.

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L’ultima rosa di aprile

copertina_lultima_rosa_di_aprile_400.jpgLa struggente storia della Venere del Botticelli, 

ovvero Simonetta Cattaneo Vespucci


Simona Bertocchi – Giovane Holden Editore – 2016 – 183 pagine – €15,00


E’ uscito di recente l’ultimo romanzo della scrittrice toscana Simona Bertocchi, L’ultima rosa di aprile, ovvero la storia di Simonetta Cattaneo Vespucci, colei che è stata la musa del Botticelli, del Poliziano, di tanti poeti e artisti del Rinascimento. Avete presente la celeberrima Venere o anche la Primavera del Botticelli? Bene, quello sguardo malinconico e sognante, quella nobile figura esile dai lunghi capelli color oro, appartengono alla Simonetta protagonista del romanzo, una donna diventata suo malgrado un mito, nel mondo e in tutte le epoche.

Simona Bertocchi, portando alla ribalta un personaggio di cui davvero pochi conoscono la reale esistenza e tantomeno la vita, ha raccontato una storia d’amore, che ripercorre però, con una precisione degna del più attento degli storici, tutti gli eventi di quegli anni, e da cui si evince un certosino lavoro di ricerca negli archivi e nelle biblioteche.

L’ultima rosa di aprile è al contempo un romanzo storico, una struggente e appassionante storia d’amore e anche un thriller, perché il libro si chiude lasciando al lettore il dubbio su un assassinio (chi è la vittima non ve lo sveleremo neppure sotto minaccia, per non togliervi il piacere della lettura). Vi diremo però che l’assassino in questione potrebbe essere stato un veleno, somministrato per mano di un artista, o forse di un sicario o, ancora, una malattia allora senza scampo.

Ogni volta che l’autrice viene chiamata a fare presentazioni in giro per l’Italia, si presenta con la giovanissima…Simonetta, abbigliata e pettinata alla maniera dell’epoca e, proprio per il valore storico di questo libro, molte sono le scuole che hanno voluto Simona e Simonetta (assonanza di nomi che ci fa pensare a sentimenti comuni e un filo autobiografici tra autrice e personaggio) a raccontare la Storia. E ovunque sono andate hanno riscosso attenzione, applausi, consensi e grandi entusiasmi. Infatti, se per far arrivare ad adolescenti annoiati e demotivati date, guerre, ribaltamenti politici ed eventi storici, si usa come mezzo la storia di una bella coetanea che si è trovata  in mezzo a guerre tra Stati e a guerre familiari, che ha amato ed è stata tradita, che è stata musa contesa dai più quotati poeti e artisti (se fosse nata in questa epoca probabilmente Simonetta Cattaneo Vespucci sarebbe stata una top model), che ha avuto un grande amore corrisposto, ma impossibile da vivere alla luce del sole e che è stata ribelle e anticonformista, beh, si può essere certi che la storia, intesa come materia da studiare, arriva tutta e resta anche bene impressa nell’ animo e nelle teste degli studenti. Il fascino del romanticismo, l’amore, ma anche le strategie politiche molto ben raccontate nel romanzo aprono all’empatia, catturando l’attenzione delle scolaresche.

L’ultima rosa di aprile, titolo azzeccatissimo che trova la sua spiegazione soltanto nella lettura del libro, è ambientato a Firenze, nella metà del Quattrocento. La famiglia dei Medici era tornata dall’esilio più forte di prima e la città era la prima signoria d’Italia, viveva il suo momento d’oro, sia sul piano politico sia su quello artistico. Firenze era quanto mai fulgida, unica, magica, grazie alla sua architettura e al trionfo dell’arte. Simonetta Cattaneo Vespucci, nasceva in Liguria nel 1453, sotto il segno dell’acquario, riportando tutte le caratteristiche di questo segno zodiacale: ribelle, anticonformista, romantica, affascinante, testarda, curiosa, amante della libertà e dell’arte. Nel 1468, a soli quindici anni, sposava Marco Vespucci, appartenente a una ricca famiglia di notai e banchieri fiorentini. Con il giovane marito conobbe i primi batticuori, i primi baci e i primi tormenti d’amore. All’inizio fu un matrimonio d’amore, non soltanto di convenienza tra le due famiglie, com’era in uso in quell’epoca, ma in breve la felicità coniugale finì, infatti, Marco Vespucci, diventato un arrivista senza scrupoli, inizierà a tradirla trasformandosi in un orribile marito infedele.

