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La terra dei giganti. Mont’e Prama e il mistero dei guerrieri

Terra dei giganti

La terra dei giganti. Mont’e Prama e il mistero dei guerrieri


Valerio Caddeo – Susil Edizioni – 2016 – 160 pagine – € 14,90

In una pagina del suo romanzo Valerio Caddeo confida: “Noi scrittori abbiamo qualcosa che ci collega al passato. Le storie che raccontiamo arrivano dal cielo.”

E veramente i protagonisti della sua narrazione appaiono al lettore come eroi primordiali, le cui gesta sono immerse in un ambiente naturale, generoso di doni e incorrotto. I personaggi, scaturiti dalla fantasia dell’autore, sembrano creati da un antico aedo, sulle orme di Omero e con una citazione dal XXIV canto dell’ Iliade omerica si apre il suo canto, accompagnato, non dalla lira, bensì dal suono delle canne al vento. La mente del lettore non può non correre con la memoria al suggestivo romanzo di Grazia Deledda, con cui l’autore divide non solo la terra di origine, una Sardegna arcaica e incantata, ma anche l’impianto inventivo. Il protagonista infatti è anche lui un “figliol prodigo”, come il Giacinto del romanzo della Deledda, che torna alla casa paterna, terra di salvezza e speranza dopo aver tutto perduto. Hur, il re, ha visto il mare inghiottire la sua flotta e con essa andare smarriti, in fondo agli abissi, tesori in spezie ed oro. Invoca l’aiuto degli Dei, affinché gli consentano di approdare sulle coste della sua isola, dopo averlo tratto in salvo dall’ “acqua spumeggiante e piena di morte”. E gli Dei accoglieranno la sua preghiera perché, come dice l’Autore, tutto è scritto e Hur ha un destino da compiere: fondare una Città potente e culla di una nuova civiltà. Così Hur dà inizio alla sua lotta per portare a compimento il suo destino. Infatti il re è profondamente convinto di essere depositario di una missione, quella di fondare una nuova civiltà che si sovrapponga e porti avanti il percorso di rinnovamento tecnologico e scientifico della civiltà nuragica, di cui ancora oggi poco o nulla sappiamo. Non per nulla l’autore immagina che Hur giunga dalle sponde orientali del Mediterraneo, così come alcuni filologi contemporanei presuppongono che giunga la lingua sarda, strettamente connessa alle lingue dell’Asia minore.

La narrazione è arricchita con miti di fondazione che narrano la nascita di luoghi e tradizioni culturali: dalla preparazione dei cibi, alla invenzione di strumenti e oggetti che permettano all’uomo di affermare la sua superiorità intellettiva sulle avversità dell’ambiente e il suo progetto di vita. Le sue gesta, abbiamo detto, hanno come teatro un ambiente primordiale e irto di pericoli, ma generoso, in cui ogni essere, di origine animale o vegetale che sia, vive in simbiosi con l’altro, nel rispetto di quelle leggi naturali che permettono alla Natura stessa di esistere. Persino la morte è accolta e descritta come un fenomeno assolutamente naturale. Del resto l’uomo non può che adeguarsi alle leggi della Natura, combatterle porterebbe solo rovina, come ben ha insegnato un altro grandissimo della nostra tradizione letteraria, Giovanni Verga, che nei “Malavoglia” narra come l’ essere umano non possa che ubbidire a codeste leggi non scritte, le stesse che determinano i comportamenti sociali. Con Verga l’Autore condivide anche la concezione dell’amore, inteso come passione e forza indomabile al punto di divenire distruttiva ( pag. 44 ).

La ricchezza e il fascino dei miti di fondazione narrati sembrerebbero indirizzare il romanzo a un pubblico di lettori adolescenziale, ma la sensualità e l’erotismo di alcune pagine ci inducono al dubbio; così come numerose leggerezze nel rispetto della correttezza grammaticale e sintattica dell’andamento narrativo, che troppo spesso risente di modi colloquiali. Se l’autore volesse prendere in considerazione come pubblico di lettori i giovani dell’età compresa tra i dodici e i sedici anni, sarebbe senz’altro consigliabile una revisione dal punto di vista grammaticale e morfosintattico.

In particolare Elisir ha trovato molto suggestive le pagine in cui descrive il rapporto con l’ambiente naturale e l’aquila da lui raccolta ferita e allevata con amore, con cui stringerà un rapporto quasi simbiotico.

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Cartoni…animati e altri racconti

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Emozioni in pillole nell’ultimo libro

di Nicola Viceconti


Nicola Viceconti – CSA Editrice – 2017

125 pagine – € 12,00

Per scrivere racconti bisogna essere molto bravi nel manovrare la penna e le emozioni. Qualcuno asserisce anche che ci vuole più abilità che scrivere romanzi e il perché è facilmente intuibile.

In un romanzo lo scrittore può anche permettersi qualche defaillance e recuperare l’errore, l’imprecisione, il capitolo un po’ noioso, nelle pagine successive, facendosi perdonare con l’intreccio della trama, con un finale mozzafiato o per mezzo di altri espedienti di cui gli scrittori bravi sanno fare  uso. In un racconto invece, anche una piccola scivolata di ritmo o di stile salta subito agli occhi e potrebbe non essere perdonata da un lettore attento. Inoltre, nel racconto breve, occorre scendere in profondità e trasmettere immediatamente e con pochi strumenti a disposizione –parole e pagine – il senso della storia. Non credete a chi dice che scrivere racconti è più facile, non è affatto così. Per scrivere bei racconti, magici, credibili, emozionanti, bisogna avere il dono della sintesi, essere allenati alla comunicazione immediata, saper dire tutto in poche righe, un racconto per riuscire deve avere un impatto istantaneo. E lo sa bene la scrittrice canadese Alice Ann Munro che con i suoi racconti nel 2013 vinse il Nobel per la letteratura.

E molto bene lo sa anche Nicola Viceconti, scrittore lucano, ma romano di adozione, sociologo e laureato in scienze della comunicazione, che ha all’attivo cinque romanzi tradotti in spagnolo e uno anche in lingua inglese, sul tema a lui più caro, la storia e la cultura dell’Argentina e il drammatico fenomeno dei desaparecidos. Così Viceconti ha appena presentato la sua ultima chicca cartacea al Salone del Libro di Torino, un delizioso e imperdibile piccolo grande libro che raccoglie nove short stories godibilissime e affascinanti, Cartoni…animati e altri racconti.

Tutte le storie trattano di tematiche sociali quanto mai attuali, immigrazione, diritti umani, demenza senile, l’ineluttabilità del tempo che scorre.

Cartoni animati…e altri racconti si è classificato quest’anno al terzo posto assoluto per gli inediti e primo tra le raccolte di racconti al Premio letterario nazionale “La penna perfetta”. Inoltre questo delizioso libro ha fatto bottino di premi anche con i suoi singoli racconti: La Ragazzina di Homs infatti è risultato finalista alla II edizione del “Premio Internazionale Michelangelo Buonarroti” e Vincitore del Premio Scuola al Concorso Internazionale Città di Sassari. Magia è stato premiato alla terza edizione del “Concorso Endira” in Messico e Scacco alla Regina è risultato terzo classificato al Concorso Nazionale Città di Livorno.

Le nove storie raccontate da Viceconti sono intensi spaccati di quotidiano, in cui i lettori possono facilmente identificarsi con i protagonisti e, soprattutto, godere in pochi minuti, senza quindi l’impegno profuso solitamente nella lettura  di un romanzo lungo, di piccoli corti cinematografici, perché tali sembrano essere i racconti, grazie all’abilità descrittiva ed evocativa dell’autore.

Il racconto che dà il titolo al libro ci parla di un barbone romano alcolizzato che, grazie all’affetto e alla perseveranza di una passante, si trasforma in un artista new age che condurrà laboratori creativi aiutando, con colori e pennelli, i ragazzi di una cooperativa.

Di un altro curioso artista bohèmien ci parla Viceconti nel primo racconto del libro, mentre Hells Bells trasporta il lettore in un funerale dell’entroterra foggiano dove succede qualcosa di assolutamente inaspettato e contrastante con l’atmosfera. Ne Il segreto di Alfonsina l’autore ripropone la drammatica scena messa in atto dalla poetessa Alfonsina Storni nelle acque del Mar del Plata. Ritroviamo l’Argentina, e in particolare le nostalgiche atmosfere di Buenos Aires, luoghi amatissimi e continuamente presenti in tutti i libri di Viceconti, anche in Magia, dove Clara, manager in carriera, si trova a vivere una storia soprannaturale.

In Dammi una cosa l’autore racconta la storia dell’anziano signor Luigi che, nonostante la sua demenza senile, riesce casualmente a identificare un truffatore.

Con una scrittura vivida e immediata che permette al lettore di respirare le atmosfere di un malfamato locale nel barrìo La Boca di Buenos Aires degli anni venti, Nicola Viceconti, che ha ottenuto il prestigioso riconoscimento di “Visitante Ilustre” rilasciato dal Governo della provincia di Buenos Aires, riesce a rendere coprotagonista del fulmineo racconto Tango, bordello e compraditos una delle sue grandi passioni, il tango argentino, ballo proibito e molto in voga nelle case di tolleranza.