Simonetta allora si lasciò invadere dalla malinconia, divenne triste, parlava poco, sorrideva abbassando lo sguardo, pur continuando a splendere di grazia e bellezza. Ma era una donna testarda, bella come un angelo, con una personalità complessa e ben presto divenne un’ icona del Rinascimento, amata e ammirata dal popolo fiorentino e dalla famiglia de’ Medici.

Proprio alla corte dei Medici incontrò e si innamorò perdutamente di Giuliano, fratello di Lorenzo de’ Medici. Giuliano sarà l’unico a conoscere e ad amare la donna e non l’icona. Bastava un incrocio di sguardi a far scattare la scintilla tra i due, ma lei era una donna sposata, pertanto quell’esplosione d’amore doveva rimanere nascosta e soffocata.

Simonetta conoscerà così la solitudine, la sofferenza e anche le chiacchiere di molti, per la sola “colpa” di amare un uomo che non riuscirà mai ad avere per sé, per il dramma di non poter essere libera di vivere i propri sentimenti. Tutto ciò mentre doveva difendersi e lottare contro quegli intrighi di corte che volevano fare di lei un mezzo per arrivare ai potenti.

Dalla sua aveva soltanto il suo grande amore Giuliano, bello e colto, nobile non solo di lignaggio ma anche d’animo, che continuò ad amarla anche dopo la fine della sua breve vita, e il suo fido segretario-factotum, Gilberto Pedrini. Poi certo, c’erano numerosi pretendenti, più o meno ricchi, più o meno nobili, ma nessuno degno della sua fiducia e del suo amore, comunque totalmente indirizzato verso il suo bel Giuliano. Simonetta era la modella e la musa ispiratrice di tutti i più importanti artisti di quegli anni, e anche questo scatenava le chiacchiere della corte. Come tutti i personaggi di successo di qualsiasi epoca, anche Simonetta è stata amata e odiata, inseguita e usata, minacciata e contesa, e tutto ciò – marito fedifrago compreso, nonché il fatto di non averlo ancora reso padre – era un peso impossibile da reggere per chiunque, figurarsi per una ragazza di vent’anni, innamorata dell’amore che rifuggiva i contrasti e le beghe come la peste.

Il romanzo di Simona Bertocchi è godibilissimo, l’autrice ha la grande capacità – peraltro già dimostrata nel suo precedente romanzo storico Nel nome del figlio, la storia della marchesa Ricciarda Malaspina Cybo – di raccontarci e descriverci il contesto storico dell’epoca e la figura di questa donna sola e malinconica con grande empatia.

La Bertocchi – e ve ne accorgerete leggendo il libro – ha una scrittura coinvolgente, intrigante e lineare. Ha saputo coniugare e unire in maniera omogenea la storia personale dell’icona degli artisti del Rinascimento con la situazione storica, politica ed economica dell’epoca, senza per questo rendere la lettura accademica, ostica e difficile. E’ questo un suo grande pregio, perché avvicinare il “lettore della strada” a un genere di letteratura, quella storica, che sembra riservata ai letterati e che potrebbe spaventare, non è impresa facile. Inoltre ha uno stile talmente coinvolgente che porta a leggere il libro tutto d’un fiato, senza neanche rendersi conto di essere arrivati alla fine.

Un consiglio: durante la lettura, dopo esservi lasciati catturare dagli sfarzi e dalla magia delle ambientazioni, dagli assassini, dagli intrighi, dalle avventure e dalle sfide sapientemente descritti dall’autrice, soffermatevi con il cuore sulle opere d’arte che raffigurano la dolce Simonetta Cattaneo Vespucci. Allora sì, capirete il perché di quella malinconia che si cela dietro il suo sguardo.