Ma la storia che più emoziona è sicuramente quella della piccola Hasti, la tenerissima quanto coraggiosa profuga siriana dagli occhi verdi che cerca disperatamente suo fratello Amir. Proprio perché Viceconti intende sensibilizzare i ragazzi sul drammatico, quanto attuale tema dell’immigrazione, il racconto, La ragazzina di Homs, dopo aver fatto incetta di premi, ha incantato tanti giovanissimi lettori nelle scuole.

C’è un racconto che ci è piaciuto più degli altri? La risposta di Elisir è no. No, semplicemente perché è impossibile scegliere e perché ognuna delle storie narrate è diversa dall’altra e meriterebbe di essere ampliata in un romanzo a sé.

Noi di Elisir abbiamo molto amato anche l’originale foto di copertina realizzata dal fotografo Fabrizio Frioni, un mimo in posa statica sullo sfondo di una città in movimento, probabile metafora delle infinite maschere che l’essere umano è costretto a indossare per sopravvivere in una società che va sempre più di corsa.

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SONO TORNATA

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Clara Schiavoni – Edizioni Simple – 2013 – 213 Pagine – € 15


La storia narrata si svolge nella prima metà del XV secolo in Italia centrale, a Camerino, comune delle Marche che dà il nome all’omonima Signoria retta dalla famiglia Varano. Quest’ultima, per importanza, per estensione territoriale e ricchezza è pari alle Signorie dei Montefeltro, dei Malatesta e, fuori dalla Marca, a quella degli Estensi.

Il 10 ottobre 1434 Camerino è travolta dalla rivoluzione borghese che ha trovato un suo alleato in Francesco Sforza, condottiero di Filippo Maria Visconti, duca di Milano.

Gentilpandolfo da Varano, signore di Camerino, viene ucciso davanti alla chiesa di San Domenico insieme ai nipoti. L’eccidio dei maschi di casa Varano è appena iniziato e proseguirà repentino a Palazzo Varano.

Negli attimi che precedono la sua morte, Gentilpandolfo rivive le immagini degli ultimi anni della sua vita e, soprattutto, della congiura che ha ordito con il fratello Berardo e il legato papale Giovanni Vitelleschi per eliminare i fratellastri Giovanni e Piergentile con cui governa la Signoria di Camerino.

A causa di tale congiura, Elisabetta Malatesta Varano, moglie di Piergentile, è costretta a fuggire da Camerino per portare in salvo il proprio figlio Rodolfo IV e Giulio Cesare, il figlio di Giovanni, entrambi infanti. Aiutata dalla cognata Tora da Varano e dal capitano d’arme di Camerino, Venanzio, la giovane Elisabetta trova rifugio a Visso che, dopo poco tempo, è cinta d’assedio da Gentilpandolfo e Berardo.

In capo a tre mesi la comunità capitola ed Elisabetta è costretta dai cognati a ritornare a Camerino, dove vivrà abbastanza tranquilla grazie alla protezione del duca di Milano, Filippo Maria Visconti, nominato erede testamentario dal marito Piergentile. Qui ritrova Tora che la tiene informata sulla situazione politica della Signoria e su quella italiana grazie alle notizie che le passa il fedele capitano Venanzio.

Intanto, a pochi mesi dal rientro di Elisabetta a Camerino, la situazione politica della Signoria precipita. Lo Sforza cambia la sua politica e appoggia la rivoluzione borghese a Camerino che sfocerà nell’assassinio di Gentilpandolfo e di tutti i maschi di casa Varano.

Ma Elisabetta, ancora una volta, riesce a mettere in salvo suo figlio Rodolfo e il nipote Giulio Cesare, mentre lei con le figlie si rifugia presso i genitori Galeazzo Malatesta e Battista da Montefeltro (Battista era il nome della mamma, in quell’epoca usato come nome femminile) alla corte di Pesaro, dove vive da profuga per nove anni. Sarà in questo periodo che ordirà sapienti trame politiche a scopo di lucro, in maniera di poter essere pronta ad intervenire al momento giusto e mantenere fede al proprio giuramento di riportare i due cugini bambini, Rodolfo IV e Giulio Cesare, sotto la sua reggenza, al governo di Camerino.

L’autrice Clara Schiavoni racconta una parte importante della vita di Elisabetta da Varano, signora di Camerino in un romanzo che è stato definito da alcuni storici “bellonciano”, per la mole e il rigore della ricerca storica come base preparatoria del romanzo. Ricostruzioni puntualissime di ambienti, personaggi, oggetti, luoghi, riportate con una fedeltà quasi maniacale, per la verosimiglianza di tutti i dettagli, persino quelli psicologici. Le vicende renderanno Elisabetta una donna d’acciaio, capace di far fronte alla morte del marito, a due fughe precipitose e drammatiche, alle congiure dei parenti, permettendole anche di reagire con coraggio e volontà ferrea, concentrata sull’obiettivo di ritornare e riprendersi la signoria.

Un romanzo storico è pur sempre un romanzo, e come tale l’autore lavora di fantasia. Nel caso di “Sono Tornata” la scrittrice Clara Schiavoni, pur mantenendo un totale e minuzioso rispetto dei dati storici, arricchisce meravigliosamente la protagonista Elisabetta Malatesta Varano, nonché gli altri personaggi che animano il libro, di profili introspettivi credibili, tratteggiati con cura e conoscenza degli animi umani, in una prosa raffinata e poetica. Questo vale per il soldato Venanzio, la cognata Tora, il podestà di Visso, i genitori Galeazzo e Battista, il crudele legato papale Giovanni Vitelleschi e la delicata figura della figlia Costanza. Stessa accuratezza e precisione storica contraddistinguono la descrizione dei paesaggi, degli oggetti, dei luoghi, dei conciliaboli, quasi fossero creati con sapienti pennellate di un dipinto.

Sebbene molti documenti dell’epoca non siano purtroppo giunti fino a noi, dopo lunghi studi e ricerche in archivi e biblioteche a Visso, Recanati e Camerino, la paziente scrittrice Clara Schiavoni è riuscita a farsi un’idea del contesto storico in cui avvennero gli accadimenti vissuti dai protagonisti, riuscendo a conferire spessore, anima e carattere ad una figura poco nota come quella di Elisabetta Malatesta Varano, restituendo al lettore un’immagine realistica degli intrighi e dei delicati equilibri politici del ‘400 italiano.

Se vi troverete a passare per Camerino, cogliete l’occasione di visitare il magnifico palazzo camerte. Ritroverete certamente in ogni salone, in ogni angolo, nei cortili e tra le pietre antiche quelle atmosfere e quei luoghi narrati nel romanzo di Clara Schiavoni e, siamo certi, proverete un senso di soddisfazione.

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PERCORSI DI NUVOLA

percorsi_cinzia-marulliPERCORSI DI NUVOLA


Cinzia Marulli – La Vita Felice Ed. – 2016 – 80 pagine – € 12


Se è vero quel che diceva Franco Battiato e cioè che “Nella semplicità si nasconde il divino”, allora questi “Percorsi”, la nuova raccolta poetica di Cinzia Marulli, con la prefazione di Jean Portante, appena arrivati nelle librerie grazie all’editore La Vita Felice, sono qualcosa di assolutamente divino.

Le poesie di Cinzia Marulli sono chiare e leggere, hanno il peso delle nuvole (non a caso Nuvola era il suo nickname in un forum di scrittura), del vento, dell’aria e della nebbia. Inconsistenti, ma con una profonda, sebbene leggiadra, consistenza emotiva. Sembrano Percorsi di aquiloni, tanto sono aerei, traiettorie poetiche in cui le parole fluttuano chiare e godibili, a delineare un percorso intimo verso il “sé”, una sorta di bilancio, necessario quando si è giunti più o meno alla metà del Percorso.

Cinzia, che ha fama di avere anche un abilissimo pollice verde, tocca la terra che la circonda, la scava a mani nude, va giù nel profondo e dissotterra gli abbandoni, i dolori, i lutti e le ingiustizie, non solo quelle personali, ma anche quelle cosmiche. Tirando fuori e riportando a galla il tutto, compie un percorso catartico, fatto di consapevolezza, perdono e accettazione, schierandosi dalla parte della pace.

Abbiamo molto amato le sue storie poetiche, perché le protagoniste sono le piccole cose e la loro potenza. La poetessa si inchina, non tanto alla maestà di quegli alberi immensi a cui tende il pensiero, poiché loro sono forti e svettano nel cielo sfiorando il profilo di Dio e quindi non hanno bisogno del suo interesse. Al contrario, si inchina invece davanti a un filo d’erba che ha la forza di rompere il cemento e di vivere tra le crepe dell’asfalto, perché senza di lui tutto sarebbe deserto.