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La terra dei giganti. Mont’e Prama e il mistero dei guerrieri

Terra dei giganti

La terra dei giganti. Mont’e Prama e il mistero dei guerrieri


Valerio Caddeo – Susil Edizioni – 2016 – 160 pagine – € 14,90

In una pagina del suo romanzo Valerio Caddeo confida: “Noi scrittori abbiamo qualcosa che ci collega al passato. Le storie che raccontiamo arrivano dal cielo.”

E veramente i protagonisti della sua narrazione appaiono al lettore come eroi primordiali, le cui gesta sono immerse in un ambiente naturale, generoso di doni e incorrotto. I personaggi, scaturiti dalla fantasia dell’autore, sembrano creati da un antico aedo, sulle orme di Omero e con una citazione dal XXIV canto dell’ Iliade omerica si apre il suo canto, accompagnato, non dalla lira, bensì dal suono delle canne al vento. La mente del lettore non può non correre con la memoria al suggestivo romanzo di Grazia Deledda, con cui l’autore divide non solo la terra di origine, una Sardegna arcaica e incantata, ma anche l’impianto inventivo. Il protagonista infatti è anche lui un “figliol prodigo”, come il Giacinto del romanzo della Deledda, che torna alla casa paterna, terra di salvezza e speranza dopo aver tutto perduto. Hur, il re, ha visto il mare inghiottire la sua flotta e con essa andare smarriti, in fondo agli abissi, tesori in spezie ed oro. Invoca l’aiuto degli Dei, affinché gli consentano di approdare sulle coste della sua isola, dopo averlo tratto in salvo dall’ “acqua spumeggiante e piena di morte”. E gli Dei accoglieranno la sua preghiera perché, come dice l’Autore, tutto è scritto e Hur ha un destino da compiere: fondare una Città potente e culla di una nuova civiltà. Così Hur dà inizio alla sua lotta per portare a compimento il suo destino. Infatti il re è profondamente convinto di essere depositario di una missione, quella di fondare una nuova civiltà che si sovrapponga e porti avanti il percorso di rinnovamento tecnologico e scientifico della civiltà nuragica, di cui ancora oggi poco o nulla sappiamo. Non per nulla l’autore immagina che Hur giunga dalle sponde orientali del Mediterraneo, così come alcuni filologi contemporanei presuppongono che giunga la lingua sarda, strettamente connessa alle lingue dell’Asia minore.

La narrazione è arricchita con miti di fondazione che narrano la nascita di luoghi e tradizioni culturali: dalla preparazione dei cibi, alla invenzione di strumenti e oggetti che permettano all’uomo di affermare la sua superiorità intellettiva sulle avversità dell’ambiente e il suo progetto di vita. Le sue gesta, abbiamo detto, hanno come teatro un ambiente primordiale e irto di pericoli, ma generoso, in cui ogni essere, di origine animale o vegetale che sia, vive in simbiosi con l’altro, nel rispetto di quelle leggi naturali che permettono alla Natura stessa di esistere. Persino la morte è accolta e descritta come un fenomeno assolutamente naturale. Del resto l’uomo non può che adeguarsi alle leggi della Natura, combatterle porterebbe solo rovina, come ben ha insegnato un altro grandissimo della nostra tradizione letteraria, Giovanni Verga, che nei “Malavoglia” narra come l’ essere umano non possa che ubbidire a codeste leggi non scritte, le stesse che determinano i comportamenti sociali. Con Verga l’Autore condivide anche la concezione dell’amore, inteso come passione e forza indomabile al punto di divenire distruttiva ( pag. 44 ).

La ricchezza e il fascino dei miti di fondazione narrati sembrerebbero indirizzare il romanzo a un pubblico di lettori adolescenziale, ma la sensualità e l’erotismo di alcune pagine ci inducono al dubbio; così come numerose leggerezze nel rispetto della correttezza grammaticale e sintattica dell’andamento narrativo, che troppo spesso risente di modi colloquiali. Se l’autore volesse prendere in considerazione come pubblico di lettori i giovani dell’età compresa tra i dodici e i sedici anni, sarebbe senz’altro consigliabile una revisione dal punto di vista grammaticale e morfosintattico.