Percorsi di Cinzia Marulli sono un bellissimo inno al potere delle piccole cose. Prendiamo il ricordo di quando, nella calura estiva di una Roma bollente, arrivava la sera e noi ci sdraiavamo a terra sul terrazzo e ci sentivamo felici.
Ma anche alla forza del perdono (pag. 21), a Madre Terra (la spiga di pag. 24) e a Madre Natura (pag. 26), il Cerchio (pag. 31), Il ricordo struggente del padre che non c’è più meravigliosamente raccontato nella poesia di pag. 33, dove Cinzia ci fa assistere ad un film in bianco e nero, in cui un uomo bello e dignitoso è inginocchiato a svolgere un lavoro umile. E c’è gratitudine e Amore in questa lirica.
E che dire dell’allegra poesia dedicata ai poeti, che Cinzia finalmente tira giù da quel piedistallo d’oro dove qualcuno di loro si piazza con arroganza, mostrandoceli come brava gente che fa la doccia, va al bagno e fa la spesa…
Indubbiamente nelle sue liriche si percepisce l’influenza dei suoi viaggi in America Latina, Messico, Ecuador, dove è stata più volte invitata a portare la voce della poesia contemporanea italiana, non perché ci siano descrizioni di quei luoghi, ma perché la sue poesie sono di una semplicità e di una comprensione propria della poesia latino americana, dove non si usano particolari ermetismi, dove la poesia non è mai aulica e ridondante, proprio perché deve farsi comprendere da tutti, quasi uno striscione politico che grida “La Poesia è per il popolo”, concetto peraltro assolutamente sacrosanto e proprio dei Paesi latino americani.

Terra e Poesia, ecco che ritornano le due parole, un connubio che denuncia tutte le stragi di questo mondo, i bimbi morti di Gaza, la Shoah, i fratelli di Parigi, Amina e tutte le altre donne che a gambe larghe urlano la loro mutilazione (pag. 50), davanti a una platea dove la mamma è in prima fila e assiste in silenzio alla barbarie che altre vecchie stanno perpetrando sulla sua bambina, strappandole per sempre il suo intimo femminile, per impedirle di avvertire il piacere, in una pratica di tortura che passa di madre in figlia, di donna in donna, mutilando per tradizione tutte le bambine del villaggio.
Un tema penetrante, alla fine della raccolta, è quello della morte, sentimento vissuto senza alcuna drammaticità, ma con serenità e ironia. Perché forse nel sorriso è il segreto di tutto.

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NEL NOME DEL FIGLIO

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Simona Bertocchi – Giovane Holden Editore – 2015 -140 Pagine – € 15


 “Nel nome del figlio” di Simona Bertocchi è un romanzo storico. Ma, sebbene narri le vicende delle famiglie Malaspina Cibo, nonché le guerre, le battaglie, i matrimoni politici, le lotte intestine, le esecuzioni, per accaparrarsi feudi, onori e titoli nobiliari, nei primi cinquant’anni del 1500, tutti elementi che potrebbero dare vita ad un testo accademico adatto più ad uno storico che ad un lettore comune, “Nel nome del figlio” si legge con entusiasmo e passione, fremendo e soffrendo in contemporanea con i numerosi personaggi che affollano la storia. Questo perché l’autrice, Simona Bertocchi appunto, ha saputo scrivere sì, rifacendosi ai documenti storici, passando in rassegna un’infinita documentazione che l’ha vista per mesi e mesi assidua frequentatrice degli archivi di Stato, spulciando lettere, testamenti e archivi storici, ma ha avuto una sensibilità tutta femminile nel narrare, sostanzialmente, la storia di due donne, Ricciarda Malaspina, Marchesa di Massa e signora sovrana di Carrara e della sua dama di compagnia, Beatrice Pardi, delineandone abilmente personalità e caratteri. La prima, fredda calcolatrice, avida di potere e denaro, amante del lusso e abile manovratrice di pontefici, regnanti, nobili e uomini potenti, crudele feudataria, che non esita a sacrificare persino l’amore per i numerosi figli, avuti da consorti e probabilmente da un amante, cognato e cardinale, pur di continuare a tessere intrighi e a muovere i fili della politica e dell’aristocrazia per la propria, smisurata, sete di potere.