In particolare Elisir ha trovato molto suggestive le pagine in cui descrive il rapporto con l’ambiente naturale e l’aquila da lui raccolta ferita e allevata con amore, con cui stringerà un rapporto quasi simbiotico.

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Cartoni…animati e altri racconti

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Emozioni in pillole nell’ultimo libro

di Nicola Viceconti


Nicola Viceconti – CSA Editrice – 2017

125 pagine – € 12,00

Per scrivere racconti bisogna essere molto bravi nel manovrare la penna e le emozioni. Qualcuno asserisce anche che ci vuole più abilità che scrivere romanzi e il perché è facilmente intuibile.

In un romanzo lo scrittore può anche permettersi qualche defaillance e recuperare l’errore, l’imprecisione, il capitolo un po’ noioso, nelle pagine successive, facendosi perdonare con l’intreccio della trama, con un finale mozzafiato o per mezzo di altri espedienti di cui gli scrittori bravi sanno fare  uso. In un racconto invece, anche una piccola scivolata di ritmo o di stile salta subito agli occhi e potrebbe non essere perdonata da un lettore attento. Inoltre, nel racconto breve, occorre scendere in profondità e trasmettere immediatamente e con pochi strumenti a disposizione –parole e pagine – il senso della storia. Non credete a chi dice che scrivere racconti è più facile, non è affatto così. Per scrivere bei racconti, magici, credibili, emozionanti, bisogna avere il dono della sintesi, essere allenati alla comunicazione immediata, saper dire tutto in poche righe, un racconto per riuscire deve avere un impatto istantaneo. E lo sa bene la scrittrice canadese Alice Ann Munro che con i suoi racconti nel 2013 vinse il Nobel per la letteratura.

E molto bene lo sa anche Nicola Viceconti, scrittore lucano, ma romano di adozione, sociologo e laureato in scienze della comunicazione, che ha all’attivo cinque romanzi tradotti in spagnolo e uno anche in lingua inglese, sul tema a lui più caro, la storia e la cultura dell’Argentina e il drammatico fenomeno dei desaparecidos. Così Viceconti ha appena presentato la sua ultima chicca cartacea al Salone del Libro di Torino, un delizioso e imperdibile piccolo grande libro che raccoglie nove short stories godibilissime e affascinanti, Cartoni…animati e altri racconti.

Tutte le storie trattano di tematiche sociali quanto mai attuali, immigrazione, diritti umani, demenza senile, l’ineluttabilità del tempo che scorre.

Cartoni animati…e altri racconti si è classificato quest’anno al terzo posto assoluto per gli inediti e primo tra le raccolte di racconti al Premio letterario nazionale “La penna perfetta”. Inoltre questo delizioso libro ha fatto bottino di premi anche con i suoi singoli racconti: La Ragazzina di Homs infatti è risultato finalista alla II edizione del “Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti” e Vincitore del Premio Scuola al Concorso Internazionale Città di Sassari. Magia è stato premiato alla terza edizione del “Concorso Endira” in Messico e Scacco alla Regina è risultato terzo classificato al Concorso Nazionale Città di Livorno.

Le nove storie raccontate da Viceconti sono intensi spaccati di quotidiano, in cui i lettori possono facilmente identificarsi con i protagonisti e, soprattutto, godere in pochi minuti, senza quindi l’impegno profuso solitamente nella lettura  di un romanzo lungo, di piccoli corti cinematografici, perché tali sembrano essere i racconti, grazie all’abilità descrittiva ed evocativa dell’autore.

Il racconto che dà il titolo al libro ci parla di un barbone romano alcolizzato che, grazie all’affetto e alla perseveranza di una passante, si trasforma in un artista new age che condurrà laboratori creativi aiutando, con colori e pennelli, i ragazzi di una cooperativa.