E l’altra, Beatrice Pardi, sua dama di compagnia, donna di umili natali ma di buona cultura e sapienza, che, dopo una serie di rocambolesche vicissitudini, si ritroverà occhi negli occhi con la marchesa Ricciarda Malaspina sua ex padrona, che l’aveva poi fatta inseguire e condannare a morte e aveva causato la morte dell’amata figlia Angelica. E questo è forse il momento più emozionante di tutto il romanzo. Le due donne, ormai anziane e a pochi passi dalla fine delle rispettive vite, si confrontano e, sebbene diversissime, si ritrovano in qualche modo, l’una negli occhi dell’altra. Ed è attraverso una sorta di diario che Beatrice Pardi, dama di compagnia di Donna Ricciarda, tiene in segreto, che viene narrata in prima persona tutta la storia, un escamotage che rende a tratti intimo il romanzo e regala al lettore l’impressione di sbirciare dal buco della serratura, ma anche di veder scorrere gli avvenimenti come su uno schermo. Dopo il suo secondo matrimonio con Lorenzo Cibo, nipote di Lorenzo il Magnifico, seguito alla morte del primo marito, Scipione Fieschi, la giovane, vedova e ormai orfana Ricciarda, nel 1520 col nuovo consorte si trasferì a Roma, dove seppe guadagnarsi l’amicizia di personaggi influenti, in grado di orientare le scelte dell’imperatore Carlo V sul Marchesato, che era feudo imperiale. E proprio in virtù di appoggi di questo tipo che Carlo V concesse, attraverso Sinibaldo Fieschi procuratore di Ricciarda, l’investitura di Massa e Carrara a lei e ai suoi successori primogeniti maschi e, in mancanza di questi, femmine.Più tardi Ricciarda si trasferì da Roma a Firenze, dove rimase fino al 1537, conducendo a quanto pare una vita mondana e lussuosa. Abitava con la madre Lucrezia e la sorella Taddea nel palazzo dei Pazzi, nonché nella villa appartenuta alla stessa famiglia, denominata la Loggia dei Pazzi. In realtà questi beni erano proprietà del marito Lorenzo, in quanto erede di Francesco Cibo, secondo il testamento del 1515. La casa delle Malaspina fu anche la residenza del cardinale Innocenzo Cibo, del fratello Giovanni Battista, arcivescovo di Marsiglia, e della sorella Caterina Cibo, già duchessa di Camerino, ed era frequentata da letterati. Sembra che fossero proprio le Malaspina ad essere riconosciute su una delle prime carrozze che percorsero la città. Lo stesso duca Alessandro de’ Medici non disdegnava la compagnia delle marchesane, come lei, la madre Lucrezia e le sorelle, venivano chiamate con disprezzo.Eppure il successo della marchesa Ricciarda Malaspina con gli uomini non sembra potersi attribuire a una bellezza memorabile. Così veniva descritta da uno storico dell’epoca: “Ricciarda erat mulier mediocris staturae, alba, macra et formae etiam inter pulchram et turpem“, mentre ad altri testimoni ella e la sorella Taddea sembravano addirittura “brutte come diavoli“. Il legittimo pretendente al feudo era in realtà Giulio Cibo Malaspina, il figlio primogenito. Beatrice Pardi, dama di compagnia della marchesa, nello stesso anno della nascita di Giulio, metterà al mondo una bambina, Angelica. I due bambini cresceranno insieme e l’amicizia tra il nobile marchesino e la popolana, ma bellissima, colta e intelligente Angelica, dalla fluente chioma rossa, nata giocando e rincorrendosi per le sale del castello Malaspina, sudati, con i capelli spettinati e gli occhi pieni  di vita (come ce li descrive la Bertocchi), diventerà prima un  indistruttibile amore platonico, quindi, la notte prima che verrà eseguita la condanna a morte di Giulio Cibo, accusato ingiustamente del terribile reato di “lesa maestà”, con la complicità di un carceriere, sfocerà in un rapporto d’amore vero, il cui frutto sarà il piccolo Giulio, condannato però ad essere orfano di padre già dal giorno seguente il suo concepimento, e ad avere una madre, la dolce Angelica, ridotta alla follia per l’ingiustizia e l’assassinio del suo amato, compiuto sotto i suoi occhi. Sarebbe bastato presentare il piccolo Giulio come figlio di Giulio Cibo Malaspina alla corte di suo zio Alberico Cibo Malaspina che aveva sofferto per la morte ingiusta del fratello, per consacrarlo alla nobiltà, ma anche condannarlo ad essere vittima di intrighi e congiure familiari, come fu per suo padre,  ma la saggia nonna Beatrice Pardi, dopo la morte di sua figlia Angelica, madre del piccolo, sottrae il piccolo Giulio al regno dello stato di Massa e Carrara, disponendo nel testamento e avvertita la zia Elena che venga mandato alla corte del Re di Francia per ricevere un’istruzione e una posizione sicure. “Io non ho mai avuto padroni Ricciarda, sono sempre stata libera e voi mi avete scelta per questo”, dirà Beatrice nell’ultimo incontro con la  vecchia  marchesa, sua ex padrona. E infine riuscì nel suo intento di assistere ai funerali della marchesa Ricciarda Malaspina, che aveva rovinato la sua vita e distrutto quella di sua figlia Angelica e del proprio figlio Giulio. Su tutto il romanzo aleggiano i versi del raffinato poeta Luigi Pulci, che Giulio e Angelica si scambiano più volte negli anni e che Giulio pronuncerà anche un attimo prima che il boia gli mozzerà la testa: “Tu m’hai di te sì fatto innamorare/ per mille altre eccellenzie che tu mostri/ch’io me ne vengo, ove tu andrai, con teco/ e d’altra parte tu resti qui meco/”.

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TUTTI I COLORI DELLA RIVA VERDE

TUTTI I COLORI DELLA RIVA VERDE

riva_verde-364x489In piena guerra dei cent’anni le dame della Compagnia della Conocchia si riuniscono di notte in gran segreto


Adriana Assini – Scrittura & Scritture – 2014 – 184 pagine – € 12,50


Ambientato nella Bruges del 1379, sullo sfondo dello scisma d’Oriente e durante la Guerra dei Cent’anni – quell’estenuante e infinito conflitto che vide Inghilterra e Francia contendersi il predominio nella terra delle Fiandre – tra le sanguinose diatribe scoppiate tra i tintori del rosso e i tintori del blu, “La Riva Verde” racconta del come e del perché le dame della Compagnia della Conocchia si riuniscono ogni notte in gran segreto, nelle notti più buie dell’anno.

Sono otto, diverse tra loro per età, mansioni, scala sociale, indole e inclinazioni, ma sono tutte accomunate però dalla voglia di sottrarsi alla tirannia maschile con sfrontatezza, arguzia e agilità da gatte, osando e sfidando la legge e la sorte.

In questo godibilissimo romanzo, sempre a sfondo storico, come ormai ci ha abituato la scrittrice nonché magnifica acquarellista, Adriana Assini, ci sono i germogli di un femminismo che sboccerà diversi secoli più avanti, ed è sicuramente ben delineata l’esigenza di non accettare a testa bassa il destino.

In barba ad una società che riconosceva le donne solo per il ruolo di moglie, madre, sguattera e, casomai, prostituta, le eroine protagoniste del libro di Adriana (che tra loro si definiscono Evangeliste) con le loro fughe notturne, danno vita ad incontri segretissimi, vietato anche solo confidarne l’esistenza a un rappresentante dell’altro sesso, in cui si scambiano consigli, ricette per intrugli e pozioni medicamentose, nonché rimedi contro qualsiasi male. Anche quello dell’anima.

Un po’ fattucchiere, un po’ casalinghe erboriste e proto femministe molto sagge, le otto signore meditano di organizzare una fuga verso una Terra Promessa, in cui potranno finalmente essere libere dagli obblighi di una società fortemente maschilista.

Ancora una conferma, se vogliamo, che la solidarietà femminile e la sorellanza sono un potente salvavita contro i soprusi maschili e l’arroganza degli uomini di tutti i tempi.

E così la vedova Emmeline de Dos, Marguerite Morele, detta Margot, la giovane Rose Van Triele, figlia di un tintore del blu, che ama follemente Robin Campen, figlio di un tintore del rosso, colore della passione (ma della corporazione rivale di quella a cui appartiene il padre di Rose) e che viene costretta a sposare un operario di suo padre, Alix de Meure, la filatrice di Saint-Gilles, Ysengrine dei Tigli, Sebine Vermunt dai capelli rossi come il rame, Anne Van Gest, accusata di malefici e fatture e Greta du Glay, venditrice di saponi, zolfo e spezie rare, sempre in contatto con l’aldilà, dispensatrice di profezie perché capace di vedere nel futuro, si riuniscono nelle notti più buie dell’anno – e già questo basterebbe ad accusarle di stregoneria – quelle che vanno da Santo Stefano (26 dicembre) alla Candelora (2 Febbraio).

In realtà in questi incontri curano il corpo e l’anima, perché ognuna sa che può contare sull’altra e così, sentendosi al sicuro, possono lamentarsi degli uomini, siano essi padri, consorti, preti o governanti, la pulzella e la dama si raccontano e si confidano, esattamente come fanno le donne, amiche e sorelle, in ogni tempo e in qualsiasi parte del mondo.

La Riva Verde è il luogo dove si incontrano di nascosto Rose e Robin, ma su quelle sponde, nei giorni e nei periodi prestabiliti dalla legge, i tintori del rosso e del blù possono andare a risciacquare le loro stoffe. E guai a sbagliare periodo! E’ inoltre un romanzo colorato (poteva essere diversamente se l’autrice è un’apprezzata acquarellista?) dove i colori diventano simboli e metafore che definiscono, assolvono o condannano, raccontato alla maniera dei cantastorie, ricercato nel linguaggio, ma mai noioso o pesante.

E le dame della Compagnia della Conocchia inseguono il grande sogno di libertà di sfuggire a padri e mariti opprimenti e, con la scusa di andare in pellegrinaggio, partono tutte insieme verso un’utopistica terra di libertà.

Consigliato alle femministe, agli amanti del colore, agli appassionati di romanzi storici e a tutti coloro, maschi e femmine, che sognano e cercano la libertà.