Di un altro curioso artista bohèmien ci parla Viceconti nel primo racconto del libro, mentre Hells Bells trasporta il lettore in un funerale dell’entroterra foggiano dove succede qualcosa di assolutamente inaspettato e contrastante con l’atmosfera. Ne Il segreto di Alfonsina l’autore ripropone la drammatica scena messa in atto dalla poetessa Alfonsina Storni nelle acque del Mar del Plata. Ritroviamo l’Argentina, e in particolare le nostalgiche atmosfere di Buenos Aires, luoghi amatissimi e continuamente presenti in tutti i libri di Viceconti, anche in Magia, dove Clara, manager in carriera, si trova a vivere una storia soprannaturale.

In Dammi una cosa l’autore racconta la storia dell’anziano signor Luigi che, nonostante la sua demenza senile, riesce casualmente a identificare un truffatore.

Con una scrittura vivida e immediata che permette al lettore di respirare le atmosfere di un malfamato locale nel barrìo La Boca di Buenos Aires degli anni venti, Nicola Viceconti, che ha ottenuto il prestigioso riconoscimento di “Visitante Ilustre” rilasciato dal Governo della provincia di Buenos Aires, riesce a rendere coprotagonista del fulmineo racconto Tango, bordello e compraditos una delle sue grandi passioni, il tango argentino, ballo proibito e molto in voga nelle case di tolleranza.

Ma la storia che più emoziona è sicuramente quella della piccola Hasti, la tenerissima quanto coraggiosa profuga siriana dagli occhi verdi che cerca disperatamente suo fratello Amir. Proprio perché Viceconti intende sensibilizzare i ragazzi sul drammatico, quanto attuale tema dell’immigrazione, il racconto, La ragazzina di Homs, dopo aver fatto incetta di premi, ha incantato tanti giovanissimi lettori nelle scuole.

C’è un racconto che ci è piaciuto più degli altri? La risposta di Elisir è no. No, semplicemente perché è impossibile scegliere e perché ognuna delle storie narrate è diversa dall’altra e meriterebbe di essere ampliata in un romanzo a sé.

Noi di Elisir abbiamo molto amato anche l’originale foto di copertina realizzata dal fotografo Fabrizio Frioni, un mimo in posa statica sullo sfondo di una città in movimento, probabile metafora delle infinite maschere che l’essere umano è costretto a indossare per sopravvivere in una società che va sempre più di corsa.

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SONO TORNATA

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Clara Schiavoni – Edizioni Simple – 2013 – 213 Pagine – € 15


La storia narrata si svolge nella prima metà del XV secolo in Italia centrale, a Camerino, comune delle Marche che dà il nome all’omonima Signoria retta dalla famiglia Varano. Quest’ultima, per importanza, per estensione territoriale e ricchezza è pari alle Signorie dei Montefeltro, dei Malatesta e, fuori dalla Marca, a quella degli Estensi.

Il 10 ottobre 1434 Camerino è travolta dalla rivoluzione borghese che ha trovato un suo alleato in Francesco Sforza, condottiero di Filippo Maria Visconti, duca di Milano.

Gentilpandolfo da Varano, signore di Camerino, viene ucciso davanti alla chiesa di San Domenico insieme ai nipoti. L’eccidio dei maschi di casa Varano è appena iniziato e proseguirà repentino a Palazzo Varano.

Negli attimi che precedono la sua morte, Gentilpandolfo rivive le immagini degli ultimi anni della sua vita e, soprattutto, della congiura che ha ordito con il fratello Berardo e il legato papale Giovanni Vitelleschi per eliminare i fratellastri Giovanni e Piergentile con cui governa la Signoria di Camerino.

A causa di tale congiura, Elisabetta Malatesta Varano, moglie di Piergentile, è costretta a fuggire da Camerino per portare in salvo il proprio figlio Rodolfo IV e Giulio Cesare, il figlio di Giovanni, entrambi infanti. Aiutata dalla cognata Tora da Varano e dal capitano d’arme di Camerino, Venanzio, la giovane Elisabetta trova rifugio a Visso che, dopo poco tempo, è cinta d’assedio da Gentilpandolfo e Berardo.

In capo a tre mesi la comunità capitola ed Elisabetta è costretta dai cognati a ritornare a Camerino, dove vivrà abbastanza tranquilla grazie alla protezione del duca di Milano, Filippo Maria Visconti, nominato erede testamentario dal marito Piergentile. Qui ritrova Tora che la tiene informata sulla situazione politica della Signoria e su quella italiana grazie alle notizie che le passa il fedele capitano Venanzio.