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IO E TU DOBBIAMO PARLARE

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IO E TU DOBBIAMO PARLARE, STORIA D’AMORE PER BAMBINI GRANDI


Cristiana Morroni e Guido Oliva – L’Erudita Ed. – 2014 – 185 pagine – € 16


Ci sono libri che prendono e portano via lontano, altri che insegnano, altri ancora che sensibilizzano, che affascinano, che aiutano a capire, libri che fanno ridere e altri che fanno piangere. “Io e tu dobbiamo parlare”, scritto a quattro a mani da Cristiana Morroni e Guido Oliva, fa tutto questo e anche di più.

Centottantacinque pagine per raccontare l’Amore, quello con la A maiuscola, un amore che fa rima più con dolore che con cuore, tra due ex amichetti di asilo e di elementari, Lù e Diego, separati da ragazzini, che si ritrovano molto adulti e parecchio feriti dalla vita, su un forum di scrittura e, senza sapere nulla l’uno dell’altra, rimangono affascinati o, meglio, folgorati, dalle parole dell’altro. E allora cominciano a scriversi, mail, botte e risposte, dove la Scrittura, anche questa con la maiuscola, fa da trait-d’union e da protagonista, fino a non bastare più, perché Le parole scritte sono belle. Lo sappiamo. Ma assumono un peso diverso a seconda dello stato d’animo. Chi scrive ci mette un chilo, chi legge ci trova un quintale. E viceversa. E’ per questo che mi piacerebbe parlare con te. Per gli occhi, scrive Diego ad un certo punto.

La storia è un ordigno esplosivo. Dirompe nell’anima del lettore, senza chiedere permesso. Lo stile diretto e “parlato” dei due, il trasformarsi di una storia come potrebbero essercene tante, via via in qualcosa di indispensabile come l’aria, in un amore “di stomaco”, un amore dell’”essere” più che dell’ “apparire”, dove ci si vomita addosso tutto, dolori, gioie, notti insonni e desiderio, disillusioni, disincanti, sesso, passioni, tenerezze e ossessioni, fa sì che il libro, una volta aperto, catturi il lettore stringendolo in spire di immedesimazione e curiosità, come un boa constrictor fa con la sua vittima. Si diceva di libri che fanno ridere e piangere, ebbene questo “Io e tu dobbiamo parlare”, ci riesce spesso, anche nella stessa mail. E sensibilizza sì, sensibilizza il lettore a non sprecare l’amore, a rendersi conto che l’amore non è routine, vita piatta, picci picci e staremo insieme tutta la vita in una bolla di zucchero filato rosa, no no. L’Amore è “forse”, è paura, è il dolore dell’attesa, è la voglia di gridare, è aver paura di sciupare tutto ma mettersi in gioco ugualmente, è coraggio e incoscienza e tutte le mille cose che Lù e Diego si scrivono in centinaia di mail.

453 ad essere precisi, ma siamo stati molto autocensuranti e nel libro sono assai meno”, ci spiega Guido Oliva, di professione direttore amministrativo, ma scrittore fin da piccolo, con già qualche pubblicazione all’attivo. Lù sta per Lucrezia, “Mia figlia non ha il dono della parola ed io, con questo libro, ho voluto farla parlare”, racconta Cristiana Morroni, donna dalle mille attività nel campo della comunicazione, anche visiva, e del network marketing, non nuova anche lei a pubblicazioni di poesia e narrativa, anche pluripremiate.

“Io e tu dobbiamo parlare” racconta di un amore fatto di coincidenze, di due vite che per la prima metà sono state vissute sfiorandosi, è una bellissima love story per bambini grandi.

Con lo stile secco e crudo di una Mazzantini, questa storia pudica e spudorata che, tutto sommato, è a lieto fine, è un cazzotto nello stomaco, una narrazione che costringe il lettore a guardarsi dentro e a cercare di comprendere cos’è davvero l’amore, se lo stordimento, la devastazione interiore, il sorriso ebete stampato in viso possono convivere con la melodia, con la routine di una famiglia “altra”, con il lavoro di tutti i giorni, con l’urgenza fisica del voler toccare, annusare, assaporare, masticare, ingoiare l’altro senza mai riuscire a saziarsi. Un amore ridotto in brandelli, nel senso migliore del termine, ossia scandagliato, esplorato, analizzato, per legittima difesa, per essere certi che sia unico.

Ho ammirato il coraggio di questi due quasi cinquantenni di mettersi a nudo davanti a tutti, la tranquillità e la grande maturità di mostrarsi senza veli, senza photoshop a togliere rughe e difetti. In questo libro ci sono proprio loro, la loro storia, le loro voragini, la loro salvezza. Viene da pensare che una storia letteraria così intima e intimistica, scritta a quattro mani possa aver portato ad un’ unione reale. E infatti sì, così è stato.

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