Intanto, a pochi mesi dal rientro di Elisabetta a Camerino, la situazione politica della Signoria precipita. Lo Sforza cambia la sua politica e appoggia la rivoluzione borghese a Camerino che sfocerà nell’assassinio di Gentilpandolfo e di tutti i maschi di casa Varano.

Ma Elisabetta, ancora una volta, riesce a mettere in salvo suo figlio Rodolfo e il nipote Giulio Cesare, mentre lei con le figlie si rifugia presso i genitori Galeazzo Malatesta e Battista da Montefeltro (Battista era il nome della mamma, in quell’epoca usato come nome femminile) alla corte di Pesaro, dove vive da profuga per nove anni. Sarà in questo periodo che ordirà sapienti trame politiche a scopo di lucro, in maniera di poter essere pronta ad intervenire al momento giusto e mantenere fede al proprio giuramento di riportare i due cugini bambini, Rodolfo IV e Giulio Cesare, sotto la sua reggenza, al governo di Camerino.

L’autrice Clara Schiavoni racconta una parte importante della vita di Elisabetta da Varano, signora di Camerino in un romanzo che è stato definito da alcuni storici “bellonciano”, per la mole e il rigore della ricerca storica come base preparatoria del romanzo. Ricostruzioni puntualissime di ambienti, personaggi, oggetti, luoghi, riportate con una fedeltà quasi maniacale, per la verosimiglianza di tutti i dettagli, persino quelli psicologici. Le vicende renderanno Elisabetta una donna d’acciaio, capace di far fronte alla morte del marito, a due fughe precipitose e drammatiche, alle congiure dei parenti, permettendole anche di reagire con coraggio e volontà ferrea, concentrata sull’obiettivo di ritornare e riprendersi la signoria.

Un romanzo storico è pur sempre un romanzo, e come tale l’autore lavora di fantasia. Nel caso di “Sono Tornata” la scrittrice Clara Schiavoni, pur mantenendo un totale e minuzioso rispetto dei dati storici, arricchisce meravigliosamente la protagonista Elisabetta Malatesta Varano, nonché gli altri personaggi che animano il libro, di profili introspettivi credibili, tratteggiati con cura e conoscenza degli animi umani, in una prosa raffinata e poetica. Questo vale per il soldato Venanzio, la cognata Tora, il podestà di Visso, i genitori Galeazzo e Battista, il crudele legato papale Giovanni Vitelleschi e la delicata figura della figlia Costanza. Stessa accuratezza e precisione storica contraddistinguono la descrizione dei paesaggi, degli oggetti, dei luoghi, dei conciliaboli, quasi fossero creati con sapienti pennellate di un dipinto.

Sebbene molti documenti dell’epoca non siano purtroppo giunti fino a noi, dopo lunghi studi e ricerche in archivi e biblioteche a Visso, Recanati e Camerino, la paziente scrittrice Clara Schiavoni è riuscita a farsi un’idea del contesto storico in cui avvennero gli accadimenti vissuti dai protagonisti, riuscendo a conferire spessore, anima e carattere ad una figura poco nota come quella di Elisabetta Malatesta Varano, restituendo al lettore un’immagine realistica degli intrighi e dei delicati equilibri politici del ‘400 italiano.

Se vi troverete a passare per Camerino, cogliete l’occasione di visitare il magnifico palazzo camerte. Ritroverete certamente in ogni salone, in ogni angolo, nei cortili e tra le pietre antiche quelle atmosfere e quei luoghi narrati nel romanzo di Clara Schiavoni e, siamo certi, proverete un senso di soddisfazione.

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PERCORSI DI NUVOLA

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Cinzia Marulli – La Vita Felice Ed. – 2016 – 80 pagine – € 12


Se è vero quel che diceva Franco Battiato e cioè che “Nella semplicità si nasconde il divino”, allora questi “Percorsi”, la nuova raccolta poetica di Cinzia Marulli, con la prefazione di Jean Portante, appena arrivati nelle librerie grazie all’editore La Vita Felice, sono qualcosa di assolutamente divino.

Le poesie di Cinzia Marulli sono chiare e leggere, hanno il peso delle nuvole (non a caso Nuvola era il suo nickname in un forum di scrittura), del vento, dell’aria e della nebbia. Inconsistenti, ma con una profonda, sebbene leggiadra, consistenza emotiva. Sembrano Percorsi di aquiloni, tanto sono aerei, traiettorie poetiche in cui le parole fluttuano chiare e godibili, a delineare un percorso intimo verso il “sé”, una sorta di bilancio, necessario quando si è giunti più o meno alla metà del Percorso.

Cinzia, che ha fama di avere anche un abilissimo pollice verde, tocca la terra che la circonda, la scava a mani nude, va giù nel profondo e dissotterra gli abbandoni, i dolori, i lutti e le ingiustizie, non solo quelle personali, ma anche quelle cosmiche. Tirando fuori e riportando a galla il tutto, compie un percorso catartico, fatto di consapevolezza, perdono e accettazione, schierandosi dalla parte della pace.

Abbiamo molto amato le sue storie poetiche, perché le protagoniste sono le piccole cose e la loro potenza. La poetessa si inchina, non tanto alla maestà di quegli alberi immensi a cui tende il pensiero, poiché loro sono forti e svettano nel cielo sfiorando il profilo di Dio e quindi non hanno bisogno del suo interesse. Al contrario, si inchina invece davanti a un filo d’erba che ha la forza di rompere il cemento e di vivere tra le crepe dell’asfalto, perché senza di lui tutto sarebbe deserto.

Percorsi di Cinzia Marulli sono un bellissimo inno al potere delle piccole cose. Prendiamo il ricordo di quando, nella calura estiva di una Roma bollente, arrivava la sera e noi ci sdraiavamo a terra sul terrazzo e ci sentivamo felici.
Ma anche alla forza del perdono (pag. 21), a Madre Terra (la spiga di pag. 24) e a Madre Natura (pag. 26), il Cerchio (pag. 31), Il ricordo struggente del padre che non c’è più meravigliosamente raccontato nella poesia di pag. 33, dove Cinzia ci fa assistere ad un film in bianco e nero, in cui un uomo bello e dignitoso è inginocchiato a svolgere un lavoro umile. E c’è gratitudine e Amore in questa lirica.
E che dire dell’allegra poesia dedicata ai poeti, che Cinzia finalmente tira giù da quel piedistallo d’oro dove qualcuno di loro si piazza con arroganza, mostrandoceli come brava gente che fa la doccia, va al bagno e fa la spesa…
Indubbiamente nelle sue liriche si percepisce l’influenza dei suoi viaggi in America Latina, Messico, Ecuador, dove è stata più volte invitata a portare la voce della poesia contemporanea italiana, non perché ci siano descrizioni di quei luoghi, ma perché la sue poesie sono di una semplicità e di una comprensione propria della poesia latino americana, dove non si usano particolari ermetismi, dove la poesia non è mai aulica e ridondante, proprio perché deve farsi comprendere da tutti, quasi uno striscione politico che grida “La Poesia è per il popolo”, concetto peraltro assolutamente sacrosanto e proprio dei Paesi latino americani.

Terra e Poesia, ecco che ritornano le due parole, un connubio che denuncia tutte le stragi di questo mondo, i bimbi morti di Gaza, la Shoah, i fratelli di Parigi, Amina e tutte le altre donne che a gambe larghe urlano la loro mutilazione (pag. 50), davanti a una platea dove la mamma è in prima fila e assiste in silenzio alla barbarie che altre vecchie stanno perpetrando sulla sua bambina, strappandole per sempre il suo intimo femminile, per impedirle di avvertire il piacere, in una pratica di tortura che passa di madre in figlia, di donna in donna, mutilando per tradizione tutte le bambine del villaggio.
Un tema penetrante, alla fine della raccolta, è quello della morte, sentimento vissuto senza alcuna drammaticità, ma con serenità e ironia. Perché forse nel sorriso è il segreto di tutto.

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